sabato 31 maggio 2014

Il nostro cuore è ballerino?

 


Il Papa: com’è il nostro cuore, fisso nello Spirito o ballerino?






2014-05-19 Radio Vaticana

Il cristiano abbia un cuore fisso nello Spirito Santo, non un cuore ballerino che va da una parte all’altra. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha incentrato la sua omelia su San Paolo che, ha detto, fu capace di evangelizzare senza sosta perché il suo cuore riceveva fermezza dallo Spirito Santo.

 Il servizio di Alessandro Gisotti:

Com’è il nostro cuore? Papa Francesco ha svolto la sua omelia sul binomio “movimento-fermezza” nel cuore dei cristiani. Il Papa ha preso spunto dalla Prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, dove possiamo ammirare l’impegno per l’evangelizzazione di San Paolo, che ha “cuore fermo ma in continuo movimento”. L’Apostolo delle Genti viene, infatti, da Icònio dove hanno tentato di ucciderlo, ma non si lamenta per questo. Va avanti ad evangelizzare nella zona della Licaònia e, nel nome del Signore, guarisce un paralitico. Succede così che i pagani, avendo visto questo miracolo, pensano che Paolo e Barnaba, che lo accompagna, siano degli dei scesi sulla terra, siano Zeus ed Hermes. Paolo, ha osservato il Pontefice, “ha fatto fatica per convincerli che loro erano uomini”. Queste, ha proseguito, “sono le vicende umane nelle quali Paolo viveva”:

“E noi ne abbiamo tante, tutti noi; noi siamo fra tante vicende, che ci muovono da una parte all’altra. Ma abbiamo chiesto la grazia di avere il cuore fisso, come lo aveva Paolo: per non lamentarsi di quella persecuzione andò a cercare in un’altra città; incominciare a predicare lì; guarire un malato; rendersene conto che quell’uomo aveva la fede sufficiente per essere guarito; poi, calmare questa gente entusiasta che voleva fargli un sacrificio; poi, proclamare che c’è un solo Dio, con il linguaggio culturale loro. Ma, una cosa dietro l’altra... E questo soltanto viene da un cuore fisso”.

“Dove aveva il cuore Paolo – è la domanda di Francesco – per fare tanti cambiamenti in poco tempo e venire incontro alle situazioni in un modo adeguato?” Nel Vangelo, ha affermato il Papa, Gesù ci dice che lo Spirito Santo, inviato dal Padre, “insegnerà ogni cosa” e “ricorderà tutto ciò” che Lui aveva detto. Il cuore di San Paolo, dunque, “è fisso nello Spirito Santo”, questo “dono che Gesù ci ha mandato”. E tutti noi, ha avvertito, “se vogliamo trovare fermezza nella nostra vita” dobbiamo “andare da Lui. Lui è nel nostro cuore, lo abbiamo ricevuto nel Battesimo”.

 Lo Spirito Santo, ha riaffermato, “ci dà forza, ci dà questa fermezza per andare avanti nella vita fra tante vicende”. E Gesù, ha soggiunto, ci dice “due cose” dello Spirito Santo: “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò” che ho detto. Ed è proprio quello che accade con San Paolo: “gli insegna e gli ricorda” il “messaggio di salvezza”. E’ lo Spirito Santo che dà fermezza al suo cuore.

“Con questo esempio, possiamo oggi chiederci: com’è il mio cuore? E’ un cuore che sembra un ballerino, che va da una parte all’altra, che sembra una farfalla, che oggi piace questo..., che va sempre in movimento; è un cuore che si spaventa delle vicende della vita, e si nasconde e ha paura di dare testimonianza di Gesù Cristo; è un cuore coraggioso o è un cuore che ha tanto timore e cerca sempre di nascondersi? Di che cosa ha cura il nostro cuore? Qual è il tesoro al quale il nostro cuore è attaccato? E’ un cuore fisso nelle creature, nei problemi che tutti abbiamo? E’ un cuore fisso negli dei di tutti i giorni o è un cuore fisso nello Spirito Santo?”

Il Papa ha affermato che ci farà bene domandarci “dov’è la fermezza del nostro cuore”. E anche “fare memoria di tante vicende che noi abbiamo ogni giorno: a casa, nel lavoro, con i figli, con la gente che abita con noi, con i compagni di lavoro, con tutti”:

“Io mi lascio portare da ognuna o vado a queste vicende col cuore fisso, che sa dove è? E l’unico che dà fermezza al nostro cuore è lo Spirito Santo. Ci farà bene pensare che noi abbiamo un bel dono, che ci ha lasciato Gesù, questo Spirito di fortezza, di consiglio, che ci aiuta ad andare avanti in mezzo, andare avanti fra le vicende di tutti i giorni. 

