venerdì 26 settembre 2014

Famiglia in preghiera

Proponiamo in questo post una serie di preghiere per la famiglia. Si dice che nelle famiglie non si prega più, non si insegna ai figli a pregare... e forse è maledettamente vero. Questa proposta è indirizzata ad ogni componente della famiglia, soprattutto agli sposi marito e moglie, alle mamme, e se volete fate partecipi i vostri figli. Un giorno vi ringrazieranno! Buona preghiera e tanta pace e serenità nelle vostre famiglie!!




Preghiere per la famiglia 


Maria, Madre dolcissima e Mamma nostra,
ti voglio presentare tutte quelle famiglie
 che vivono momenti di difficoltà e di crisi. 

Mamma cara,
hanno bisogno della tua serenità 
per potersi comprendere,
della tua tranquillità per poter dialogare,
del tuo amore per consolidare il loro
e della tua forza per ripartire.

I loro cuori sono stanchi
e distrutti dalle situazioni quotidiane,
ma davanti al tuo Figlio avevano detto:
"Sì, nella buona e cattiva sorte, in salute e malattia".

Dona l'eco di quelle parole, accendi la luce ormai spenta
per ridonare il giusto equilibrio a questa tua famiglia.
Regina delle famiglie, li affido a te.

Signore, sii presente nella nostra casa e in ogni famiglia.
 Aiuta e conforta tutte le famiglie che sono nella prova e nel dolore.

 Guarda o Padre, la nostra famiglia, 
che fiduciosamente aspetta da te il pane quotidiano.

Rasserena la nostra vita, fortifica i nostri corpi,
perché possiamo corrispondere più facilmente 
alla tua grazia divina e sentire su di noi il tuo amore paterno.

Per Cristo nostro Signore. 






Preghiera degli sposi per restare uniti


O Gesù, sii fra me e (nome marito, nome moglie)
affinché ci si sforzi sempre di essere uniti nel tuo Amore.

 Aiutaci ad essere sempre "un cuor solo e un'anima sola",
condividendo le gioie e i dolori di ogni giorno.

Fa' che ognuno di noi si impegni a essere vangelo vissuto.

Donaci il coraggio e l'umiltà di perdonarci sempre,
e di trovare sempre la forza di andare incontro all'altro,
e di mettere in risalto il molto che ci unisce
e non il poco che ci divide.

Dacci un cuore sensibile per scorgere sempre il tuo volto
in ognuno di noi
e in ogni croce che incontriamo.

Donaci un cuore fedele e aperto, che vibri
a ogni tocco della tua parola e della tua grazia.

Ispiraci sempre nuova fiducia e slancio
per non scoraggiarci di fronte ai fallimenti,
alle debolezze e alle ingratitudini.

Fa' che la nostra famiglia sia una vera chiesa domestica,
dove ognuno si sforza di comprendere, perdonare,
aiutare, condividere;
dove l'unica legge che ci lega e ci fa essere veri tuoi seguaci,
sia l'amore scambievole.
Amen
 
Per il dono della pace
Signore Gesù Cristo,
tu che conosci la profondità del nostro cuore,
la capacità di bene e di male che è in ogni uomo,
insegnaci a perdonare e a chiedere perdono,
ad avere pietà di noi stessi e degli altri.

Ricordati delle nostre famiglie,
benedette dal tuo amore,
ma spesso segnate dalle divisioni,
dai risentimenti e dall'odio.

Signore Gesù Cristo,
dona alle nostre case pace e risurrezione,
custodiscile nel tuo Cuore,
e mantienile unite con la forza del tuo amore.

Amen.


       Per avere la forza di perdonare

Signore Gesù, 
spesso trovo difficile il perdonare
e dimenticare il male ricevuto.
Ricordo che tu ci hai detto: 

"Siate misericordiosi 
come il Padre vostro è misericordioso;
non giudicate e non sarete giudicati;
non condannate e non sarete condannati;
perdonate e sarete perdonati".

Libera, ti prego, il mio cuore da ogni risentimento
e rendilo aperto alla riconciliazione.

