mercoledì 19 febbraio 2014

Dio aggiorna il nostro sistema operativo





Aggiornare il nostro sistema operativo



Insomma, lo sanno tutti - io sono un dinosauro informatico. Così quando si parla di telefonini e computer io so appena come accenderli e spegnerli. Ma pur nella mia ignoranza riesco ad apprezzare alcune cose che la Provvidenza ha fatto in modo che io usi. Come il nuovo computer avuto in dono, per esempio, che lavora molto più velocemente di quello che avevo in precedenza. Così sono in grado di aggiornare anche il sistema operativo e alcuni programmi importanti. Adesso, grazie alla maggior potenza e memoria del computer, posso fare cose che prima non mi erano possibili. Il computer è una parte importante della tua vita, e un aggiornamento nella potenza e nei programmi ti può portare a un nuovo livello di produttività.

Ben molto prima dei computer, dei programmi e delle memorie, Dio si era già messo d'impegno per aggiornare il sistema operativo che muove la vita delle persone. Quel sistema operativo è la tua mente. Dio dice in Romani 12,1-2: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.»

Dio qui ti chiede ti abbandonare completamente te stesso a Colui che ha dato completamente sé stesso per te. Questo abbandono comporta un passo di marcia differente nella tua vita. Senza abbandono totale a Gesù ti conformi «alla mentalità di questo secolo», basando le tue scelte e i tuoi valori su quello che il mondo dice, su quello che la tua famiglia pensa, su quello che gli altri sostengono, o seguendo i tuoi impulsi. Ma Dio vuole "trasformarti", liberarti dalla schiavitù del burattino a cui il mondo o gli altri tirano i fili.

Non sto parlando di osservare qualche regola morale o di cercare una qualche trasformazione superficiale. Dio non ti ha creato perché tu sia un bruco ma perché ti trasformi in una farfalla - una trasformazione sostanziale non appena un cambio superficiale. Dio vuole aggiornare completamente il tuo sistema operativo in una operazione che Lui chiama «rinnovando la vostra mente».

In un certo senso è come aggiornare il tuo computer e i tuoi programmi. Se ti abbandoni a Dio, Lui installerà nuovi atteggiamenti nei confronti di te stesso, nei Suoi confronti, in ciò che vuoi essere e diventare. Perché tu Gli appartieni. Vuole darti la capacità di vedere la tua famiglia come Lui la vede, le persone problematiche della tua vita come Lui le vede, e quello che ti capita come Lui lo vede. Questo è il laborioso processo di passaggio dal tuo vecchio Io al diventare ciò che la Bibbia chiama «una nuova creatura», come sta scritto in 2 Corinzi 5,17: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.» Se collabori con Dio nell'aggiornamento di quel sistema operativo che è la tua mente, ti troverai a voler scegliere di fare ogni giorno la Sua volontà - il che ti fa essere figlio e figlia, ossia ciò per cui Lui ti ha creato
.
Aggiornamento interessante, non è vero? E come succede? Immergendoti ogni giorno nel modo di pensare di Dio - si chiama Bibbia! Se vuoi rinnovare la tua mente, hai bisogno di confrontarti con la Sua Parola in ogni occasione possibile. Devi crearti dei momenti di confronto con la Sua Parola! E fai in modo che questi appuntamenti di aggiornamento siano non-negoziabili all'interno della tua agenda. Ogni nuovo giorno è una nuova sfida a vivere come Lui vuole che tu viva e a pensare come Lui vuole che tu pensi. Quindi hai bisogno ogni giorno di rinnovare i tuoi programmi installando i Suoi aggiornamenti, immergendo la tua mente e i tuoi progetti nei Suoi pensieri e nei Suoi progetti.
 
Impegnati in una aggressiva e nutriente meditazione della Parola di Dio. Esamina ogni situazione, ogni relazione che hai, ogni decisione - alla luce di quello che la Parola dice. Così, giorno dopo giorno, sperimenterai quel sorprendente miracolo che Dio descrive come «rinnovando la vostra mente».
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano


Da Catechisti.it , INCONTRI CON LA PAROLA

giovedì 13 febbraio 2014

SAN VALENTINO: AUGURI AGLI INNAMORATI




Per San Valentino non il solito regalo
 Gianni Epifani, sacerdote,giornalista e regista

Sacerdote                  
Basta guardarsi intorno per capire che sta arrivando il giorno di San Valentino. I cuori rossi, che danno forma a qualunque genere di oggetto, invadono vetrine, pubblicità e pensieri di milioni di fidanzati di tutto il mondo che aspettano questa festa per scambiarsi regali e rinnovarsi promesse d’amore.
Un po’ poco, sinceramente, per celebrare un sentimento su cui si fonda una delle vocazioni umane più importanti, quella alla famiglia. Il fidanzamento è infatti momento privilegiato per scoprirsi chiamati da Dio a realizzare e fortificare la Chiesa attraverso l’unione matrimoniale.