Facciamo questo esercizio, oggi, di domandarci com’è il nostro cuore: è fermo o no? E se è fermo, dove si ferma? Nelle cose o nello Spirito Santo? Ci farà bene!”




LETTERA DI PAPA FRANCESCO ALLE FAMIGLIE




Una lettera di Papa Francesco alle famiglie datata 2 Febbraio 2014: non tutti forse ci ricordiamo del contenuto di questa lettera. Rileggiamola e facciamo spesso quello che il Papa ci chiede con insistenza: la preghiera che ci chiede in questa lettera ci riguarda da vicino.





Care famiglie,
mi presento alla soglia della vostra casa per parlarvi di un evento che, come è noto, si svolgerà nel prossimo mese di ottobre in Vaticano. Si tratta dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per discutere sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. Oggi, infatti, la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo affrontando anche le nuove urgenze pastorali che riguardano la famiglia.

Questo importante appuntamento coinvolge tutto il Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici delle Chiese particolari del mondo intero, che partecipano attivamente alla sua preparazione con suggerimenti concreti e con l’apporto indispensabile della preghiera. Il sostegno della preghiera è quanto mai necessario e significativo specialmente da parte vostra, care famiglie. Infatti, questa Assemblea sinodale è dedicata in modo speciale a voi, alla vostra vocazione e missione nella Chiesa e nella società, ai problemi del matrimonio, della vita familiare, dell’educazione dei figli, e al ruolo delle famiglie nella missione della Chiesa.

 Pertanto vi chiedo di pregare intensamente lo Spirito Santo, affinché illumini i Padri sinodali e li guidi nel loro impegnativo compito. Come sapete, questa Assemblea sinodale straordinaria sarà seguita un anno dopo da quella ordinaria, che porterà avanti lo stesso tema della famiglia. E, in tale contesto, nel settembre 2015 si terrà anche l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Philadelphia. Preghiamo dunque tutti insieme perché, attraverso questi eventi, la Chiesa compia un vero cammino di discernimento e adotti i mezzi pastorali adeguati per aiutare le famiglie ad affrontare le sfide attuali con la luce e la forza che vengono dal Vangelo.
Vi scrivo questa lettera nel giorno in cui si celebra la festa della Presentazione di Gesù al tempio.

 L’evangelista Luca narra che la Madonna e san Giuseppe, secondo la Legge di Mosè, portarono il Bambino al tempio per offrirlo al Signore, e che due anziani, Simeone e Anna, mossi dallo Spirito Santo, andarono loro incontro e riconobbero in Gesù il Messia (cfr Lc 2,22-38). Simeone lo prese tra le braccia e ringraziò Dio perché finalmente aveva “visto” la salvezza; Anna, malgrado l’età avanzata, trovò nuovo vigore e si mise a parlare a tutti del Bambino. È un’immagine bella: due giovani genitori e due persone anziane, radunati da Gesù. Davvero Gesù fa incontrare e unisce le generazioni! Egli è la fonte inesauribile di quell’amore che vince ogni chiusura, ogni solitudine, ogni tristezza. Nel vostro cammino familiare, voi condividete tanti momenti belli: i pasti, il riposo, il lavoro in casa, il divertimento, la preghiera, i viaggi e i pellegrinaggi, le azioni di solidarietà… Tuttavia, se manca l’amore manca la gioia, e l’amore autentico ce lo dona Gesù: ci offre la sua Parola, che illumina la nostra strada; ci dà il Pane di vita, che sostiene la fatica quotidiana del nostro cammino.

Care famiglie, la vostra preghiera per il Sinodo dei Vescovi sarà un tesoro prezioso che arricchirà la Chiesa. Vi ringrazio, e vi chiedo di pregare anche per me, perché possa servire il Popolo di Dio nella verità e nella carità. La protezione della Beata Vergine Maria e di san Giuseppe accompagni sempre tutti voi e vi aiuti a camminare uniti nell’amore e nel servizio reciproco. Di cuore invoco su ogni famiglia la benedizione del Signore.
Dal Vaticano, 2 Febbraio 2014 Festa della Presentazione del Signore

FRANCESCO



venerdì 9 maggio 2014

Almeno una volta hai sognato una Chiesa diversa








La chiesa che sogniamo


Sogniamo una Chiesa che cammina.
Da Gerusalemme verso la periferia.
Sogniamo una Chiesa che si ferma,
davanti all'uomo ferito.
Non chiede da dove vieni, a che religione appartieni, cosa pensi.
Si ferma semplicemente.


