sabato 27 settembre 2014
C A M M I N O d i F E D E: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel...
C A M M I N O d i F E D E: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel...: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? XXVI Domenica del Tempo Ordinario - 28 settembre 2014 Dal Vangelo secondo ...
venerdì 26 settembre 2014
Famiglia in preghiera
Proponiamo in questo post una serie di preghiere per la famiglia. Si dice che nelle famiglie non si prega più, non si insegna ai figli a pregare... e forse è maledettamente vero. Questa proposta è indirizzata ad ogni componente della famiglia, soprattutto agli sposi marito e moglie, alle mamme, e se volete fate partecipi i vostri figli. Un giorno vi ringrazieranno! Buona preghiera e tanta pace e serenità nelle vostre famiglie!!
Per avere la forza di perdonare
Preghiere per la famiglia
Maria, Madre dolcissima e Mamma nostra,
ti voglio presentare tutte quelle
famiglie
che vivono momenti di difficoltà
e di crisi.
Mamma cara,
hanno bisogno della tua serenità
hanno bisogno della tua serenità
per potersi comprendere,
della tua tranquillità per poter dialogare,
del tuo amore per consolidare il loro
e della tua forza per ripartire.
della tua tranquillità per poter dialogare,
del tuo amore per consolidare il loro
e della tua forza per ripartire.
I loro cuori sono stanchi
e distrutti dalle situazioni
quotidiane,
ma davanti al tuo Figlio avevano detto:
"Sì, nella buona e cattiva sorte,
in salute e malattia".
Dona l'eco di quelle parole, accendi la
luce ormai spenta
per ridonare il giusto equilibrio a
questa tua famiglia.
Regina delle famiglie, li affido a te.
Signore, sii presente nella nostra casa
e in ogni famiglia.
Aiuta e conforta tutte le
famiglie che sono nella prova e nel dolore.
Guarda o Padre, la nostra famiglia,
che fiduciosamente aspetta da te il
pane quotidiano.
Rasserena la nostra vita, fortifica i
nostri corpi,
perché possiamo corrispondere più
facilmente
alla tua grazia divina e sentire su di
noi il tuo amore paterno.
Per Cristo nostro Signore.
Preghiera degli sposi per restare uniti
O Gesù, sii fra me e (nome
marito, nome moglie)
affinché ci si sforzi sempre di essere
uniti nel tuo Amore.
Aiutaci ad essere sempre "un
cuor solo e un'anima sola",
condividendo le gioie e i dolori di ogni
giorno.
Fa' che ognuno di noi si impegni a
essere vangelo vissuto.
Donaci il coraggio e l'umiltà di
perdonarci sempre,
e di trovare sempre la forza di andare
incontro all'altro,
e di mettere in risalto il molto che ci
unisce
e non il poco che ci divide.
Dacci un cuore sensibile per scorgere
sempre il tuo volto
in ognuno di noi
e in ogni croce che incontriamo.
Donaci un cuore fedele e aperto, che
vibri
a ogni tocco della tua parola e della
tua grazia.
Ispiraci sempre nuova fiducia e slancio
per non scoraggiarci di fronte ai
fallimenti,
alle debolezze e alle ingratitudini.
Fa' che la nostra famiglia sia una vera
chiesa domestica,
dove ognuno si sforza di comprendere,
perdonare,
aiutare, condividere;
dove l'unica legge che ci lega e ci fa
essere veri tuoi seguaci,
sia l'amore scambievole.
Amen
Per il dono della pace
Signore Gesù Cristo,
tu che conosci la profondità del nostro
cuore,
la capacità di bene e di male che è in
ogni uomo,
insegnaci a perdonare e a chiedere
perdono,
ad avere pietà di noi stessi e degli
altri.
Ricordati delle nostre famiglie,
benedette dal tuo amore,
ma spesso segnate dalle divisioni,
dai risentimenti e dall'odio.
Signore Gesù Cristo,
dona alle nostre case pace e
risurrezione,
custodiscile nel tuo Cuore,
e mantienile unite con la forza del tuo
amore.
Amen.
Per avere la forza di perdonare
Signore Gesù,
spesso trovo difficile il perdonare
e dimenticare il male ricevuto.
Ricordo che tu ci hai detto:
"Siate misericordiosi
come il Padre vostro è misericordioso;
non giudicate e non sarete giudicati;
non condannate e non sarete condannati;
perdonate e sarete perdonati".
Libera, ti prego, il mio cuore da ogni risentimento
e rendilo aperto alla riconciliazione.
Tu che sulla Croce hai perdonato
e hai pregato per i tuoi crocifissori,
donami un amore grande come il tuo,
perché io faccia il primo passo
verso la riconciliazione e la pace.
Amen.