Con questo – prescindendo dalle considerazioni di merito sull’aspetto consumistico della ricorrenza – non voglio ridicolizzare i gesti affettuosi che trovano nei doni un modo di manifestarsi. Sono sani e sono normali, ma il senso dello stare insieme va al di là di tali consuetudini.

Il fidanzamento è un cammino di maturazione della coppia, durante il quale – oltre a condividere bei momenti insieme – si  prende coscienza del significato e delle difficoltà dell’esperienza sentimentale.

Un’esperienza i cui capisaldi sono il volersi sinceramente bene, che vuol dire dare affetto e prendersi cura dell’altro, e – soprattutto – il volere il bene dell’altro, dimensione incompatibile con qualunque forma di egoismo o possessività.

Sembrano ovvietà, ma quando si analizza la portata reale di queste espressioni ci si accorge di quanto impegnative e complesse siano, ma anche di quanto edificanti se vissute nella giusta ottica. L’amore “vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro”, ricordava Benedetto XVI durante un dialogo con i fidanzati, avvenuto nel 2011 ad Ancona, ed è solo affrontandolo in questa prospettiva che il volersi davvero bene prende concretezza.



C’è poi l’altro aspetto che dà pienezza all’esperienza amorosa ed è quello, si diceva, del volere il bene dell’altro, fine ancora più nobile, alto e qualificante, che esprime l’essenza autentica

dell’amore.

Amare – scriveva Aristotele – significa volere per una persona le cose che si ritengono buone, a motivo di lei e non per sé stessi, ed essere pronti a compiere queste cose, secondo le

proprie possibilità”.

Sono questi i regali più belli da offrire alla persona amata, e non solo nel giorno di San Valentino.



giornalista e regista
della Santa Me
Fidanzamento: Un tempo Speciale
 Lorena Bianchetti, giornalista e conduttice
Nell’epoca dell’usa e getta dei sentimenti, il termine fidanzamento è percepito come qualcosa di antico e “troppo impegnativo”. A questa società, a volte, non piace fare le cose sul serio perché le priorità vengono date a tutto ciò che può permettere un’affermazione personale.

I sentimenti e la costruzione di relazioni fondate su verità, responsabilità, accoglienza e ascolto

dell’altro, spaventano. Il fidanzamento è un tempo speciale, un percorso da vivere con intensità e responsabilità. È un momento di prova e di conoscenza. Ecco perché, paradossalmente, vivere momenti difficili di vita dopo un po’ che si è conosciuto l’altro può essere un dono.



L’indole di una persona si comprende veramente nelle prove che la vita ci offre. L’amore vero va

al di là degli orpelli, delle fiabe e costruire una famiglia significa condividere una quotidianità

meravigliosa che però può anche essere segnata da momenti duri. Scegliere l’altra metà significa

amarla nella sua interezza, nella sua specificità.



Non sono dunque le stesse passioni, gli stessi gusti o la combinazione perfetta di segni zodiacali

a decretare un amore, ma qualcosa che va più in profondità. Il sentimento a volte è colmato con un fast food di rapporti che però ferisce dentro lasciando solo solitudine.



Bruciare le tappe, non rispettare la trepidazione dell’attesa, dell’incontro, vivere tutto con la stessa velocità con cui si macinano i social network significa togliersi opportunità. Conoscere l’altro non implica un cliccare “I like” sull’immagine che i nostri sogni hanno costruito: incontrare l’altro significa conoscerne anche le fragilità da sostenere e colmare affinché l’uno diventi complementare dell’altro.


Lorena Bianchetti , in A sua immagine
A Sua Immagine in onda
sabato e domenica su RaiUno

martedì 11 febbraio 2014

Lettera di un laico a un sacerdote...





Aspettative di un laico da parte del sacerdote:
  Cosa si aspetta un autentico Laico Cattolico dal proprio sacerdote?
“Conoscere i santi di tutti i tempi, risvegliare voglia di santità, trasmettere gli insegnamenti del Papa, suscitare il gusto della preghiera e della preziosità della vita di grazia come valore supremo”.