 Tu che sulla Croce hai perdonato 
 e hai pregato per i tuoi crocifissori,
donami un amore grande come il tuo,
perché io faccia il primo passo
 verso la riconciliazione e la pace.
Amen.
 
 
Preghiera per avere pazienza


O Signore, salvatore paziente, 
tu accettasti come volontà del Padre
 l'amaro calice della tua passione e della tua morte, 

ascolta il mio lamento, 
e il tuo esempio
 mi aiuti a sopportare le mie sofferenze
 per partecipare, almeno in parte, alla tua passione.

Fa che la pazienza
 con la quale sopporterò i miei dolori 
esprima la riconoscenza profonda 
del mio amore per te, 
tu che sei il Cristo crocifisso. 
Amen.



Donami pace e serenità,
donami pazienza e calma, frena il mio istinto,

Signore Gesù.
Io ti invoco in questo momento di povertà,
perchè desidero arrivare ad affrontare
ogni imprevisto, ogni difficoltà, ogni incontro
con grande serenità che solo da Te, Signore, può venire.

Tu sei il mare calmo nella tempesta,
Tu sei la roccia salda nel cataclisma,
Tu sei la vera pace.

Donami la Tua Pace.
 
Signore, aiutaci quando le cose non vanno bene


Signore, ci sono giornate
nelle quali le cose non vanno bene,
siamo scontenti l'uno dell'altra,
è fatica rompere il silenzio,
portiamo nel cuore la divisione e l'amarezza.

Aiutaci a capire i nostri sbagli
e donaci il coraggio e l'umiltà
per riconoscerli e lasciarci correggere,
per chiedere e donare perdono.

Aiutaci a comprendere
la sofferenza e l'attesa che c'è nel cuore dell'altro,
donaci la forza del primo passo
che apre la strada all'intesa e all'amore.

Aiutaci a non far mai venir meno il dialogo 
nella nostra vita quotidiana,
a incontrarci sempre nella sincerità e nella verità.

Aiutaci perché anche nella fatica
delle difficoltà e dei conflitti
riusciamo a trovare un'occasione per crescere,
per imparare a perdonare,
per conoscerci meglio, per scoprire che l'amore
è più forte della nostra debolezza.

Aiutaci a comprenderci
e ad accoglierci nelle nostre diversità,
perché, anziché motivo di divisione,
esse diventino occasioni preziose
di unità e di ricchezza per noi e per gli altri.

Amen

http://www.preghiereperlafamiglia.it
 

mercoledì 10 settembre 2014

Giovani di ieri e di oggi, dite la vostra…



Con i piedi per terra, ma non troppo


I giovani del terzo millennio sono spesso rinunciatari, disillusi, realisti fino alla rassegnazione. Partono già sconfitti prima ancora di cominciare a fare progetti e a fantasticare sul loro futuro.

"Tieni i piedi per terra. Non perdere di vista la realtà. Non fare progetti al di fuori della tua portata. Non sognare troppo in grande, se non vuoi rischiare di rimanere deluso!".

La paura di scottarsi e di andare incontro ad una delusione cocente, il timore di illudersi e di dover poi fare i conti con una realtà che è sempre più avara di opportunità e di spazi di realizzazione spingono molti giovani a fare di un esasperato realismo il loro imperativo di vita, foriero di fatalismo e di disincanto.

I giovani del terzo millennio sono, spesso, rinunciatari, disillusi, realisti fino alla rassegnazione. Partono già sconfitti prima ancora di cominciare a fare progetti e a fantasticare sul loro futuro. Scelgono a quale facoltà iscriversi o quale percorso di formazione intraprendere in funzione della richiesta e della "spendibilità" sul mercato di determinati profili professionali, anche a costo di sacrificare sull'altare di un disincantato pragmatismo i loro interessi e le loro aspirazioni più profonde.

Rinunciano a priori ad inseguire un sogno che gli sembra troppo grande e con scarsi margini di realizzazione, per convogliare le loro energie e i loro investimenti esistenziali in progetti che mostrano un più alto grado di fattibilità. Si auto-convincono sin da adolescenti - o, forse, si lasciano convincere - che sognare troppo fa male, perché distoglie dal raggiungimento di obiettivi concreti e di immediata utilità.