Preghiera per avere pazienza
O Signore, salvatore paziente,
tu accettasti come volontà del Padre
l'amaro calice della tua passione
e della tua morte,
ascolta il mio lamento,
e il tuo esempio
mi aiuti a sopportare le mie sofferenze
per partecipare, almeno in parte,
alla tua passione.
Fa che la pazienza
con la quale sopporterò i miei
dolori
esprima la riconoscenza profonda
del mio amore per te,
tu che sei il Cristo crocifisso.
Amen.
Donami pace e serenità,
donami pazienza e calma, frena il mio
istinto,
Signore Gesù.
Io ti invoco in questo momento di povertà,
perchè desidero arrivare ad affrontare
ogni imprevisto, ogni difficoltà, ogni
incontro
con grande serenità che solo da Te,
Signore, può venire.
Tu sei il mare calmo nella tempesta,
Tu sei la roccia salda nel cataclisma,
Tu sei la vera pace.
Donami la Tua Pace.
Signore, aiutaci quando le cose non vanno bene
Signore, ci sono giornate
nelle quali le cose non vanno bene,
siamo scontenti l'uno dell'altra,
è fatica rompere il silenzio,
portiamo nel cuore la divisione e l'amarezza.
Aiutaci a capire i nostri sbagli
e donaci il coraggio e l'umiltà
per riconoscerli e lasciarci correggere,
per chiedere e donare perdono.
Aiutaci a comprendere
la sofferenza e l'attesa che c'è nel cuore dell'altro,
donaci la forza del primo passo
che apre la strada all'intesa e all'amore.
Aiutaci a non far mai venir meno il dialogo
nella nostra vita quotidiana,
a incontrarci sempre nella sincerità e nella verità.
Aiutaci perché anche nella fatica
delle difficoltà e dei conflitti
riusciamo a trovare un'occasione per crescere,
per imparare a perdonare,
per conoscerci meglio, per scoprire che l'amore
è più forte della nostra debolezza.
Aiutaci a comprenderci
e ad accoglierci nelle nostre diversità,
perché, anziché motivo di divisione,
esse diventino occasioni preziose
di unità e di ricchezza per noi e per gli altri.
Amen
http://www.preghiereperlafamiglia.it
mercoledì 10 settembre 2014
Giovani di ieri e di oggi, dite la vostra…
Con i piedi per terra, ma non
troppo
I giovani del terzo millennio sono spesso rinunciatari,
disillusi, realisti fino alla rassegnazione. Partono già sconfitti prima ancora
di cominciare a fare progetti e a fantasticare sul loro futuro.
"Tieni i piedi
per terra. Non perdere di vista la realtà. Non fare progetti al di fuori della
tua portata. Non sognare troppo in grande, se non vuoi rischiare di rimanere
deluso!".
La paura di
scottarsi e di andare incontro ad una delusione cocente, il timore di illudersi
e di dover poi fare i conti con una realtà che è sempre più avara di
opportunità e di spazi di realizzazione spingono molti giovani a fare di un
esasperato realismo il loro imperativo di vita, foriero di fatalismo e di
disincanto.
I giovani del terzo
millennio sono, spesso, rinunciatari, disillusi, realisti fino alla
rassegnazione. Partono già sconfitti prima ancora di cominciare a fare progetti
e a fantasticare sul loro futuro. Scelgono a quale facoltà iscriversi o quale
percorso di formazione intraprendere in funzione della richiesta e della
"spendibilità" sul mercato di determinati profili professionali,
anche a costo di sacrificare sull'altare di un disincantato pragmatismo i loro
interessi e le loro aspirazioni più profonde.
Rinunciano a priori
ad inseguire un sogno che gli sembra troppo grande e con scarsi margini di
realizzazione, per convogliare le loro energie e i loro investimenti
esistenziali in progetti che mostrano un più alto grado di fattibilità. Si
auto-convincono sin da adolescenti - o, forse, si lasciano convincere - che
sognare troppo fa male, perché distoglie dal raggiungimento di obiettivi
concreti e di immediata utilità.
Sono così bravi a
calcolare costi e benefici di ogni loro scelta, a confrontare opzioni diverse
per scegliere quella più "vantaggiosa", a schivare possibili rischi e
delusioni sulla strada della loro realizzazione professionale, affettiva ed
esistenziale che, a volte, perdono di vista i loro interessi, i loro sogni, le
loro passioni più autentiche, accontentandosi di traguardi magari meno
gratificanti, ma più sicuri e a più breve scadenza.
Volano basso per non
rischiare di cadere e, intanto, vivono a metà, con il freno a mano tirato,
rinunciando a fare di più, a investire maggiori energie nella costruzione del
loro futuro, ma soprattutto mortificando la loro innata vocazione ad osare e a
mettersi in gioco per realizzare qualcosa di grande.
È l'eterno dilemma
tra il certo e l'incerto, tra la logica utilitarista e calcolatrice del massimo
risultato con il minimo sforzo e quella, ben più rischiosa, della scommessa,
tra un realismo spinto fino al disincanto e allo scetticismo più radicali e il
desiderio mai sopito di volare più in alto e realizzare i propri sogni.