 
Caro Sacerdote/i, 

non mi interessano (ANCHE SE UTILI) i campetti di calcio, i cineforum, i teatrini, le conferenze, i baretti con videogiochi e biliardini, i porticati coi ping pong e il calciobalilla, le vacanze organizzate, il grest, le pizze dei sabato sera.
In una parola, tutto il ribollente attivismo che ruota intorno alle parrocchie, lo trovo anche fuori, nel freddo "mondo", e magari organizzato meglio, più nuovo, luccicante, efficiente, coinvolgente, appassionante.
Non c'è concorrenza: il "mondo" è specializzato in divertimenti, passatempi, sport, intrattenimenti vari, in cui ha profuso studi, energie e investimenti. (POSSIAMO IMPARARE DA LORO !)

Voi curatemi l'anima.

Datemi un direttore spirituale che abbia tempo e pazienza per la mia conversione.
Datemi confessori che mi permettano di riconciliarmi con Dio.
Datemi l’Eucarestia da adorare, non tenetela chiusa a doppia mandata nei Tabernacoli d'oro ad aspettare mentre brucia d'Amore.
Dissetatemi col Vangelo dei semplici, non spiegatemi troppo, sono piccolo, una cosa sola ma ripetuta, così che possa ritornarmene a casa con la perla preziosa.

Insegnatemi quel digiuno che tutti hanno dimenticato, ma che ho voglia di tentare, non come un atto di superba autodeterminazione della volontà, ma come fiduciosa invocazione della grazia dello Spirito.
Mostratemi i Santi, voglio farmeli amici. I filosofi mi hanno condotto su strade sbagliate, inquinato la mente, divorato la gioia. I Santi sono felici: ditemi il perché, fatemi scoprire quel filo segreto che li legava alla SS. Trinità. 

Parlatemi del mio Papa, (DEL MIO VESCOVO) di ciò che dice e di ciò che fa. Del Papa si parla raramente fuori dalle grandi occasioni, se voglio sapere qualcosa devo arrangiarmi con i suoi libri o qualche rivista. E' poco presente nelle omelie, nelle catechesi.
Mi parlate spesso di voi, di quello che vi sembra giusto, di quello che si dovrebbe fare, mi imponete le vostre opinioni, mentre contestate le direttive della Santa Sede.
Ma è il Papa la mia bussola, il mio porto sicuro, è lui il "dolce Cristo in terra" per favore, fatemelo gustare.
 
Incoraggiatemi nella via della carità, dell'altruismo, dell'occuparmi del prossimo, nel nome di Cristo.
Plasmate in me uno spirito missionario, inalatemi la voglia di santità.

Pregate per me qualche volta

Come sarebbe edificante per me trovarvi in ginocchio davanti al Tabernacolo e sapere che stavate pregando per me, per la mia salvezza!
Questo desidero, ma tutto insieme, e in ogni parrocchia; non scegliete quello che più vi aggrada, non discriminate tra ciò che vi sembra più o meno moderno, più o meno consono o proponibile.
Voglio tutti gli strumenti di salvezza che la Chiesa ha preparato per me, ho fame di salvezza piena, traboccante, luminosa, ho voglia di Verità.
Che abbia 4 o 100 anni, non starò con voi per il grest o il bel campetto o gli amici che ho incontrato.
Ci starò per quel banco consunto in cui mi sono inginocchiato e per quel santo sacerdote che ho incontrato. Ci starò perché Cristo, per mezzo loro, mi ha convertito. Ecco Chi mi salverà l'anima!

Ti prego, sacerdote, 

 torna ad essere nuovamente ciò che devi essere perché io, pecorella smarrita e figliol prodigo, possa tornare alla Casa del Padre.
In questo modo tu riavrai la tua dignità umana e sacerdotale, ed io mi salverò, e tutti saremo spronati a supplicare il Padrone della messe perché mandi operai, questi operai, e non assistenti sociali, ma dispensatori dei misteri di Dio.
                                


 

NB: gli appunti tra parentesi sono state aggiunte da me
Riportato da  Gloria.tv

 


martedì 4 febbraio 2014

In piedi, allora, costruttori di pace





DIRE PACE AL MONDO
Don Tonino Bello - Discorso all’Arena di Verona del 30 aprile 1989 - 4ª parte


In piedi, allora, costruttori di pace. Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel “qui” e nell’“oggi” della Storia i primi frutti del Regno. Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del mondo, e distruzione dell’ambiente naturale.