Sono così bravi a calcolare costi e benefici di ogni loro scelta, a confrontare opzioni diverse per scegliere quella più "vantaggiosa", a schivare possibili rischi e delusioni sulla strada della loro realizzazione professionale, affettiva ed esistenziale che, a volte, perdono di vista i loro interessi, i loro sogni, le loro passioni più autentiche, accontentandosi di traguardi magari meno gratificanti, ma più sicuri e a più breve scadenza.

Volano basso per non rischiare di cadere e, intanto, vivono a metà, con il freno a mano tirato, rinunciando a fare di più, a investire maggiori energie nella costruzione del loro futuro, ma soprattutto mortificando la loro innata vocazione ad osare e a mettersi in gioco per realizzare qualcosa di grande.

È l'eterno dilemma tra il certo e l'incerto, tra la logica utilitarista e calcolatrice del massimo risultato con il minimo sforzo e quella, ben più rischiosa, della scommessa, tra un realismo spinto fino al disincanto e allo scetticismo più radicali e il desiderio mai sopito di volare più in alto e realizzare i propri sogni.

Forse, come spesso accade, anche in questo caso in medio stat virtus. Pur facendo tesoro della prudenza e del pragmatismo cui li sollecita la presente fase storica, i giovani hanno bisogno di riappropriarsi della capacità di sognare, di rischiare, di scommettere sul proprio futuro, che ormai appare come atrofizzata e prigioniera di un troppo lucido cinismo.

Pur mantenendo i piedi ben piantati per terra, hanno bisogno di tornare ad alzare lo sguardo, per accorgersi delle piccole e grandi occasioni che la vita offre loro, per lasciarsi di nuovo affascinare dalla bellezza del mondo, per ricominciare a scrutare speranzosi l'orizzonte di un futuro che non riserva loro solo difficoltà e potenziali fallimenti, ma anche stimoli costruttivi e opportunità di crescita. E forse così ritroveranno anche quel coraggio e quell'audacia che soli possono aiutarli a spiegare le ali e a spiccare il volo e si rammenteranno che vale la pena correre il rischio di essere felici.

(Negrita, Il giorno delle verità, 2011)
 Donboscoland.it
(Quaderni Cannibali) Luglio 2014 - autore: Alessandra Mastrodonato



venerdì 5 settembre 2014

I sacramenti ai divorziati: Rileggiamo il vangelo...


Matrimonio e sacramenti

Quarta  puntata:” L’eucaristia non è un meccanismo premiale o di esclusione”



In questa ultima puntata affrontiamo il problema degli sposi separati o divorziati e i sacramenti. Sappiamo come il regolamento ecclesiale in questi casi è molto rigido anche se si parla di misericordia divina, ma non ci sarà un’altra via da seguire, o quei “poveretti” saranno sempre dei lontani? Le domande che ci facciamo sono molte, e i Padre sinodali dovranno dare una risposta.
Nel frattempo è anche giusto che noi riflettiamo e cerchiamo di capire quali possono essere le nuove vie per permettere  a quei fratelli di usufruire della grazia dei sacramenti, in modo particolare penitenza e ed eucaristia

Ci aiuterà come al solito Raniero La Valle. Ecco le sue riflessioni che ci aiuteranno a capire qualcosa di più, fermo restando che l’ultima parola in questo ce la darà il Papa e in vescovi del Sinodo.

“La riflessione pastorale sull’eucaristia ai divorziati dovrebbe soffermarsi su altri punti egualmente cruciali per il dibattito.

Il primo è quello del significato dell’eucaristia: l’ha già detto papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” al n. 47: le porte dei sacramenti non si dovrebbero chiudere per una ra­gione qualsiasi, e l’eucaristia non è un pre­mio per i perfetti ma un rimedio e un alimento per i deboli. Soprattutto, noi diremmo, non dovrebbe essere usata come un meccanismo di esclusione, come il vaglio che separa i regolari dai sans papier, gli ammessi dagli scomunicati, le Chiese in comunione da quelle private dell’intercomunione, per cui il sacramento finisce per essere uno strumento di controllo e di potere. Su questo scoglio è andato a sbattere l’ecumenismo.