Forse, come spesso
accade, anche in questo caso in medio stat virtus. Pur facendo tesoro
della prudenza e del pragmatismo cui li sollecita la presente fase storica, i
giovani hanno bisogno di riappropriarsi della capacità di sognare, di
rischiare, di scommettere sul proprio futuro, che ormai appare come atrofizzata
e prigioniera di un troppo lucido cinismo.
Pur mantenendo i
piedi ben piantati per terra, hanno bisogno di tornare ad alzare lo sguardo,
per accorgersi delle piccole e grandi occasioni che la vita offre loro, per
lasciarsi di nuovo affascinare dalla bellezza del mondo, per ricominciare a
scrutare speranzosi l'orizzonte di un futuro che non riserva loro solo
difficoltà e potenziali fallimenti, ma anche stimoli costruttivi e opportunità
di crescita. E forse così ritroveranno anche quel coraggio e quell'audacia che
soli possono aiutarli a spiegare le ali e a spiccare il volo e si rammenteranno
che vale la pena correre il rischio di essere felici.
(Negrita, Il giorno
delle verità, 2011)
Donboscoland.it
(Quaderni Cannibali) Luglio 2014 - autore: Alessandra
Mastrodonato
venerdì 5 settembre 2014
I sacramenti ai divorziati: Rileggiamo il vangelo...
Matrimonio e
sacramenti
Quarta puntata:” L’eucaristia non è un meccanismo
premiale o di esclusione”
In questa ultima puntata affrontiamo il problema degli
sposi separati o divorziati e i sacramenti. Sappiamo come il regolamento
ecclesiale in questi casi è molto rigido anche se si parla di misericordia
divina, ma non ci sarà un’altra via da seguire, o quei “poveretti” saranno
sempre dei lontani? Le domande che ci facciamo sono molte, e i Padre sinodali
dovranno dare una risposta.
Nel frattempo è anche giusto che noi riflettiamo e
cerchiamo di capire quali possono essere le nuove vie per permettere a quei fratelli di usufruire della grazia dei
sacramenti, in modo particolare penitenza e ed eucaristia
Ci aiuterà come al solito Raniero La Valle. Ecco le sue
riflessioni che ci aiuteranno a capire qualcosa di più, fermo restando che
l’ultima parola in questo ce la darà il Papa e in vescovi del Sinodo.
“La riflessione pastorale
sull’eucaristia ai divorziati dovrebbe soffermarsi su altri punti egualmente
cruciali per il dibattito.
Il primo è quello del
significato dell’eucaristia: l’ha già detto
papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” al n. 47: le porte dei
sacramenti non si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi, e
l’eucaristia non è un premio per i perfetti ma un rimedio e un alimento per i
deboli. Soprattutto, noi diremmo, non dovrebbe essere usata come un meccanismo
di esclusione, come il vaglio che separa i regolari dai sans papier, gli
ammessi dagli scomunicati, le Chiese in comunione da quelle private
dell’intercomunione, per cui il sacramento finisce per essere uno strumento di
controllo e di potere. Su questo scoglio è andato a sbattere l’ecumenismo.
Il secondo punto è naturalmente
una rilettura del Vangelo nelle condizioni di oggi sapendo, come disse Giovanni XXIII, che “non è il Vangelo
che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”.
Qui il primo testo è naturalmente
quello della risposta di Gesù sul ripudio, su cui viene fondata
l’indiscutibilità della dottrina dell’indissolubilità matrimoniale, come voluta
dallo stesso Signore: “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”, dice Gesù,
e se Mosè aveva disposto diversamente era stato per la “durezza di cuore” degli
israeliti. Ma intanto bisogna notare che la durezza di cuore denunciata da Gesù
era quella del ripudio della donna da parte dell’uomo, non quella del divorzio,
che non esisteva nella società di Israele, e che almeno avrebbe avuto il
carattere della reciprocità.
Ma al di là di questo, in una sua omelia a
Santa Marta il 28 febbraio papa Francesco ha detto che Gesù non entra nella
casistica nella quale i farisei volevano farlo cadere e riporta il discorso
all’essenziale, al principio, all’ordine della creazione. “Dietro il
pensiero casistico - ha detto il Papa - c’è sempre una trappola. Sempre! Contro
la gente, contro di noi e contro Dio, sempre!”