Fin dai tempi dell’Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le “fatiche di liberazione degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni. Coraggio!

Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata “orizzontalismo” la nostra ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri. Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli ultimi coincide con l’amore per lui.



Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire, che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo unilaterale non è poi così disomogenea con quella del vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di un amore più grande per la città terrena...









domenica 2 febbraio 2014

Invochiamo la Pace del Signore sul mondo delirante





La pace dei profeti


Don Tonino Bello - Discorso all’Arena di Verona del 30 aprile 1989 - 3ª parte


... La pace è il contrario della garanzia. Esigere garanzie significa diffidare, e questa diffidenza genera di nuovo guerre. Cercare sicurezze significa volersi mettere al riparo. Pace significa affidarsi interamente al comandamento di Dio, non volere alcuna garanzia, ma porre nelle mani di Dio Onnipotente, in un atto di fede e di obbedienza, la storia dei popoli... Chi rivolgerà l’appello alla
pace così che il mondo oda, che sia costretto a udire?...

Solo la Santa Chiesa di Cristo può parlare in modo che il mondo, digrignando i denti, debba udire
la parola della pace, e i popoli si rallegreranno perché questa Chiesa di Cristo toglie, nel nome di Cristo, le armi dalla mano dei suoi figli e vieta loro di fare la guerra e invoca la pace di Cristo sul mondo delirante.

Carissimi amici, come per la ricerca di Dio abbiamo detto che non intendiamo svilire lo sforzo della fatica razionale, anzi la incoraggiamo e la sosteniamo, ma sentiamo anche il dovere di indicare il totalmente Oltre e il totalmente Altro di Dio, sulla base di ciò che Cristo ci ha rivelato di Lui, così per quanto riguarda il mistero della pace, col più grande rispetto per lo sforzo che il mondo laico sta compiendo, e con la gioia più grande nel vederci accomunati come credenti accanto a tanti camminatori di ogni fede, sentiamo il dovere di dare il nostro contributo specifico, originale, coraggioso!


E il nostro contributo è quello di essere segno dell’inquietudine, richiamo del “non ancora”, stimolo
dell’ulteriorità. Spina dell’inappagamento, insomma, conficcata nel fianco del mondo. Per una Chiesa coraggiosa e profetica. Riconosciamolo.
Come Chiesa siamo ancora fermi alla pace dei “filosofi”, e non ci decidiamo ad
annunciare finalmente la pace dei “profeti”. È vero, sì, che i “profeti” debbono
tenere conto delle lentezze con cui i “re” elaborano le mediazioni e le fanno camminare nella prassi quotidiana. Ma non tocca ai profeti operare riduzioni in scala. E sarebbe ben triste che a provocare cadute di tensione, per quel che riguarda l’annuncio della pace, dovessero essere proprio loro.

In certe comunità si spiano annidamenti di “discordanze” col magistero ufficiale, a ogni
svolta di frase. Talvolta, per frenare la valanga inarrestabile della profezia, si fa uso maldestro e ingeneroso perfino di estemporanee espressioni del Papa, resecate dal loro contesto e scorniciate dal genere letterario confidenziale e bonario con cui sono state pronunciate. E non si tiene conto, invece, di tutto il magistero audace e non ancora dissepolto di questo Pontefice, che ormai in
ogni suo discorso ci sprona ad “affrontare la tremenda sfida dell’ultima decade del secondo millennio”, con l’imperativo etico della solidarietà, e va denunciando in tutto il mondo, come nessun altro, le “strutture di peccato” che opprimono i poveri!

martedì 28 gennaio 2014

Il Papà è...il Papà deve essere....



Tratto da Bruno Ferrero "Un Decalogo per il papà"



UN DECALOGO PER IL PAPA’



1- Il primo dovere di un padre verso i suoi figli è amare la madre. La famiglia è un sistema che si regge sull’amore. Non quello presupposto, ma quello reale, effettivo. Senza amore è impossibile sostenere a lungo le sollecitazioni della vita familiare. Non si può fare i genitori “per dovere”. E l’educazione è sempre un “gioco di squadra”. Nella coppia, come con i figli che crescono, un accordo profondo, un’intima unione danno piacere e promuovono la crescita, perché rappresentano una base sicura. Un papà può proteggere la mamma dandole in “cambio”, il tempo di riprendersi, di riposare e ritrovare un po’ di spazio per sé.