Il secondo punto è naturalmente una rilettura del Vangelo nelle condizioni di oggi sapendo, come disse Giovanni XXIII, che “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.
Qui il primo testo è naturalmente quello della risposta di Gesù sul ripudio, su cui viene fondata l’indiscutibilità della dottrina dell’indissolubilità matrimoniale, come voluta dallo stesso Signore: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”, dice Gesù, e se Mosè aveva disposto diversamente era stato per la “durezza di cuore” degli israeliti. Ma intanto bisogna notare che la durezza di cuore denunciata da Gesù era quella del ripudio della donna da parte dell’uomo, non quella del divorzio, che non esisteva nella società di Israele, e che almeno avrebbe avuto il carattere della reciprocità.

 Ma al di là di questo, in una sua omelia a Santa Marta il 28 febbraio papa Francesco ha detto che Gesù non entra nella casistica nella quale i farisei volevano farlo cadere e riporta il discorso all’essenziale, al principio, all’ordine della creazione. “Dietro il pensiero casistico - ha detto il Papa - c’è sempre una trappola. Sempre! Contro la gente, contro di noi e contro Dio, sempre!”
 Invece quello che fa Gesù è di riportare il rapporto tra uomo e donna al “capolavoro della creazione”, all’averli Dio creati maschio e femmina, a non volere l’uomo da solo, ma “con la sua compagna di cammino”. Ora se in tal modo si torna “all’inizio della rivelazione”, si vede che in quel quadro descritto dalla Genesi ed evocato da Gesù non c’è una comunità umana di uomini e di donne in cui possa darsi fedeltà o infedeltà, adulterio, divorzio o ripudio. Lì ci sono solo un uomo e una donna, prototipo degli universi maschile e femminile che avrebbero abitato la terra, e il problema antropologico che da lì avrebbe attraversato tutti i luoghi e tutti i tempi non era che l’uomo non scegliesse un’altra donna che non c’era, ma che l’uomo non ripudiasse la donna come aiuto simile a lui, e che mai si rompesse l’alleanza tra l’uomo e la donna in tutto il corso della storia a venire, perché se questo fosse avvenuto l’ordine della creazione ne sarebbe stato sconvolto, e la catastrofe umanitaria sarebbe sopravvenuta fin dal principio. Ciò che tiene in piedi il mondo è infatti l’unità indissolubile, in una sola carne, della donna e dell’uomo.
  
Il richiamo evangelico all’unità ontologica tra l’umanità maschile e femminile

Il detto di Gesù è stato interpretato dalla Chiesa come una prescrizione giuridica dell’indissolubilità del matrimonio di ogni singola coppia umana, contro il venir meno di rapporti durevoli. Ma oggi c’è un’urgenza ancora maggiore. La dignità femminile è ancora negata nella società maschilista e patriarcale, le donne subiscono ancora violenza, il “principio femminile” è in vari modi e in molti luoghi oltraggiato.
C’è il rischio di una reazione di separazione, di un’ideologia dell’autosufficienza che estremizzi la differenza di genere; c’è da un lato il rischio del sesso indifferenziato del mercato, come fu denunciato da Ivan Illich, dall’altro di un genere o “gender” che produca una vera spaccatura nell’unità umana.
Con una lettura ancora più decisiva per il destino umano, le parole di Gesù possono perciò essere lette non tanto come un vincolo imposto al singolo matrimonio monogamico, ma come il divino appello a non rompere l’alleanza ontologica tra uomini e donne, a non sciogliere l’intreccio tra maschile femminile tenuto insieme, nella differenza, dalla forza dell’Eros e da quella dell’ Agápe, e come tale veramente figura del rapporto indissolubile tra Dio e l’umanità tutta intera.