Invece quello che fa Gesù è di riportare il
rapporto tra uomo e donna al “capolavoro della creazione”, all’averli Dio
creati maschio e femmina, a non volere l’uomo da solo, ma “con la sua compagna
di cammino”. Ora se in tal modo si torna “all’inizio della rivelazione”, si
vede che in quel quadro descritto dalla Genesi ed evocato da Gesù non c’è una
comunità umana di uomini e di donne in cui possa darsi fedeltà o infedeltà, adulterio,
divorzio o ripudio. Lì ci sono solo un uomo e una donna, prototipo degli
universi maschile e femminile che avrebbero abitato la terra, e il problema
antropologico che da lì avrebbe attraversato tutti i luoghi e tutti i tempi non
era che l’uomo non scegliesse un’altra donna che non c’era, ma che l’uomo non
ripudiasse la donna come aiuto simile a lui, e che mai si rompesse l’alleanza
tra l’uomo e la donna in tutto il corso della storia a venire, perché se questo
fosse avvenuto l’ordine della creazione ne sarebbe stato sconvolto, e la
catastrofe umanitaria sarebbe sopravvenuta fin dal principio. Ciò che tiene in
piedi il mondo è infatti l’unità indissolubile, in una sola carne, della donna
e dell’uomo.
Il richiamo evangelico
all’unità ontologica tra l’umanità maschile e femminile
Il detto di Gesù è stato
interpretato dalla Chiesa come una prescrizione giuridica dell’indissolubilità
del matrimonio di ogni singola coppia umana, contro il venir meno di rapporti
durevoli. Ma oggi c’è un’urgenza ancora maggiore. La dignità femminile è ancora
negata nella società maschilista e patriarcale, le donne subiscono ancora
violenza, il “principio femminile” è in vari modi e in molti luoghi
oltraggiato.
C’è il rischio di una reazione di
separazione, di un’ideologia dell’autosufficienza che estremizzi la differenza
di genere; c’è da un lato il rischio del sesso indifferenziato del mercato,
come fu denunciato da Ivan Illich, dall’altro di un genere o “gender”
che produca una vera spaccatura nell’unità umana.
Con una lettura ancora più decisiva
per il destino umano, le parole di Gesù possono perciò essere lette non tanto
come un vincolo imposto al singolo matrimonio monogamico, ma come il divino
appello a non rompere l’alleanza ontologica tra uomini e donne, a non sciogliere
l’intreccio tra maschile femminile tenuto insieme, nella differenza, dalla
forza dell’Eros e da quella dell’ Agápe, e come tale veramente figura del
rapporto indissolubile tra Dio e l’umanità tutta intera.
Un altro testo meraviglioso da
rileggere è quello dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria al pozzo di
Sichem. Non c’erano buone relazioni tra Giudei e Samaritani e non ci si doveva
mettere a parlare con una donna ma, come ha detto Francesco all’ “Angelus”
della terza domenica di quaresima, Gesù non si fa fermare dai pregiudizi: “la
misericordia è più grande del pregiudizio”. E il pregiudizio poteva essere
tanto più grande perché Gesù sa, e dice alla donna, che ella aveva avuto cinque
mariti e che quello con cui stava non era suo marito; e questo è un particolare
che di solito viene ignorato dai fedeli perché nella “lectio brevis” del
vangelo domenicale queste parole sono tolte dalla bocca di Gesù. La cosa
sorprendente è che proprio a questa donna dai cinque mariti, che certo oggi non
avrebbe la comunione, Gesù si presenta come il messia, e fa la rivelazione
decisiva sul rapporto che gli uomini devono avere con Dio: “E’ giunto il
momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità; perché Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in
spirito e verità». Ed è a seguito di questa rivelazione di Gesù che la donna
abbandona la sua brocca sul pozzo, corre a dare la notizia ai Samaritani, e
questi sono i primi a proclamare che Gesù è “veramente il salvatore del mondo”.
Raniero
La Valle
domenica 17 agosto 2014
MATRIMONIO, SIMBOLO DELLE NOZZE TRA CRISTO E LA CHIESA?
Terza puntata:
Il matrimonio dono di Dio diventa vincolo per la coppia?
In questa puntata, il matrimonio
che sempre è stato presentato come simbolo dell’unità di Gesù e la sua Chiesa (
sposo e sposa), trova negli scritti biblici altre immagini che superino quella
della Chiesa e Gesù come sposi eterni, immagini che possono sembrare più vicini
all’unione matrimoniale?
Il dono di Dio restituito a
Dio come olocausto?
Naturalmente ci sono altri
simboli che biblicamente possono rappresentare l’unità tra Cristo e la Chiesa,
tra Dio e il suo popolo, oltre al simbolo classico delle nozze evocato dalla
lettera agli Efesini: c’è l’immagine dell’unità tra il capo (Cristo) e il corpo
(la Chiesa); tra la madre e il suo bambino (ma anche se ci fosse una madre che
dimentica il suo bambino, dice Isaia, Dio non si dimenticherà mai del suo
popolo); e ci sono altre figure o metafore con cui significare la Chiesa,
tratte dalla vita pastorale, agricola o dall’edilizia: il gregge di Dio,
l’ovile, il campo, la vigna, la casa, l’edificio di Dio.