2- Il padre deve soprattutto esserci. Una presenza che significa “voi siete il primo interesse della mia vita”. Affermano le statistiche che, in media, un papà trascorre meno di cinque minuti al giorno in modo autenticamente educativo con i propri figli. Esistono ricerche che hanno riscontrato un nesso tra l’assenza del padre e lo scarso profitto scolastico, il basso quoziente di intelligenza, la delinquenza e l’aggressività. Non è questione di tempo, ma di effettiva comunicazione. Esserci, per un papà vuol dire parlare con i figli, discorrere del lavoro e dei problemi, farli partecipare il più possibile alla sua vita. E’ anche imparare a notare tutti quei piccoli e grandi segnali che i ragazzi inviano continuamente.


3 – Un padre è un modello, che lo voglia o no. Oggi la figura del padre ha un enorme importanza come appoggio e guida del figlio. In primo luogo come esempio di comportamenti, come stimolo a scegliere determinate condotte in accordo con i principi di correttezza e civiltà. In breve, come modello di onestà, di lealtà e di benevolenza. Anche se non lo dimostrano, anche se persino lo negano, i ragazzi badano molto di più a ciò che il padre fa, alle ragioni per cui lo fa. La dimostrazione di ciò che chiamiamo “coscienza” ha un notevole peso quando venga fornita dalla figura paterna.


 






4 – Un padre dà sicurezza. Il papà è il custode. Tutti in famiglia si aspettano protezione dal papà. Un papà protegge anche imponendo delle regole e dei limiti di spazio e di tempo, dicendo ogni tanto “no”, che è il modo migliore per comunicare: “ho cura di te”.







6 – Un padre ricorda e racconta. Paternità è essere l’isola accogliente per i “naufraghi della giornata”. E’ fare di qualche momento particolare, la cena per esempio, un punto d’incontro per la famiglia, dove si possa conversare in un clima sereno. Un buon papà sa creare la magia dei ricordi, attraverso i piccoli rituali dell’affetto. Nel passato il padre era il portatore dei “valori”, e per trasmettere i valori ai figli bastava imporli. Ora bisogna dimostrarli. E la vita moderna ci impedisce di farlo. Come si fa a dimostrare qualcosa ai figli, quando non si ha neppure il tempo di parlare con loro, di stare insieme tranquillamente, di scambiare idee, progetti, opinioni, di palesare speranze, gioie o delusioni?



5 – Un padre incoraggia e dà forza. Il papà dimostra il suo amore con la stima, il rispetto, l’ascolto, l’accettazione. Ha la vera tenerezza di chi dice: “Qualunque cosa capiti, sono qui per te!”. Di qui nasce nei figli quell’atteggiamento vitale che è la fiducia in se stessi. Un papà è sempre pronto ad aiutare i figli, a compensare i punti deboli.


 





7 – Un padre insegna a risolvere i problemi. Un papà è il miglior passaporto per il mondo ” di fuori”. Il punto sul quale influisce fortemente il padre è la capacità di dominio della realtà, l’attitudine ad affrontare e controllare il mondo in cui si vive. Elemento anche questo che contribuisce non poco alla strutturazione della personalità del figlio. Il papà è la persona che fornisce ai figli la mappa della vita.







8 – Un padre perdona. Il perdono del papà è la qualità più grande, più attesa, più sentita da un figlio. Un giovane rinchiuso in un carcere minorile confida: “Mio padre con me è sempre stato freddo di amore e di comprensione. Quand’ero piccolo mi voleva un gran bene; ci fu un giorno che commisi uno sbaglio; da allora non ebbe più il coraggio di avvicinarmi e di baciarmi come faceva prima. L’amore che nutriva per me scomparve: ero sui tredici anni… Mi ha tolto l’affetto proprio quando ne avevo estremamente bisogno. Non avevo uno a cui confidare le mie pene. La colpa è anche sua se sono finito così in basso. Se fossi stato al suo posto, mi sarei comportato diversamente. Non avrei abbandonato mio figlio nel momento più delicato della sua vita. Lo avrei incoraggiato a ritornare sulla retta via con la comprensione di un vero padre. A me è mancato tutto questo”.






9 – Il padre è sempre il padre. Anche se vive lontano. Ogni figlio ha il diritto di avere il suo papà. Essere trascurati o abbandonati dal proprio padre è una ferita che non si rimargina mai.