Sogniamo una Chiesa che non si lascia sedurre dalla paura.
Sta con i piccoli senza pretendere che siano perfetti.
Sogniamo una Chiesa che non si vergogna dell'uomo.
Lo abbraccia anche se è contaminato.


Sogniamo una Chiesa che non usa violenza.
Nelle parole, dure come le pietre.
Negli sguardi che sfuggono i volti.
Nei piedi che marciano con i più forti.


Sogniamo una Chiesa meno prudente.
Come lo fu il suo Maestro.
Sogniamo una Chiesa che non giudica.
Non condanna.
Non opprime.


Sogniamo una Chiesa che impari dai piccoli.
Senza paura di piangere.
E di ridere.
Di morire.
E di risorgere.


Sogniamo una Chiesa meno sicura.
Più fragile.
Come lo fu il suo Maestro.
Più umana come lui.


Sogniamo una Chiesa di Chiese.
Dove nessuno sia primo.
Dove nessuno sia ultimo.
Semplicemente discepola del suo Maestro.


Sogniamo una Chiesa che grida,
quando l'uomo grida.
Che danza quando l'uomo danza.
Che partorisce quando la donna partorisce.
Che muore quando la donna muore.


Sogniamo una Chiesa che non si difende.
Ma che difende i piccoli.
Sogniamo una Chiesa che perdona.
Che canti i salmi nella notte.
Che tenga le porte aperte delle proprie cattedrali.

Sogniamo una Chiesa che sogna. Il sogno del suo Maestro.
Che chiama nella notte come un bambino.
Perché vuole che quel sogno continui. Amen.



Da Qumran.net , ritagli


venerdì 18 aprile 2014

Mistero pasquale, mistero di gioia…




Quel pomeriggio di molti anni fa, Gesù era in croce ma danzava di gioia.


Mistero pasquale, mistero di gioia…
Di Don Michelangelo Tondolo

Nel Giardino degli Ulivi, mentre Gesù stava pregando, arrivano quelli che volevano arrestarlo. Gesù vuole che anche Giuda capisca il gesto dell’Ultima Cena. Purtroppo il suo discepolo arriva, si avvicina a Gesù e compie un gesto affinché nel pieno della notte le guardie possano vederlo e prenderlo…Giuda si avvicina, lo abbraccia e lo bacia.

Anche in questa situazione così terribile… Gesù ha la forza di chiamarlo “Amico”, <<Amico, tu mi tradisci, ma guarda che io ti ho già perdonato ancor prima che le guardie venissero, e sappi che io ho dato la vita per te, che io morirò anche per te; affinché il vostro amore tra fratelli sia alimentato dal mio: unico e generoso>>.
Giuda non solo lo tradisce, ma non capisce un tubo di questo amore così libero, gratuito e liberante del suo amico Gesù, infatti va… a uccidersi.

Invece un altro crocifisso e sofferente come Lui in croce, riconosce che Gesù, proprio per il fatto di essere innocente, non si era mai difeso. E a questa Persona, per la prima volta nella sua vita, con coraggio chiede aiuto e comprensione verso quel Dio di cui non gli era mai fregato niente. E prima di morire gli dice:<<Io ho combattuto i Romani e loro hanno fatto poi del male al popolo che io difendevo.. tu invece sei stato buono con tutti, non hai mai commesso peccati, mai hai parlato male degli altri o detto cattiverie..beh quando ritornerai vicino al tuo Papà, ricordati di me! Io son stato un ladrone, un violento, un terrorista…>>.

Ecco due modi di morire diversi, due peccatori: uno lo era stato per tutta la sua vita, l’altro, Giuda, solo negli ultimi istanti. Gesù moriva per entrambi: per chi lo aveva tradito e per chi lo aveva invocato e al suo grande e immenso Papà diceva:<<Perdona tutti gli uomini, se peccano è perché vengono imbrogliati, si lasciano illudere e non sanno quello che fanno>>.

Così in quel pomeriggio di molti anni fa, Gesù era in croce ma danzava di gioia. Stava danzando per il fariseo e il pubblicano, per il sacerdote del tempio e per il romano, per lo scriba e per chi non conosceva Dio, per la peccatrice perdonata e per l’amico Lazzaro risuscitato. Sì Dio danzava per tutte quelle persone che lo avevano conosciuto, che lo avevano toccato, per noi che lo abbiamo conosciuto tramite i nostri nonni e genitori.

Gesù fisicamente piangeva, urlava, ma nel suo spirito danzava di gioia perché finalmente l’uomo era da Lui riconciliato con Dio suo Papà.