Un altro testo meraviglioso da rileggere è quello dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria al pozzo di Sichem. Non c’erano buone relazioni tra Giudei e Samaritani e non ci si doveva mettere a parlare con una donna ma, come ha detto Francesco all’ “Angelus” della terza domenica di quaresima, Gesù non si fa fermare dai pregiudizi: “la misericordia è più grande del pregiudizio”. E il pregiudizio poteva essere tanto più grande perché Gesù sa, e dice alla donna, che ella aveva avuto cinque mariti e che quello con cui stava non era suo marito; e questo è un particolare che di solito viene ignorato dai fedeli perché nella “lectio brevis” del vangelo domenicale queste parole sono tolte dalla bocca di Gesù. La cosa sorprendente è che proprio a questa donna dai cinque mariti, che certo oggi non avrebbe la comunione, Gesù si presenta come il messia, e fa la rivelazione decisiva sul rapporto che gli uomini devono avere con Dio: “E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Ed è a seguito di questa rivelazione di Gesù che la donna abbandona la sua brocca sul pozzo, corre a dare la notizia ai Samaritani, e questi sono i primi a proclamare che Gesù è “veramente il salvatore del mondo”.
                                                                              
 Raniero La Valle




domenica 17 agosto 2014

MATRIMONIO, SIMBOLO DELLE NOZZE TRA CRISTO E LA CHIESA?




Terza puntata: Il matrimonio dono di Dio diventa vincolo per la coppia?




In questa puntata, il matrimonio che sempre è stato presentato come simbolo dell’unità di Gesù e la sua Chiesa ( sposo e sposa), trova negli scritti biblici altre immagini che superino quella della Chiesa e Gesù come sposi eterni, immagini che possono sembrare più vicini all’unione matrimoniale?

Il dono di Dio restituito a Dio come olocausto?

Naturalmente ci sono altri simboli che biblicamente possono rappresentare l’unità tra Cristo e la Chiesa, tra Dio e il suo popolo, oltre al simbolo classico delle nozze evocato dalla lettera agli Efesini: c’è l’immagine dell’unità tra il capo (Cristo) e il corpo (la Chiesa); tra la madre e il suo bambino (ma anche se ci fosse una madre che dimentica il suo bambino, dice Isaia, Dio non si dimenticherà mai del suo popolo); e ci sono altre figure o metafore con cui significare la Chiesa, tratte dalla vita pastorale, agricola o dall’edilizia: il gregge di Dio, l’ovile, il campo, la vigna, la casa, l’edificio di Dio. 

Ma nel caso dell’immagine coniugale la metafora si scambia con la realtà e subisce una curiosa inversione, una sorta di ritorno di fiamma esplosivo; se l’unità in una sola carne della coppia sposata è presa all’inizio come umanissimo simbolo delle nozze tra Cristo e la Chiesa, il modello si rovescia e l’unità soprannaturale tra Cristo e la Chiesa diventa il modello obbligante dell’unità naturale del matrimonio tra battezzati, investiti così di un compito pubblico di “rappresentazione reale del rapporto tra Cristo e la Chiesa”, il cui peso sulla loro vita privata può diventare schiacciante.

Papa Wojtyla dice che in virtù di questo scambio l’indissolubilità matrimoniale diventa un dono di Dio ai coniugi cristiani; un dono che “è nello stesso tempo vocazione e comandamento”, e a cui è dovuta “generosa obbedienza”, e afferma che la testimonianza dell’indissolubilità “è uno dei doveri più preziosi e più urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo”.

Ma in questo modo il dono di Dio diventa un vincolo: il cardinale Caffarra insiste nel dire che il vincolo tra i coniugi “non dipende più dalla loro volontà perché è un dono che Dio ha fatto loro”: ciò vuol dire però che se da Dio giunge all’uomo come dono, dall’uomo torna a Dio come olocausto; esso si rovescia cioè nella sacralizzazione di una realtà naturale, umana, che si trasforma in una realtà ad uso esclusivamente divino, come “vittime di soave odore” e ciò nonostante che Dio, come dice papa Francesco, sia gioia e misericordia e abbia detto, fin dai tempi antichi: “misericordia voglio e non sacrifici”

                                             . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Lasciamo che i teologi e i biblisti facciano le loro ricerche e i vescovi del Sinodo dicano la loro versione,  e se possibile anche noi  mettiamocela tutta per capire meglio questo grandioso e trascurato dono del matrimonio, dono d’amore da parte di Dio (ricordiamo le parole di Adamo dopo aver visto per la prima volta Eva: “ questa volta è osso dalle mie ossa , carne della mia carne Gen 2,23) E dono dell’uomo alla donna e viceversa:  l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” Gen 2,24)

lunedì 4 agosto 2014

Matrimonio vincolo giuridico o vincolo indissolubile per volontà divina?