10 – Un padre è immagine di Dio. Essere padre è una vocazione, non solo una scelta personale. Tutte le ricerche psicologiche dicono che i bambini si fanno l’immagine di Dio sul modello del loro papà. La preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre Nostro. Una mamma che prega con i propri figli è una cosa bella, ma quasi normale. Un papà che prega con i propri figli lascerà in loro un’impronta indelebile.

venerdì 24 gennaio 2014

La pace del mondo e la pace di Gesù Cristo





OSARE LA PACE PER FEDE

Don Tonino Bello - Discorso all’Arena di Verona del 30 aprile 1989 - 2ª parte



La seconda cosa che voglio dirvi, strettamente collegata con la prima, è questa: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei profeti, il Dio che in Gesù ha manifestato il suo volto trinitario, non è il Dio di Socrate, di Platone, di Aristotele, delle accademie, dei filosofi insomma.
Il Dio dei filosofi è l’ultima conclusione della nostra attività raziocinante. È la soglia suprema messa in cima a tutta l’impalcatura degli umani sillogismi. È la casa che svetta sui basamenti della nostra logica organica.
La sua tenuta dipende dalla saldezza dì questi basamenti. Se un solo passaggio razionale
cede sotto l’urto di un ragionamento opposto, ruzzola anche Dio che ci sta sopra. Il Dio dei filosofi, insomma, è un Dio che regge solo se è garantito dalla sicurezza dei nostri argomenti. E poi non scalda. Non coinvolge. Non ti riempie di passione.

Accettare questo Dio è come sposare una donna di cui hai preso tutte le misure, di cui ti sei fatto consegnare tutti i certificati di garanzia, e contro i cui rischi di abbandono ti sei premunito con mille polizze di assicurazione.
Il Dio di Gesù Cristo è diverso. Non viene dal basso. Ci è stato rivelato dall’alto. Non è frutto della carne e del sangue della nostra sapienza terrena. È un Dio garantito solo dalla nudità della nostra fede. Non è un Dio a cui ci si aggrappa con i funambolismi della mente. Ma un Dio a cui ci si abbandona con la fiducia del cuore, dietro un richiamo che inesorabilmente ti precede.

Attenzione! Non è che si voglia disprezzare la fatica della ricerca umana o che si intenda svilire l’importanza di un Dio trovato dagli sforzi del nostro pensiero. No! Quella della ricerca razionale di Dio è una fatica benedetta, che ogni cristiano deve compiere con tutti gli altri uomini che lo cercano con cuore sincero.
Diciamo solo che questo Dio, dopo che l’abbiamo trovato, non ci appaga. Anzi, non ci si può chiamare neppure credenti per il semplice fatto di averlo raggiunto attraverso gli impervi sentieri del pensiero. Il Dio vero, quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, quello rivelatoci da Gesù, è totalmente Altro ed è totalmente Oltre. E noi credenti, dopo aver condiviso la fatica del pensiero con tutti i ricercatori onesti, dobbiamo essere l’indice puntato verso questo totalmente Altro e
totalmente Oltre.

La pace del mondo e la pace di Gesù Cristo. Ed eccoci al momento cruciale di questa seconda riflessione. Per la pace vale lo stesso discorso che si è fatto per Dio.

C’è una pace dei filosofi. E c’è una pace di Cristo. La prima è quella prodotta dai nostri
sforzi diplomatici, costruita dai dosaggi delle cancellerie, frutto degli equilibri messi in atto dalle potenze terrene. Al punto che, se una sola condizione va in crisi, si rompe il giocattolo e ruzzola tutto intero il castello.

La pace di Cristo, invece, è quella che non esige garanzie, che scavalca le coperture prudenziali, e che resiste anche quando crollano i puntelli del bilanciamento fondato sul calcolo. Questo è il
senso profondo dell’espressione evangelica che proprio oggi è risuonata nella Messa:
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come ve la dà il mondo, io la do a voi”
(Gv 14,27)

Questo è il salto di qualità a cui ci provoca la frase divenuta ormai celebre di D. Bonhoeffer: “Osare la pace per fede”. Ci riempie di commozione un testo che questo grande testimone del Risorto scrisse nel 1934, e che è divenuto un monito per noi:
“Una via alla pace che passi per la sicurezza non c’è. La pace infatti deve essere osata. È un grande rischio, e non si lascia mai e poi mai garantire.

giovedì 23 gennaio 2014

Frutto della giustizia sarà la pace (Isaia32,17)