Gesù quel pomeriggio, inchiodato alla croce, danzava di gioia tra il cielo e la terra, invitava alla festa del perdono e diceva:<<Venite amici ebrei, il banchetto è pronto! Venite pagani, venite voi che non credete, venite voi che vi pensate così peccatori da non sentirvi degni di essere vicini al mio Papà, venite! Il Regno ormai è aperto e tutti voi, che Dio ha tanto amato fino a donarvi me, il suo unico Figlio!!!>>.

…quel pomeriggio fu sepolto dai suoi amici in una tomba, ma Lui era il Signore della vita e alla vita sarebbe ritornato, chiamato da Dio il suo grande e immenso papà.

E oggi questo Gesù a ciascuno di noi dice :<<Amami come sei, conosco le tue difficoltà, le tue deficienze, le tue miserie, le tue stanchezze, i tuoi peccati, le tentazioni della tua carne, il tuo essere vigliacco, la poca fede nel tuo essere comunque figlio mio… ma ti dico lo stesso: amami come sei. Voglio il tuo cuore; non aspettare che tu sia perfetto per amarmi, perché rischierai di non amarmi mai! Non voglio trasformarti, ma ti amo così: come Giuda o il ladrone sulla croce. Oggi son qui alla tua porta con le ferite, ma risorto, e busso alla tua porta: non voglio condannarti, ma amarti. Figlio e figlia mia aspetto il tuo amore, ma io ti amo già così come sei; io ti ho donato la vita: te l’ ho data per amare così come sei>>.




venerdì 11 aprile 2014

Chi è costui? Chi è questo Gesù?




Domenica delle palme-Settimana santa

 
Ci avviciniamo alla Pasqua: domenica 13 aprile andremo in processione col nostro rametto di olivo incontro a Gesù , facciamo festa: è giusto che sia così, siamo felici per la nostra salvezza e nel ricordo, nella commemorazione e celebrazione ringraziamo il Redentore. Penso che sia giusto chiedersi nel profondo del nostro animo, mentre leggiamo e riflettiamo sulla sua passione e morte di Gesù, chi è questo Gesù per me, per noi comunità cristiana.
L’articolo che propongo, di don Giovanni Berti, parroco di Bussolengo (Verona) ci aiuti a rispondere a questa domanda: Chi è Gesù per me, per noi comunità cristiana?

Non c'è risposta senza domanda: chi è costui?


Il racconto della passione di Gesù… introduce alla settimana più importante dal punto di vista liturgico per i cristiani, una settimana che proprio per questo è chiamata "santa".
Il racconto delle ultime ore di Gesù, del suo arresto, processo, condanna e morte in croce, lo conosciamo abbastanza bene. Fin da subito i cristiani hanno voluto che non si perdesse la memoria di questi fatti. Senza questo tutta la vicenda di Gesù perderebbe forza e valore. Lo stesso Gesù, durante i tre anni della sua missione, più volte ricorda ai discepoli che solo dopo la morte e resurrezione tutto diventerà più chiaro e definitivo.

E' davvero significativo che proprio ad introdurre tutto il lungo racconto della passione, la Chiesa faccia leggere questo brano dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme. E' un evento che subito appare in forte contrasto con quello che poi viene letto nel Vangelo della passione. Qui Gesù è portato in trionfo come un re, e proprio come ad un re gli viene reso omaggio. Poi il racconto invece precipita in un dramma profondo...
E' la domanda che sta quasi alla fine del breve racconto che mi fa riflettere. Ad un certo punto viene chiesto da molti "Chi è costui?".

Bella domanda!
Si, chi è questo Gesù?

Allora, ai tempi dei fatti narrati, la domanda era davvero aperta. Molti conoscevano Gesù per sentito dire (sia in positivo che in negativo), e molti ne conoscevano i segni e gli insegnamenti. Mi immagino che questa domanda accompagni anche i discepoli suoi amici, che in fondo in fondo non hanno ancora capito bene chi è questo loro maestro, che ha atteggiamenti da re e Messia, ma sempre più destinato al rifiuto e alla condanna...

Oggi questa domanda, da un punto di vista strettamente teologico e catechistico, ha la sua risposta. Se uno di noi non ha dimenticato del tutto quel che gli è stato insegnato, sa bene chi è Gesù: il Figlio di Dio, colui che è morto e risorto, il giudice della fine dei tempi...ecc. Abbiamo migliaia di pagine di catechismi e sussidi vari che in mille modi diversi ci dicono chi è Gesù...

Il bellissimo passo della lettera ai Filippesi ( Filippesi 2,6-11) che ci viene proposto come seconda lettura, è una delle risposte più belle alla domanda "chi è costui". Vale davvero la pena di leggersela e direi anche di impararsela a memoria, come una preghiera da incidere nella mente e nel cuore...