Seconda Puntata: Dalla dottrina risalire alla fede secondo la mente del Concilio



Prima di parlare di sacramenti ai divorziati o separati...

Eccoci alla seconda puntata di Divorzio e partecipazione ai sacramenti: in questa punta ci porremo tre domande che riguardano la dottrina sul matrimonio, la nostra fede cosa crede , e quale cambiamento si vorrebbe. Ricordo che non si tratta di volere abolire ma di trovare nuove vie che vadano incontro a molte situazioni che oggi sembrano assurde, situazioni, ci si domanda, se sono veramente corrispondenti ad un  vero criterio biblico, teologico, ovvero sono state travisate non per malizia ma semplicemente figlie della mentalità di altri tempi. In questo senso dovranno decidersi i vescovi e il Papa nel prossimo sinodo, considerando le nuove aspirazioni dell’uomo di oggi. Cosa non facile, ma incominciamo a farci qualche domanda per capirne qualcosa di più, se non per essere protagonisti ma almeno persone informate. I sottotitoli sono miei, il resto di Raniero La Valle.


Non concedere di risposarsi è mancanza di misericordia?
Io credo che una Chiesa che voglia tornare a far risuonare sulle nozze di oggi la parola e “il profumo” del Vangelo, dovrebbe rinunciare a inventarsi degli stratagemmi, a conciliare dottrine che sono in contrasto; né dovrebbe essere così avara di misericordia da concedere ai fedeli nuove offerte di vita dentro procedure afflittive, penitenziali, colpevolizzanti, come quelle che chiedessero pentimento per il fallimento di un matrimonio del quale non si ha colpa o si è vittima, o proponessero un percorso di espiazione per l’ingresso in una nuova storia d’amore avvertita invece dai protagonisti come qualcosa di cui non pentirsi o addirittura percepita, come dice il cardinale Kasper, come “un dono dal cielo”.


L’indissolubilità del matrimonio si può cambiare?
Di conseguenza la Chiesa non dovrebbe avere paura di rimettersi in condizioni di povertà e di rinnovata disponibilità all’ascolto della Parola, di fronte alla propria stessa dottrina dell’indissolubilità matrimoniale quale si è andata strutturando e irrigidendo nei secoli fino alla estrema sacralizzazione della “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II.



La via è quella indicata dal Concilio Vaticano II: c’è la dottrina, che non è la fede stessa, ma è il modo in cui la fede è enunciata nel tempo; e quello che oggi occorre è di capire ancor meglio la dottrina (“pervestigetur”, diceva Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio) ed enunciarne le verità “nei modi che i nostri tempi richiedono”; cioè interrogare il Vangelo, come se fosse scritto per gli uomini d’oggi.


IL Sinodo potrà modificare l’indissolubilità del matrimonio?

La “Familiaris Consortio” è stata brandita dal cardinale Caffarra sul “Foglio” di Giuliano Ferrara contro Kasper per invalidare le tesi da lui esposte ai cardinali, e per chiudere ogni discussione sul problema della comunione ai divorziati risposati; l’ “esortazione apostolica” wojtyliana sarebbe l’ultima e definitiva parola della Chiesa sull’indissolubilità matrimoniale.

Perfino discuterne al Sinodo, allora, sarebbe sbagliato, e il primo a sbagliare sarebbe papa Francesco, che l’ha voluto.

Ora, la lettura del testo di papa Wojtyla, se fatta non da ecclesiastici o da teologi accademici, ma da cristiani e anche da uomini e donne qualunque, è impressionante perché se uno va a vedere quali sono i valori umani, sociali, civili che sarebbero procurati o sarebbero meglio garantiti dal gran bene dell’indissolubilità assoluta, a parte un fuggevole cenno al “bene dei figli”, non ve ne trova alcuno.