Ma nel caso dell’immagine
coniugale la metafora si scambia con la realtà e subisce una curiosa
inversione, una sorta di ritorno di fiamma esplosivo; se l’unità in una sola
carne della coppia sposata è presa
all’inizio come umanissimo simbolo delle nozze tra Cristo e la Chiesa, il
modello si rovescia e l’unità soprannaturale tra Cristo e la Chiesa diventa il
modello obbligante dell’unità naturale del matrimonio tra battezzati, investiti
così di un compito pubblico di “rappresentazione reale del rapporto tra Cristo
e la Chiesa”, il cui peso sulla loro vita privata può diventare schiacciante.
Papa Wojtyla dice che in virtù
di questo scambio l’indissolubilità matrimoniale diventa un dono di Dio ai
coniugi cristiani; un dono che “è nello stesso tempo vocazione e
comandamento”, e a cui è dovuta “generosa obbedienza”, e afferma che la
testimonianza dell’indissolubilità “è uno dei doveri più preziosi e più urgenti
delle coppie cristiane del nostro tempo”.
Ma in questo modo il dono di
Dio diventa un vincolo: il cardinale Caffarra insiste nel dire che il
vincolo tra i coniugi “non dipende più dalla loro volontà perché è un dono che
Dio ha fatto loro”: ciò vuol dire però che se da Dio giunge all’uomo come dono,
dall’uomo torna a Dio come olocausto; esso si rovescia cioè nella
sacralizzazione di una realtà naturale, umana, che si trasforma in una realtà
ad uso esclusivamente divino, come “vittime di soave odore” e ciò nonostante
che Dio, come dice papa Francesco, sia gioia e misericordia e abbia detto, fin
dai tempi antichi: “misericordia voglio e non sacrifici”
.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lasciamo che i teologi e i biblisti facciano le loro
ricerche e i vescovi del Sinodo dicano la loro versione, e se possibile anche noi mettiamocela tutta per capire meglio questo
grandioso e trascurato dono del matrimonio, dono d’amore da parte di Dio
(ricordiamo le parole di Adamo dopo aver visto per la prima volta Eva: “ questa
volta è osso dalle mie ossa , carne della mia carne Gen 2,23) E dono dell’uomo
alla donna e viceversa: l’uomo lascerà
suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”
Gen 2,24)
lunedì 4 agosto 2014
Matrimonio vincolo giuridico o vincolo indissolubile per volontà divina?
Seconda Puntata: Dalla dottrina risalire alla fede secondo la mente del Concilio
Prima di parlare di sacramenti ai divorziati o separati...
Eccoci alla seconda puntata di Divorzio
e partecipazione ai sacramenti: in questa punta ci porremo tre domande che
riguardano la dottrina sul matrimonio, la nostra fede cosa crede , e quale
cambiamento si vorrebbe. Ricordo che non si tratta di volere abolire ma di
trovare nuove vie che vadano incontro a molte situazioni che oggi sembrano
assurde, situazioni, ci si domanda, se sono veramente corrispondenti ad un vero criterio biblico, teologico, ovvero sono
state travisate non per malizia ma semplicemente figlie della mentalità di
altri tempi. In questo senso dovranno decidersi i vescovi e il Papa nel prossimo
sinodo, considerando le nuove aspirazioni dell’uomo di oggi. Cosa non facile,
ma incominciamo a farci qualche domanda per capirne qualcosa di più, se non per
essere protagonisti ma almeno persone informate. I sottotitoli sono miei, il
resto di Raniero La Valle.
Non concedere di
risposarsi è mancanza di misericordia?
Io credo che una Chiesa che
voglia tornare a far risuonare sulle nozze di oggi la parola e “il profumo” del
Vangelo, dovrebbe rinunciare a inventarsi degli stratagemmi, a conciliare
dottrine che sono in contrasto; né dovrebbe essere così avara di misericordia
da concedere ai fedeli nuove offerte di vita dentro procedure afflittive,
penitenziali, colpevolizzanti, come quelle che chiedessero pentimento per il
fallimento di un matrimonio del quale non si ha colpa o si è vittima, o
proponessero un percorso di espiazione per l’ingresso in una nuova storia
d’amore avvertita invece dai protagonisti come qualcosa di cui non pentirsi o
addirittura percepita, come dice il cardinale Kasper, come “un dono dal cielo”.
L’indissolubilità del
matrimonio si può cambiare?
Di conseguenza la Chiesa non
dovrebbe avere paura di rimettersi in condizioni di povertà e di rinnovata
disponibilità all’ascolto della Parola, di fronte alla propria stessa dottrina
dell’indissolubilità matrimoniale quale si è andata strutturando e irrigidendo
nei secoli fino alla estrema sacralizzazione della “Familiaris Consortio”
di Giovanni Paolo II.