Non siamo dunque nella condizione degli abitanti di Gerusalemme o degli apostoli di fronte alla domanda "chi è costui", ma la domanda ha un'altra direzione, più personale e comunitaria: Chi è costui PER ME... e PER NOI?

E' una domanda fondamentale da farsi prima di ritornare a leggere il racconto della passione. Se non ho questa domanda, qualsiasi risposta mi volerà sopra la testa, e la celebrazione della Pasqua rimarrà un vuoto cerimoniale...

Questo vale anche per tutta la comunità e direi anche per l'intera nostra società: chi è Gesù per noi? La risposta, se la accoglieremo, non ci potrà lasciare uguali di prima, non solo nella testa, ma soprattutto nella vita e nelle scelte concrete.

In questi giorni assistiamo alle tante "via crucis" umane, fatte di guerre, cataclismi, migrazioni... Cosa dicono a noi cristiani, a me che ho il nome di Gesù Cristo inciso con l'acqua del Battesimo? La risposta della Pasqua è che Dio si è infilato fino in fondo nella pelle umana fino a morire, scegliendo la strada della non violenza e della totale solidarietà con ogni (OGNI!!) uomo.

Chi è costui?... chi sono io? Chi siamo noi?

L'antico racconto della passione ce lo racconta di nuovo, e di nuovo questa settimana santa diventa un piccolo ma definitivo itinerario per conoscere Gesù davvero.
Se scopriremo e ri-scopriremo questa identità di Gesù, ancora una volta sentiremo il dovere di dirlo ad altri.

Da "chi è Gesù per me...", al "chi è Gesù...per te". E' la missione del cristiano che desidera che anche altri riscoprano la vera identità di Gesù, e con lei un modo davvero diverso di vivere la vita e di servire l'uomo.

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,

perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
1e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

martedì 1 aprile 2014

LA CROCE: stoltezza...debolezza...manifestazione dello Spirito e della sua potenza





La croce


 (1Cor 1,17-18; 22-29;2,1-5)
17 Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. 22 Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.

2,1 Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. 3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.


Stoltezza e follia

Tra gli ebrei, abituati a pensare le manifestazioni di Dio sullo schema dei prodigi dell’esodo dall’Egitto, era comune l’attesa di un Dio vittorioso e potente, risolutore, a cui nessuno avrebbe potuto opporsi. I vangeli ricordano che più volte furono chiesti a Gesù segni convincenti (cfr Mc 8,11; Mt 16,1; Gv 2,18;6,30). In questa prospettiva la debolezza della croce appariva una via completamente estranea al piano di Dio: uno scandalo.


I greci erano abituati a valutare in termini di genialità, di originalità e di affermazione di sé. Per la loro cultura, lo spendersi del Cristo in croce e il suo ostinato amore apparivano mortificazione di ogni originalità, mancanza di genialità e stoltezza: il contrario dei contrassegni dell’epifania di Dio.



Ancora oggi la croce è scandalo e stoltezza e il motivo è sempre lo stesso: agli occhi degli uomini appare segno di debolezza che la libertà vera si possa ottenere solo quando, sulle orme di Gesù crocifisso, si ha il coraggio di consegnare tutta la propria esistenza nelle mani di Dio Padre, per essere liberi di servire gli uomini. L’incredulo vede in essa uno scandalo insuperabile, uno scandalo teologico, e quindi trova in essa la giustificazione del proprio rifiuto.


Sapienza e potenza di Dio

Per chi crede, la croce è manifestazione suprema dell’amore del Padre e del dono di Gesù, il gesto che fa toccare con mano l’inesauribile amore di Dio verso di noi.

Potenza perché proprio nell’apparente debolezza dell’amore e del dono di sé Dio ha salvato il mondo.

Sapienza perché il volto di Dio è fatto di amore: fare il segno della croce o portare la croce al collo deve essere testimonianza che, nella nostra povertà e fragilità, ci dichiariamo anche noi dalla parte di quell’amore capace di sacrificare la propria vita.



La Passione è uno scandalo da superare: scandalo teologico perché non si tratta soltanto di accettare la croce come un momento qualsiasi della vicenda del Messia, ma come il luogo privilegiato in cui Dio si è manifestato nella sua realtà profonda e nella sua forza vittoriosa.



La croce non è una smentita, una sconfitta, ma un compimento. E’ un passaggio obbligato per ogni discepolo, fa parte a pieno titolo della chiamata. Il credente trova nella croce la rivelazione più alta e insospettata del volto misericordioso di Dio, e ne fa la ragione della propria fede.



Per Gesù la croce è il prezzo della fedeltà e dell’amore a Dio e agli uomini. La croce è la rivelazione massima, oltre ogni attesa, della solidarietà di Dio nei confronti dell’uomo. Una solidarietà così forte che non si lascia vincere dallo stesso rifiuto dell’uomo. Rifiutato da noi, Gesù muore per noi.