Il matrimonio come realtà terrena, umana, storica, sociale, il matrimonio non come “una cosa pia, ma una cosa profana in tutto e per tutto che avete fatto e fate”, come lo definiva Dietrich Bonhoeffer in una “predica per nozze” scritta in punto di martirio nel carcere di Tegel, non esiste più nella visione del Papa polacco; esso è totalmente sacralizzato; la ragione per cui non si può rompere è perché deve rappresentare simbolicamente l’unione indissolubile di Cristo con la sua Chiesa e lo deve fare lasciando comunque sussistere il vincolo giuridico, anche contro ogni umana evidenza.



La cura delle situazioni difficili ( da "Le sfide pastorali sulla famiglia", dalla raccolta delle risposte di tutti i vescovi al questionario inviato a tutti l'anno scorso)

103. La carità pastorale spinge la Chiesa ad accompagnare le persone che hanno subito un fallimento matrimoniale e ad aiutarle a vivere la loro situazione con la grazia di Cristo. Una ferita più dolorosa si apre per le persone che si risposano entrando in uno stato di vita che non permette loro l’accesso alla comunione. Certamente, in questi casi, la Chiesa non deve assumere l’atteggiamento di giudice che condanna (cf. Papa Francesco, ma quello di una madre che sempre accoglie i suoi figli e cura le loro ferite in vista della guarigione Con grande misericordia, la Chiesa è chiamata a trovare forme di “compagnia” con cui sostenere questi suoi figli in un percorso di riconciliazione. Con comprensione e pazienza, è importante spiegare che il non poter accedere ai sacramenti non significa essere esclusi dalla vita cristiana e dal rapporto con Dio.



mercoledì 30 luglio 2014

Divorzio e partecipazione ai sacramenti




Riflettiamo insieme: propongo a puntate un articolo di Raniero La Valle, giornalista, politico ed intellettuale italiano sul problema del divorzio, separazioni, e partecipazione ai sacramenti nella pratica, nel pensiero e decisioni della Chiesa. Tutti sappiamo, almeno dovremmo sapere, che Papa Francesco ha indetto un sinodo speciale dei Vescovi, per trattare questi argomenti nella prospettiva di una nuova e più efficace pastorale sulla famiglia. I lavori di questo sinodo termineranno nel 2015. Allora sapremo quali saranno le novità, se ve ne saranno e che molti attendono, o le decisioni dei vescovi a riguardo.
Mi sembra giusto e opportuno che anche noi laici riflettiamo e ci informiamo su questi argomenti che riguardano ormai diverse migliaia di fedeli e non, e la nostra partecipazione e comunione nella Chiesa, popolo di Dio. Non interessarsi a questi problemi vuol dire disinteresse verso la società, la nostra vita cristiana, e una mancanza verso i fratelli che soffrono certe situazioni di disagio nella loro vita di fede.

Queste puntate vogliono essere un invito anche a dire la propria opinione con commenti in queste pagine e anche nell’ambito del nostro quotidiano. L’articolo originale di Raniero La Valle è: Divorzio e nuove nozze _ GESÙ E LA DONNA DAI CINQUE MARITI



Prima puntata: Divorzio e partecipazione ai sacramenti

Della comunione ai cattolici che dopo un divorzio vivono un secondo matrimonio, ormai si discute in tutta la Chiesa. La decisione sarà presa dal Sinodo dei vescovi, ma è adesso che se ne stanno ponendo le premesse dopo le caute aperture del Papa e l’ipotesi fatta al Concistoro dal cardinale Kasper,  di una riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati dopo un percorso penitenziale, sulla scia della Chiesa antica e in sintonia con la Chiesa ortodossa orientale.

Al di là della soluzione proposta, l’approccio del cardinale Kasper è di straordinario valore: da un lato perché dalla dottrina dell’indissolubilità oggi vigente  egli torna alla fonte da cui è scaturita, cioè al Vangelo che “non è una legge scritta ma è la grazia dello Spirito Santo” (lo diceva pure san Tommaso), e dall’altro perché mette in guardia rispetto a una prassi ecclesiale che a partire dalla negazione dell’eucaristia ai genitori divorziati, rischia di separare dai sacramenti e dalla fede i loro figli, così che “perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo”.