La via è quella indicata dal
Concilio Vaticano II: c’è la dottrina, che non è la fede stessa, ma è il modo
in cui la fede è enunciata nel tempo; e quello che oggi occorre è di capire
ancor meglio la dottrina (“pervestigetur”, diceva Giovanni XXIII nel
discorso di apertura del Concilio) ed enunciarne le verità “nei modi che i nostri
tempi richiedono”; cioè interrogare il Vangelo, come se fosse scritto per gli
uomini d’oggi.
IL Sinodo potrà
modificare l’indissolubilità del matrimonio?
La “Familiaris Consortio” è stata brandita dal cardinale Caffarra sul “Foglio”
di Giuliano Ferrara contro Kasper per invalidare le tesi da lui esposte ai
cardinali, e per chiudere ogni discussione sul problema della comunione ai
divorziati risposati; l’ “esortazione apostolica” wojtyliana sarebbe l’ultima e
definitiva parola della Chiesa sull’indissolubilità matrimoniale.
Perfino discuterne al Sinodo,
allora, sarebbe sbagliato, e il primo a sbagliare sarebbe papa Francesco, che
l’ha voluto.
Ora, la lettura del testo di
papa Wojtyla, se fatta non da ecclesiastici o da teologi accademici, ma da
cristiani e anche da uomini e donne qualunque, è impressionante perché se
uno va a vedere quali sono i valori umani, sociali, civili che sarebbero
procurati o sarebbero meglio garantiti dal gran bene dell’indissolubilità
assoluta, a parte un fuggevole cenno al “bene dei figli”, non ve ne trova
alcuno.
Il matrimonio come realtà
terrena, umana, storica, sociale, il matrimonio non come “una cosa pia, ma una
cosa profana in tutto e per tutto che avete fatto e fate”, come lo definiva
Dietrich Bonhoeffer in una “predica per nozze” scritta in punto di martirio nel
carcere di Tegel, non esiste più nella visione del Papa polacco; esso è
totalmente sacralizzato; la ragione per cui non si può rompere è perché deve
rappresentare simbolicamente l’unione indissolubile di Cristo con la sua Chiesa
e lo deve fare lasciando comunque sussistere il vincolo giuridico, anche contro
ogni umana evidenza.
La cura delle situazioni difficili ( da "Le sfide pastorali
sulla famiglia", dalla raccolta delle risposte di tutti i vescovi al questionario inviato a tutti l'anno scorso)
mercoledì 30 luglio 2014
Divorzio e partecipazione ai sacramenti
Riflettiamo insieme: propongo a puntate un articolo di Raniero La Valle, giornalista, politico ed intellettuale italiano sul problema del divorzio, separazioni, e partecipazione ai sacramenti nella pratica, nel pensiero e decisioni della Chiesa. Tutti sappiamo, almeno dovremmo sapere, che Papa Francesco ha indetto un sinodo speciale dei Vescovi, per trattare questi argomenti nella prospettiva di una nuova e più efficace pastorale sulla famiglia. I lavori di questo sinodo termineranno nel 2015. Allora sapremo quali saranno le novità, se ve ne saranno e che molti attendono, o le decisioni dei vescovi a riguardo.
Mi sembra giusto e opportuno che anche noi laici riflettiamo e ci informiamo su questi argomenti che riguardano ormai diverse migliaia di fedeli e non, e la nostra partecipazione e comunione nella Chiesa, popolo di Dio. Non interessarsi a questi problemi vuol dire disinteresse verso la società, la nostra vita cristiana, e una mancanza verso i fratelli che soffrono certe situazioni di disagio nella loro vita di fede.
Queste puntate vogliono essere un invito anche a dire la propria opinione con commenti in queste pagine e anche nell’ambito del nostro quotidiano. L’articolo originale di Raniero La Valle è: Divorzio e nuove nozze _ GESÙ E LA DONNA DAI CINQUE MARITI
Prima puntata: Divorzio e
partecipazione ai sacramenti
Della comunione ai cattolici che dopo un divorzio vivono un
secondo matrimonio, ormai si discute in tutta la Chiesa. La decisione sarà
presa dal Sinodo dei vescovi, ma è adesso che se ne stanno ponendo le premesse
dopo le caute aperture del Papa e l’ipotesi fatta al Concistoro dal cardinale
Kasper, di una riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati dopo
un percorso penitenziale, sulla scia della Chiesa antica e in sintonia con la
Chiesa ortodossa orientale.
Al di là della soluzione proposta, l’approccio del cardinale
Kasper è di straordinario valore: da un lato perché dalla dottrina dell’indissolubilità
oggi vigente egli torna alla fonte da cui è scaturita, cioè al Vangelo
che “non è una legge scritta ma è la grazia dello Spirito Santo” (lo diceva
pure san Tommaso), e dall’altro perché mette in guardia rispetto a una prassi
ecclesiale che a partire dalla negazione dell’eucaristia ai genitori
divorziati, rischia di separare dai sacramenti e dalla fede i loro figli, così
che “perderemo anche la prossima generazione, e forse pure quella dopo”.