La croce è la rivelazione di chi è veramente Dio: un amore infinito, superiore ad ogni immaginazione. Il gesto del Padre che dona il Figlio e del Figlio che dona se stesso non è misurato sul bisogno dell’uomo, ma sulla ricchezza dell’amore di Dio. Per tutto questo non solo la croce è lieta notizia, ma in un certo senso è il centro della lieta notizia.



Un secondo aspetto che fa della croce una lieta notizia è che essa mostra che la via dell’amore è vittoriosa: sembra perdente, ma è vittoriosa. La croce è una lieta notizia per tutti coloro che spendono la loro vita al servizio di Dio, della giustizia e della verità.



Sbaglieremo se pensassimo all’evento della croce come a un disguido prontamente riparato dalla risurrezione. La risurrezione è invece l’altra faccia della croce: non la riparazione di una sconfitta, ma il segno che la croce non era una sconfitta. La risurrezione è il segno che la via della fedeltà a Dio e del dono di sé fino alla croce è vincente.


Volgiamo lo sguardo a Cristo Crocifisso

Sulla croce, il Cristo ci sta davanti come l’uomo dei dolori, “rigettato dagli uomini”, “percosso da Dio e umiliato” (Is 53,3.4). Non ha “né apparenza né bellezza” (Is 53,2), tutto il suo splendore è scomparso, perché porta la bruttezza del nostro peccato.



Ma proprio in questa condizione di annientamento si rivela il più meraviglioso aspetto della sua bellezza: un Cristo che, pur schiantato dalla sofferenza, è pervaso di sovrana maestà.



Dal momento in cui è arrestato, alle varie fasi del processo fino al momento in cui, “chinato il capo, rese lo Spirito” (Gv 19,30), Cristo è l’uomo pienamente libero e padrone della propria vita, e’ il vero sommo sacerdote che offre se stesso in sacrificio sull’altare della croce, e che porta a compimento in se stesso tutte le Scritture (cfr Gv 19,30: “Tutto è compiuto”).



Da questo momento l’intero universo gravita intorno all’asse della sua croce, e tutti gli uomini,consapevoli o no, si muovono in questa sfera di attrazione. Volgere lo sguardo a Cristo crocifisso significa volgere lo sguardo del cuore, far convergere verso il Cristo tutto il nostro amore.

La contemplazione deve sfociare nella più intima comunione. Il mistero della croce deve essere assunto interamente e vissuto in ogni fibra del nostro essere. La passione di Cristo deve cioè diventare la nostra passione; la sua morte, la nostra morte. Dobbiamo unire al sacrificio del Signore il sacrificio quotidiano della nostra vita, sacrificio di obbedienza al Padre, nell’adesione al suo disegno su di noi.






Da Qumran.net

mercoledì 19 marzo 2014

Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so.



NOSTRO FRATELLO GIUDA
di Don Primo Mazzolari



Conosciuto come il parroco di Bozzolo, fu una delle più significative figure del Cattolicesimo italiano nella prima metà del Novecento. Il suo pensiero anticipò alcune delle istanze dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II (in particolare relativamente alla "Chiesa dei poveri", alla libertà religiosa, al pluralismo, al "dialogo coi lontani", alla distinzione tra errore ed erranti), tanto da venire definito "carismatico e profetico".

Sul piano politico, infine, i suoi atteggiamenti e la sua predicazione espressero una decisa opposizione all'ideologia fascista e ad ogni forma di ingiustizia e di violenza (tra l'altro nascose e salvò, durante la guerra, numerosi ebrei e antifascisti, come, dopo di essa, anche alcune persone coinvolte nel fascismo ingiustamente perseguitate).



Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.



Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice.



Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda.



Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello.



Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore.



Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi?

Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male.



L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione? Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore.



 C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti.



Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto!



 L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.



 C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari!



Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto.



Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno.



Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là. Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”.



Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di Cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare.



 Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario. Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui.

Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”. Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda.



 Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni.



Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico.



La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.


Registrazione effettuata a Bozzolo – Giovedì Santo 1958

Da Qumran.net

martedì 18 marzo 2014

Pasqua è il passaggio dall’oscurità della morte alla vita nuova della Risurrezione.







Siamo in piena quaresima e quindi ben incamminati verso la Pasqua



  Riflessioni sulla Pasqua di don Silvio Carlin

 Siamo in piena quaresima e quindi ben incamminati verso la Pasqua nel tentativo di compiere quella conversione a cui eravamo stati invitati fin dal Mercoledì delle Ceneri…

…Celebrare la Pasqua, la  festa delle feste, è accogliere nella propria vita di credenti la grande verità della Risurrezione di Gesù. “Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede, inutile la nostra predicazione”, dice San Paolo.
Gesù il Messia è risorto ed è vivente per sempre in mezzo a noi.

