sabato 5 novembre 2011

Non voglio più andare al Catechismo!


BRUNO FERRERO

Non voglio più andare al Catechismo!

 

«Non c’è più la mia catechista!» «I miei compagni dell’anno scorso non ci sono più!» «Non ne ho più voglia!»
Che fare in questi casi? Obbligarli? Lasciar perdere? Aspettare un altro momento?
Quando un bambino si rifiuta di fare ciò che si attendono da lui, gli adulti si rifugiano istintivamente in alcuni comportamenti piuttosto comuni. Il primo è la fuga. Significa evitare di affrontare il problema, fingere che non esista e sperare che tutto alla fine in qualche modo si sistemi. Altri impongono risolutamente la loro volontà, a volte in termini brutali; se il bambino resiste, lo trascinano sul terreno del confronto aggressivo. Sanno di essere più forti di lui e non hanno dubbi su chi vincerà. Altri adottano una condotta seduttrice. Blandiscono, promettono ricompense, tentano con dolcezza, ma spesso finiscono per lasciar perdere. Nessuna di queste soluzioni è veramente soddisfacente. La fuga trasmette il messaggio: «Non si interessano a me», il conflitto «Non mi rispettano» e la seduzione «Sono deboli». Il bambino ha bisogno invece di contare per gli adulti, di sentirsi rispettato e di avere accanto qualcuno forte che garantisca la sua sicurezza. L’errore più frequente consiste nel credere che dire “no” sia respingere.
La maggioranza dei “no” sono invece atti d’amore. Sono i fari che indicano la rotta sicura.
Per una reazione sana è importante coniugare due atteggiamenti che a prima vista potrebbero apparire contradditori: la dolcezza e la forza. Se il bambino deve sentirsi compreso e amato, deve anche sapere che non potrà manipolare i genitori.
La prima cosa è lasciarlo parlare. Il rifiuto può avere cause molto differenti, che il più delle volte i genitori non immaginano neppure. Il bambino deve poter esprimere ciò che ha nel cuore, sentire che i suoi sentimenti sono compresi con l’intensità giusta.
Il secondo passo consiste nello sdrammatizzare, non con le solite banalità: «È una cosa da niente! Ma cosa vuoi che sia! Non fare lo sciocco!» e così via. Bensì aiutando il bambino a distinguere tra ciò che è soggettivo e ciò che è oggettivo.

Crescere è essere coraggiosi
Così un problema apparentemente di scarsa entità può trasformarsi in uno dei momenti cardine dell’educazione.
Si può dire: «Capisco che la nuova catechista non ti piaccia. Maria Rosa era veramente gentile e carina. Ma sei un bambino simpatico, farai subito amicizia», «Mi rendo conto che dopo la scuola preferiresti startene un po’ per conto tuo a giocare o guardare la tv e spesso il catechismo è noioso. Ma tu e i tuoi amici siete ricchi di fantasia: ci metterete un po’ di vivacità». Il tutto accompagnato da gesti di affettuosa solidarietà.
Il messaggio che in qualche modo deve passare, utile in questo caso e soprattutto per la vita, è che nella realtà ci sono tante cose che non ci piacciono, ma sono inevitabili e dobbiamo solo imparare a “fare i conti” con esse. Non si elimina un ostacolo scappando, ma trovando una soluzione valida. Qualche volta basta pensare: «È veramente una difficoltà così insormontabile o, in fondo, con un piccolo sforzo riesco a sopportarla? Non è quello che mi aspettavo, ma posso trarne qualcosa di buono, se voglio».
È importante suggerire al bambino che sta crescendo e che “diventare grandi” significa essere coraggiosi davanti alle difficoltà.
La mossa successiva è la più delicata. Il bambino deve essere aiutato a distinguere e valutare, sulla base di una scala di valori, ciò che è più importante da ciò che lo è meno. Il bambino, per esempio, dovrebbe superare il “guscio” esterno del catechismo e gustare il giusto valore del contenuto.
E quest’ultima importantissima cosa non si può fare con predicozzi pieni di buona volontà. A questo punto ciò che conta di più è la testimonianza degli adulti, il loro reale modo di vedere e vivere il rapporto con la Chiesa e soprattutto la concreta consistenza della loro vita di fede.
È proprio questo il nocciolo della questione: i genitori sono protagonisti del catechismo, non spettatori. I bambini non “si mandano” a catechismo! Il catechismo non è un lontano parente della scuola. La famiglia cresce nella Chiesa con i propri figli.

I bambini imparano solo quello che vivono
Anche per la religiosità vale il principio generale: i bambini imparano solo quello che vivono. L’apprendimento religioso passa attraverso l’osservazione e l’imitazione. La religiosità però viene acquisita non solo in base a un modello, ma anche attraverso l’insegnamento e l’accompagnamento. I bambini hanno il diritto di sapere e capire, di conoscere la storia di Gesù, le sue parole, la riflessione e la tradizione della comunità dei credenti. E poi di essere “iniziati” ad una vita “con Dio dentro”.
La terza via importante per imparare la religiosità passa attraverso il rafforzamento che viene dall’approvazione degli altri e la conferma sociale. La sicurezza interiore necessaria e l’autentica conoscenza e comprensione del comportamento religioso crescono non solo attraverso i genitori, ma anche attraverso la relazione dei bambini con la comunità dei credenti e con le sue attività.
In questo contesto sociale la Chiesa ha la sua elevata importanza in qualità di comunità credente: senza le tante altre persone che percorrono la strada verso Dio insieme a Gesù, la fede cristiana non è sperimentabile né può crescere. La conferma sociale derivante dalla preghiera e dalla celebrazione in comune nella chiesa o anche in gruppi, all’oratorio, fa apparire plausibile e degno di essere vissuto tutto ciò che viene trasmesso al bambino dai genitori e dai catechisti.

Da Bollettino Salesiano, ottobre 2011

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