Durissimo però è il fuoco di sbarramento già lanciato da
quanti si oppongono ad ogni cambiamento della disciplina ecclesiastica in
materia, che a loro parere la Chiesa stessa non avrebbe il potere di
modificare; e tra i più agguerriti difensori di tale ortodossia non ci sono
solo prelati credenti, ma anche atei devoti che, come Giuliano Ferrara, si
proclamano non credenti che vogliono vivere in un mondo di credenti, ritenuto
molto più funzionale per loro.
Anche per la pressione di questi strumentalismi esterni, il
dibattito ecclesiale rischia di polarizzarsi su posizioni radicalmente
contrapposte che non rendono onore all’oggetto del contendere, quando l’oggetto
del contendere comprende beni preziosissimi che sono cari ad ambedue le parti
in contrasto tra loro, e cioè il significato dell’eucaristia, l’accoglimento e
la retta interpretazione delle parole di Gesù, la capacità risanatrice e
salvifica della Chiesa, la misericordia e la tenerezza di Dio. C’è il rischio
che per difendere la propria tesi si rovesci il senso delle cose, che ad
esempio un dono di Dio diventi un giogo, o che una scelta fatta per amore di
Dio sia imputata a peccato, o che il primato della coscienza degeneri in
anomia.
È più morale un divorzio che una falsa nullità
C’è anche il rischio che, per accorciare le distanze tra le
due parti, si cerchino formule di compromesso, prive di verità e di vita,
magari adottando le scelte proposte da una parte mantenendo però gli argomenti
sostenuti dall’altra. Sarebbe questo il caso del tentativo di conseguire gli
stessi obiettivi del divorzio estendendo oltre misura le pronunzie di nullità
del matrimonio, ad esempio mettendo in dubbio il carattere veramente
sacramentale di matrimoni celebrati senza vera convinzione di fede.
In questo
modo, si pensa, sarebbero tutti contenti: i coniugi che potrebbero risposarsi
in chiesa, i custodi dell’ortodossia che vedrebbero salvaguardato il principio
dell’indissolubilità, e la Chiesa istituita che con i suoi tribunali
regolerebbe il traffico mantenendo comunque il controllo dei matrimoni validi o
nulli, primi o secondi che siano.
Ma il risultato sarebbe una strage di
matrimoni, perché sarebbero revocati nel nulla, come mai esistiti, come mai
amati da Dio, come mai appartenuti alla vita e sede di amore tra i coniugi,
matrimoni invece realissimi, fecondi di figli, veri o imperfetti sacramenti che
fossero e, semplicemente, finiti. È molto più alto moralmente un divorzio
con sofferenza e riconoscimento di un insuccesso, che la finzione di un
matrimonio, magari pur ricco di valori e di amore, che venga negato come non esistente
fin dal principio.
E non si dica che nel matrimonio annullato non poteva
esservi stato amore, perché l’amore vero non finisce. Non è così, perché nella
condizione delle creature anche un vero amore può finire. Perciò ha ragione il
cardinale Kasper quando sostiene che “molti divorziati non vogliono la
dichiarazione di nullità. Dicono: abbiamo vissuto insieme, abbiamo avuto figli; questa era una realtà, che non si può
dichiarare nulla, spesso solo per ragione di mancanza di forma canonica del
primo matrimonio”. Perciò bisogna affrontare la vera questione, che è
quella della dissoluzione di un matrimonio valido
tra battezzati, in cui non sia stato più possibile mantenere il rapporto
coniugale.
lunedì 28 luglio 2014
«Ogni popolo guardi il dolore dell’altro. E la pace sarà vicina»
Questo testo è stato scritto dal
cardinale Carlo Maria Martini alla fine del mese di agosto del 2003 in un momento di grave
crisi e tensione tra Israele e Palestina.
Purtroppo dopo 13 anni è più che
mai di grande attualità...
«Ogni popolo guardi il dolore dell’altro. E la pace sarà vicina» di Cardinale CARLO MARIA MARTINI*
Torno da Gerusalemme avendo ancora negli orecchi il
suono sinistro delle sirene della polizia e delle ambulanze dopo il terribile
attentato di martedì 19 agosto. Ma ciò che sempre più ascolto dentro di me non
è soltanto il dolore, lo sdegno, la riprovazione, che si estende a tutti gli
atti di violenza, da qualunque parte provengano. È una parola più profonda e
radicale, che abita nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo: non fabbricarti
idoli! Questa parola risuona nella Bibbia a partire dalle prime parole del
Decalogo e la percorre tutta quanta, dalla Genesi all'Apocalisse.
È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.
Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.
Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri".
Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).
Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza.
È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.
Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.
Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.
Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.