Credo che solo al ripeterlo questo annuncio riempia il nostro cuore di una gioia incontenibile. Sapere che Gesù è vivo per sempre, che ha vinto la morte, è motivo di travolgente desiderio di cantare, di gioire, di gridare ad alta voce che la vita è bella, che tutto può cambiare.

Pasqua vuol dire passaggio.
Storicamente è la festa della primavera che vince il gelido inverno.
Biblicamente è il passaggio dall’umiliante schiavitù in terra straniera alla liberazione della terra promessa dove scorre latte e miele.
Cristianamente è il passaggio dall’oscurità della morte alla vita nuova della Risurrezione.

E per noi? Che cosa è questa Pasqua … che celebriamo?
Credo che possa  e debba essere il passaggio dalla paura, dall’incertezza, al coraggio di essere se stessi, di essere creature nuove, di vivere in una dimensione alta e larga senza sostare nei nostri quietismi, nei nostri sì… d’accordo, a cui si contrappongono i ma,  gli “aspettiamo”, vediamo …non c’è fretta!

E’ vero che nella società c’è tanta incertezza e tanta paura di esporsi, di decidere.
Ha paura il bambino di crescere, perché vorrebbe rimanere sempre tale, coccolato e spesso viziato.
Ha paura il giovane del giudizio degli altri, di rimanere solo, ha paura di scegliere e lascia che siano gli altri a farlo per lui. E allora diventa schiavo e sceglie un profilo basso di vita, fatto di poco impegno, di nessuna presa di posizione, di evasione. Qualche volta cede all’ alcol, alla droga, alla sessualità staccata dall’amore, alle scorciatoie per avere soldi e carriera: tutti compromessi giocati sulla felicità vera.

Ha paura la coppia di dare spazio alla vita perché fatica a far quadrare il bilancio e  una nuova creatura, che potrebbe aumentare la loro  felicità e rendere  più bello il mondo, viene mortificata.
Abbiamo paura tutti del dolore, della solitudine, di non essere amati e di non poter amare abbastanza, della morte e allora ci lamentiamo con tutti e per tutto, ci agitiamo gridiamo come se tutto dipendesse dagli altri, dalla società, da chi ci governa, dalle calamità… Anche noi cristiani più impegnati, abbiamo paura che Cristo ci chieda di più. Abbiamo paura di una vocazione in famiglia.  Abbiamo paura di un impegno più grande nella comunità.
Quasi che Cristo non fosse capace di darci molto  più di quanto riusciamo a fare noi, con i nostri piccoli passi.

Ma tutte queste paure sono state vinte a Pasqua! “Non abbiate paura sono Io!.. ci ripete Gesù - Io sono con voi sino alla fine del mondo! Io ho vinto il mondo..”
Il problema è tutto qui: rinnovare la nostra fede  nel Risorto e nella  potenza della sua Risurrezione….

Da DON BOSCO INSIEME  www.donboscoinsieme

L'amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita».



Pasqua: Il giorno che celebra la vittoria dell'amore

di enzo bianchi 


In questi giorni di Pasqua emerge con forza la singolarità del cristianesimo tra tutte le religioni, ma emerge con forza anche ciò che nella fede cristiana appare uno «scandalo» e una «follia» per gli uomini religiosi e per quelli che si ritengono autosufficienti nel loro pensare. Va riconosciuto: le altre feste cristiane, con la loro aura poetica, sono vissute più o meno da tutti, ma la Pasqua appare una memoria e una festa irriducibile alla mentalità e al sentire comune. Che cosa rivivono i cristiani? Innanzitutto leggono e rileggono una storia di passione e di morte. Quella di Gesù di Nazaret, un uomo che - ci dicono quelli che sono stati coinvolti nella sua vita, che hanno vissuto e mangiato con lui - passava per le città e i villaggi della terra di Israele facendo il bene, curando, guarendo, consolando tutti quelli che incontrava.
Gesù parlava anche di un Dio che appariva «altro» per gli uomini religiosi del suo tempo, rendeva «vangelo», buona notizia, quel Dio al quale gli uomini avevano finito per dare immagini perverse proiettandovi i loro desideri mondani. Egli annunciava un Dio il cui amore non deve essere mai meritato, un Dio che ci ama sempre e gratuitamente, un Dio che non castiga ma perdona quelli che cadono nel male, un Dio che chiede riconciliazione e amore reciproco tra gli uomini, un Dio che vuole riconoscimento e culto come mezzi in vista dell'amore, perché egli stesso è amore. Gesù, inoltre, aveva parole durissime per i detentori del potere religioso, sacerdoti e dottori della legge, perché costoro si rendevano esenti dai pesi che facevano portare agli altri, perché cercavano di apparire esemplari senza mai tentare di esserlo realmente.