Durissimo però è il fuoco di sbarramento già lanciato da quanti si oppongono ad ogni cambiamento della disciplina ecclesiastica in materia, che a loro parere la Chiesa stessa non avrebbe il potere di modificare; e tra i più agguerriti difensori di tale ortodossia non ci sono solo prelati credenti, ma anche atei devoti che, come Giuliano Ferrara, si proclamano non credenti che vogliono vivere in un mondo di credenti, ritenuto molto più funzionale per loro.

Anche per la pressione di questi strumentalismi esterni, il dibattito ecclesiale rischia di polarizzarsi su posizioni radicalmente contrapposte che non rendono onore all’oggetto del contendere, quando l’oggetto del contendere comprende beni preziosissimi che sono cari ad ambedue le parti in contrasto tra loro, e cioè il significato dell’eucaristia, l’accoglimento e la retta interpretazione delle parole di Gesù, la capacità risanatrice e salvifica della Chiesa, la misericordia e la tenerezza di Dio. C’è il rischio che per difendere la propria tesi si rovesci il senso delle cose, che ad esempio un dono di Dio diventi un giogo, o che una scelta fatta per amore di Dio sia imputata a peccato, o che il primato della coscienza degeneri in anomia.

È più morale un divorzio che una falsa nullità

C’è anche il rischio che, per accorciare le distanze tra le due parti, si cerchino formule di compromesso, prive di verità e di vita, magari adottando le scelte proposte da una parte mantenendo però gli argomenti sostenuti dall’altra. Sarebbe questo il caso del tentativo di conseguire gli stessi obiettivi del divorzio estendendo oltre misura le pronunzie di nullità del matrimonio, ad esempio mettendo in dubbio il carattere veramente sacramentale di matrimoni celebrati senza vera convinzione di fede. 

In questo modo, si pensa, sarebbero tutti contenti: i coniugi che potrebbero risposarsi in chiesa, i custodi dell’ortodossia che vedrebbero salvaguardato il principio dell’indissolubilità, e la Chiesa istituita che con i suoi tribunali regolerebbe il traffico mantenendo comunque il controllo dei matrimoni validi o nulli, primi o secondi che siano. 

Ma il risultato sarebbe una strage di matrimoni, perché sarebbero revocati nel nulla, come mai esistiti, come mai amati da Dio, come mai appartenuti alla vita e sede di amore tra i coniugi, matrimoni invece realissimi, fecondi di figli, veri o imperfetti sacramenti che fossero e, semplicemente, finiti.  È molto più alto moralmente un divorzio con sofferenza e riconoscimento di un insuccesso, che la finzione di un matrimonio, magari pur ricco di valori e di amore, che venga negato come non esistente fin dal principio. 

E non si dica che nel matrimonio annullato non poteva esservi stato amore, perché l’amore vero non finisce. Non è così, perché nella condizione delle creature anche un vero amore può finire. Perciò ha ragione il cardinale Kasper quando sostiene che “molti divorziati non vogliono la dichiarazione di nullità. Dicono: abbiamo vissuto insieme, abbiamo avuto figli; questa era una realtà, che non si può dichiarare nulla, spesso solo per ragione di mancanza di forma canonica del primo matrimonio”. Perciò bisogna affrontare la vera questione, che è quella della dissoluzione di un matrimonio valido tra battezzati, in cui non sia stato più possibile mantenere il rapporto coniugale.

lunedì 28 luglio 2014

«Ogni popolo guardi il dolore dell’altro. E la pace sarà vicina»







Questo testo è stato scritto dal cardinale Carlo Maria Martini alla fine del mese di agosto del 2003 in un momento di grave crisi e tensione tra Israele e Palestina.

Purtroppo dopo 13 anni è più che mai di grande attualità...

«Ogni popolo guardi il dolore dell’altro. E la pace sarà vicina» di Cardinale CARLO MARIA MARTINI*

Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.

È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.

Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.

Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri".

Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).

Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza.

È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.

Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.

Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.

Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.

27 agosto 2003

da Internet, Corriere della sera