PACE, GIUSTIZIA E SALVAGUARDIA DEL CREATO 
di don Tonino Bello
Discorso all’Arena di Verona del 30 aprile 1989 - 1ª parte


La prima cosa che desidero dirvi è questa: l’evoluzione del concetto di pace ha subito lo stesso arricchimento che, nella rivelazione cristiana, ha avuto il concetto di Dio.
Nell’economia del Vecchio Testamento, il monoteismo assoluto di Jahweh era il cardine portante di tutta la storia della salvezza. Poi, “quando venne la pienezza dei tempi”, Gesù ci ha rivelato che Dio è pluralità di persone: Padre, Figlio e Spirito. Esse vivono così profondamente la convivialità delle differenze, esistono cioè così unicamente l’una per l’altra, che formano un solo Dio.
Si è passati, così, dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario di Dio.

Per la pace è avvenuta la stessa cosa. Siamo giunti alla pienezza dei tempi, ed è balenata alle nostre coscienze la convinzione che la pace oggi si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato. Siamo passati, per così dire, dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario della pace. Dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario della pace...

Tutto questo crea scandalo.
Finché per secoli e secoli nelle nostre chiese abbiamo parlato di pace, nessuno ha contestato. Quando, sulla scorta della Parola di Dio, si è scoperta la stretta parentela della pace con la giustizia, si sono scatenate le censure dei potenti. Sicché, la giustizia, collocata da Dio stesso accanto alla pace quale sua partner naturale, continua a destare, purtroppo, più sospetto di quanto non susciti scandalo quando viene collocata, sia pure come aggettivo, accanto alla guerra. Tant’è che si parla ancora di “guerra giusta”.

“... nella pienezza dei tempi”. Carissimi amici, anche per quanto riguarda la pace è giunta la pienezza dei tempi.
Oggi abbiamo il privilegio di capire che l’annuncio della Pace si completa, oltre che con la lotta per la giustizia, anche con l’impegno per la salvaguardia del creato. Quello della tutela dell’ambiente non è l’ultimo ritrovato della nostra furbizia brontolona o delle nostre strategie del consenso
.
Non è ammiccamento alle mode correnti. Ma è un compito primordiale che ci sovrasta come partner dello Spirito Santo, affinché la terra passi dal “Kàos”, cioè dallo sbadiglio di noia e di morte, al “Kòsmos”, cioè alla situazione di trasparenza e di grazia. E si realizzerà la splendida intuizione dì Isaia che, addirittura invertendone l’ordine, aveva collegato insieme salvaguardia del creato, giustizia e pace: 
“In noi sarà infuso uno Spirito dall’alto.
Allora il deserto diventerà un giardino...
e la giustizia regnerà nel giardino...
e frutto della giustizia sarà la pace” (Is 32,15-17).

C’è da chiedersi: è mai possibile che questa visione trinitaria della pace, così saldamente
fondata sui plinti della Sacra Scrittura, abbia tanto stentato a diffondersi perfino nelle nostre Chiese?
La risposta è semplice: se solo ora dal monoteismo assoluto della pace siamo passati al monoteismo trinitario, è perché siamo giunti davvero alla pienezza dei tempi. Il che non significa che ormai il discorso sia acquisito. Tutt’altro. Come per il discorso trinitario su Dio, nei primi dieci secoli
del cristianesimo, si sono sostenute tante lotte, sono scoppiate tante dispute, e sono celebrati tanti Concili; così sarà per il discorso trinitario sulla pace.

martedì 21 gennaio 2014

La pace, vestaglia da camera o di zaino da viandante?




1 - LA PACE COME CAMMINO,   di  Don Tonino Bello





Iniziamo con questo post a pubblicare alcune conferenze sulla Pace di Don Tonino Bello, certi di fare cosa gradita per molti che aspirano ad un mondo di pace dove sarà possibile sentirsi fratelli.



 La parola a Don Tonino Bello:

A dire il vero non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici.

Raramente sentiamo dire:

“Quell’uomo si affatica in pace”,

“lotta in pace”,

“strappa la vita coi denti in pace”...



Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni:

“Sta seduto in pace”,

“sta leggendo in pace”,

“medita in pace” e,

ovviamente, “riposa in pace”.



La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante.

Più il comfort del salotto che i pericoli della strada.

Più il caminetto che l’officina brulicante di problemi.

Più il silenzio del deserto che il traffico della metropoli.

Più la penombra raccolta di una chiesa che una riunione di sindacato.

Più il mistero della notte che i rumori del meriggio.