Gesù era scomodo, e per questo ebbe nemici, calunniatori che lo chiamavano falso profeta e indemoniato. Questi nemici riuscirono, mediante un illegale processo-farsa, a condannarlo come bestemmiatore di Dio e convinsero il potere politico che Gesù era anche un pericolo per l'autorità di Cesare. E così il potere religioso e quello politico, concordi tra loro, lo condannarono alla morte in croce, sentenza eseguita il 7 aprile dell'anno 30 della nostra era. Quel giorno Gesù in croce appariva come un maledetto da Dio e dagli uomini per i credenti giudei, come un uomo nocivo per l'impero agli occhi dei romani: nudo, nella vergogna, morì senza difendersi, senza rispondere alla violenza, amando e perdonando «fino alla fine», come aveva vissuto. La morte di Gesù è scandalosa, ignominiosa. Come si può credere a un uomo che fa questa fine, a un uomo condannato dai legittimi poteri religioso e civile? Come si può credere che un tale uomo sia stato inviato da Dio? Che Dio è quello che invia un uomo che si dice suo Figlio e poi fa quella fine? Non è credibile! Ecco «lo scandalo della croce», come lo definisce l'apostolo Paolo. E si badi bene: anche alcuni cristiani hanno fatto fatica ad accettare questa fine.

È infatti più facile accettare un Dio che vince, trionfa, regna, piuttosto che un Figlio di Dio che muore in croce. Sicché alcune chiese ammettevano che Gesù fosse Figlio di Dio ma non che potesse fare quella fine, e per questo costruirono teologie secondo le quali un altro era stato crocifisso al posto di Gesù, perché egli non poteva morire in quel modo... Di queste credenze si trovano tracce nel Corano, là dove sta scritto: «Non l'hanno ammazzato, non l'hanno crocifisso, perché Gesù fu sostituito da uno che gli rassomigliava» (Sura IV,157). Eppure i cristiani confessano la loro fede nel Crocifisso, e per questo la croce è il segno di Cristo, al quale essi guardano sapendo che, se la negano, non sono più cristiani. Ecco perché il Crocifisso non può essere ridotto a un simbolo culturale, come propone qualcuno che non sa cosa sia il cristianesimo né conosce le lettere di Paolo. Ma quest'uomo Gesù, morto in croce e sepolto in una tomba al tramonto di quel giorno vigilia della Pasqua, «non poteva restare preda della morte» (At 2,24), dice Pietro.

E infatti quando le sue discepole e i suoi discepoli si recano alla tomba all'alba del primo giorno della settimana non trovano più il cadavere di Gesù: la tomba è vuota! Fin qui giunge la storia, che nessuno può negare. Ma di fronte alla tomba vuota sorgono delle domande: il corpo morto di Gesù era stato rubato da qualcuno? Gesù non era veramente morto ed era fuggito? Dio era intervenuto per dire la sua parola definitiva su Gesù? Domande che ci sono testimoniate dagli stessi vangeli, i quali danno anche una risposta. I vangeli attestano che quelli che erano stati con Gesù alcuni anni, i suoi discepoli e testimoni, hanno cominciato a dire che Gesù era vivente, che il Padre, Dio, lo aveva richiamato dai morti, che essi l'avevano visto accanto e in mezzo a loro nella vita quotidiana. L'avevano visto con altri tratti fisici, con un altro corpo, ma i gesti da lui compiuti erano gli stessi: accompagnava i viandanti, consolava chi piangeva, spezzava il pane, offriva da mangiare, dava fiducia e perdono anche a chi l'aveva rinnegato e abbandonato nell'ora della tenebra e della passione.

Ecco, i cristiani ricordano, rivivono, si ridicono l'un l'altro semplicemente questo: l'amore vissuto da Gesù ha vinto la morte, il suo amore ha vinto l'odio e l'inimicizia. Sì, «Dio nessuno l'ha mai visto» - e nella cultura odierna Dio non gode di buona fama - «ma Gesù ce lo ha raccontato» (Gv 1,18). Gesù era umanissimo e ciò che aveva di eccezionale non era di ordine religioso ma umano. È con la sua umanità che egli, il Figlio di Dio e la Parola diventata uomo come noi, ci ha portato a Dio. Dopo la vita, morte e resurrezione di Gesù per un cristiano augurare «buona Pasqua» significa dunque affermare: «Vorrei dirti che l'amore vince la morte. Sia così per te, nella tua vita».