È dunque un comandamento che tocca profondamente il cuore di ebrei e cristiani e segna un principio irrinunciabile di vita e di azione. Ed è un comandamento anche molto caro all'Islam, che ne fa uno dei pilastri della sua concezione religiosa: c'è un Dio solo, potente e misericordioso, e nulla è comparabile a lui. Ma è anche un precetto segreto che risuona nel cuore di ogni persona umana: chi adora o serve in ogni modo un idolo ha una coscienza almeno vaga di voler «usare» la divinità o comunque un principio assoluto per i propri scopi, sente che sta strumentalizzando e sottoponendo ai propri interessi un sistema di valori a cui occorre invece rendere onore. Per questo chiunque adora un idolo intuisce che in qualche modo si degrada, sta facendo il proprio male e sta preparandosi a fare del male agli altri.
Ma non ci sono soltanto gli idoli visibili. Più radicati e potenti, duri a morire, sono gli idoli invisibili, quelli che rimangono anche quando sembra escluso ogni riferimento religioso. Tra essi vi sono gli idoli della violenza, della vendetta, del potere ( politico, militare, economico...) sentito come risorsa definitiva e ultima. E' l'idolo del volere stravincere in tutto, del non voler cedere in nulla, del non accettare nessuna di quelle soluzioni in cui ciascuno sia disposto a perdere qualche cosa in vista di un bene complessivo. Questi idoli, anche se si presentano con le vesti rispettabili della giustizia e del diritto, sono in realtà assetati di sangue umano.
Essi hanno una duplice caratteristica: schiavizzano e accecano. Infatti, come dice tante volte la Bibbia, chi adora gli idoli diviene schiavo degli idoli, anche di quelli invisibili: non può più sottrarsi ad esempio alla spirale perversa della vendetta e della ritorsione. E chi è schiavo dell'idolo diventa cieco riguardo al volto umano dell'altro. Ricordo la frase con cui alcuni giovani ex - terroristi degli anni '80 cercavano di descrivere come avessero potuto sparare e uccidere: "non vedevamo più il volto degli altri".
Le violenze che si scatenano oggi in tante parti del mondo sono il segno che c'è un'adorazione di questi idoli e che essi ripagano con la loro moneta distruttrice chiunque renda loro omaggio. Chi ha fiducia solo nella violenza e nel potere prima o poi tende a eliminare e distruggere l'altro e alla fine distrugge se stesso. Già san Paolo ammoniva: "se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!". E ancora: "Non vi fate illusioni: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato" (Lettera ai Galati 5,15 e 6,7).
Siamo nel vortice di una crisi di umanità che intacca il vincolo di solidarietà fra tutto quanto ha un volto umano. Nell'adorazione dell'idolo della potenza e del successo totale ad ogni costo è l'idea stessa di uomo, di umanità che viene offesa, è l'immagine stessa di Dio che viene sfigurata nell'immagine sfigurata dell'uomo. Ma proprio da questa situazione, dalla presa di coscienza di trovarsi in un tragico vicolo cieco di violenza - a cui ha fatto più volte allusione il Papa Giovanni Paolo II - può scaturire un grido di allarme salutare e urgente, più forte dell'idolatria del potere e della violenza.
È un grido che si traduce concretamente nel proclamare che non vi sono alternative al dialogo e alla pace. Lo sta da tempo ripetendo in tanti modi Giovanni Paolo II. Ma esso è un grido che precede le dichiarazioni pubbliche, per quanto accorate. Risuona infatti nel cuore di ogni uomo o donna di questo mondo che si ponga il problema della sopravvivenza umana. Di alternativo alla pace oggi vi è solo il terrore, comunque espresso. Quando la sola alternativa è il male assoluto, il dialogo non è solo una delle possibili vie di uscita, ma una necessità ineludibile. Per questo i leader di tutte le parti tra loro contrastanti debbono rischiare senza esitazioni il dialogo della pace.
Tutto ciò fa emergere ancora più chiaramente le responsabilità della comunità internazionale, quelle dell'Onu e quelle dell'Europa, quelle degli Stati Uniti, della Russia e dei paesi arabi. È necessario che tutti aiutino il processo di pace che si era appena iniziato, con una pressione forte e convinta a favore della Road Map e anche con la prontezza a fornire un sostegno politico e finanziario alle comunità che hanno il coraggio di rischiare la pace. Alla costruzione di muri di cemento e di pietra per dividere le parti contrastanti è preferibile un ponte di uomini che, pur garantendo la sicurezza di entrambe le parti, consenta alle due comunità di comunicare e di intendersi sempre più sulle cose essenziali e su quelle quotidiane.
Certamente l'odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l'idolo dell'odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell'altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l'odio quando essa è memoria soltanto di se stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.
Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre se stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l'altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell'idolo consiste nel mettere l'altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative.
27 agosto 2003
da Internet, Corriere della sera
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