Occorre forse una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista.

Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.

Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo.



La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia.

Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio.

Rifiuta la tentazione del godimento.

Non tollera atteggiamenti sedentari.

Non annulla la conflittualità.

Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”.



Sì, la pace prima che traguardo, è cammino.

E, per giunta, cammino in salita.



Vuol dire allora che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi, i suoi percorsi preferenziali

ed i suoi tempi tecnici, i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni.

Forse anche le sue soste.

Se è così, occorrono attese pazienti.



E sarà beato, perché operatore di pace,

non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte.

Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai – su questa

terra s’intende – pienamente raggiunta.



sabato 18 gennaio 2014

Papa Francesco, la fede e noi



La Chiesa è piena di cristiani sconfitti? 






Al centro dell’omelia del Papa, il brano della prima Lettera di San Giovanni in cui l’apostolo “insiste” su “quella parola che per lui è come l’espressione della vita cristiana”: “rimanere nel Signore”, per amare Dio e il prossimo. Questo “rimanere nell’amore” di Dio è opera dello Spirito Santo e della nostra fede e produce un effetto concreto:

“Chiunque rimane in Dio, chiunque è stato generato da Dio, chiunque rimane nell’amore vince il mondo e la vittoria è la nostra fede.

Da parte nostra, la fede.
Da parte di Dio - per questo ‘rimanere’ - lo Spirito Santo, che fa questa opera di grazia.
Da parte nostra, la fede. E’ forte!

E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede! La nostra fede può tutto! E’ vittoria! E questo sarebbe bello che lo ripetessimo, anche a noi, perché tante volte siamo cristiani sconfitti.
Ma la Chiesa è piena di cristiani sconfitti, che non credono in questo, che la fede è vittoria; che non vivono questa fede, perché se non si vive questa fede, c’è la sconfitta e vince il mondo, il principe del mondo”.

Gesù – ricorda il Papa – ha lodato molto la fede dell’emorroissa, della cananea o del cieco nato e diceva che chi ha fede come un granello di senape può muovere le montagne. “Questa fede – afferma - chiede a noi due atteggiamenti: confessare e affidarci”. Innanzitutto “confessare”:

“La fede è confessare Dio, ma il Dio che si è rivelato a noi, dal tempo dei nostri padri fino ad ora; il Dio della storia.
E questo è quello che tutti i giorni noi recitiamo nel Credo. E una cosa è recitare il Credo dal cuore e un’altra come pappagalli, no?
Credo, credo in Dio, credo in Gesù Cristo, credo… Io credo in quello che dico? Questa confessione di fede è vera o io la dico un po’ a memoria, perché si deve dire? O credo a metà?

Confessare la fede! Tutta, non una parte! Tutta! E questa fede custodirla tutta, come è arrivata a noi, per la strada della tradizione: tutta la fede!

E come posso sapere se io confesso bene la fede? C’è un segno: chi confessa bene la fede, e tutta la fede, ha capacità di adorare, adorare Dio”.
“Noi sappiamo come chiedere a Dio, come ringraziare Dio ma adorare Dio, lodare Dio è di più! Soltanto chi ha questa fede forte è capace dell’adorazione”.
 
“Io oso dire che il termometro della vita della Chiesa è un po’ basso in questo”: c’è poca capacità di adorare, “non ne abbiamo tanta, alcuni sì…”. E questo “perché nella confessione della fede noi non siamo convinti o siamo convinti a metà”. Dunque – sottolinea il Papa – il primo atteggiamento è confessare la fede e custodirla. L’altro atteggiamento è “affidarsi”:

“L’uomo o la donna che ha fede si affida a Dio: si affida! Paolo, in un momento buio della sua vita, diceva: ‘Io so bene a chi mi sono affidato’. A Dio! Al Signore Gesù! Affidarsi: e questo ci porta alla speranza. Così come la confessione della fede ci porta all’adorazione e alla lode di Dio, l’affidarsi a Dio ci porta ad un atteggiamento di speranza. Ci sono tanti cristiani con una speranza con troppa acqua, non forte: una speranza debole. Perché? Perché non hanno la forza e il coraggio di affidarsi al Signore. Ma se noi cristiani crediamo confessando la fede, anche custodendo, facendo la custodia della fede, e affidandoci a Dio, al Signore, saremo cristiani vincitori. E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede!”.

Appunti presi da  articolo di Sergio Centofanti -Radio Vaticana


9 gennaio 2014