sabato 11 gennaio 2014

Don Bosco: " Mi fidavo di Dio". Un modello e un esempio ancora oggi



Per me Dio è sempre stato un buon papà

Padre Pascual Chavez , Rettor maggiore dei salesiani  fa parlare don Bosco

 "Da mihi animas cetera tolle!




Una premessa necessaria

Tra le molte cose che ho scritto, invano troverai un mio diario spirituale, una descrizione del mio itinerario intimo, un'autobiografia come specchio della mia spiritualità. Non era il mio stile.
Forse per quel naturale riserbo che è proprio dei contadini, probabilmente per la formazione che avevo ricevuto non mi sentivo portato ad aprirmi, certamente perché preferivo conservare nel mio cuore il ricordo di tante esperienze, di lotte e di conquiste apostoliche, anziché manifestarle in pubblico.
Per questo non troverai nei miei libri e nelle mie conversazioni né confidenze né testimonianze del mio personale rapporto con Dio e con il suo mistero.


Eppure, ti posso assicurare che tutta la mia esistenza è nata, cresciuta e si è sviluppata in un intimo contatto con il soprannaturale. Se il mondo è stato il mio banco di prova, la fede è stata la mia risposta di credente. Ero solito affermare: «In mezzo alle prove più dure ci vuole gran fede in Dio».
Questo lo dicevo agli altri. Per primo, a me stesso. 


Le certezze che mi hanno sorretto

Mi ha sempre guidato una certezza: in ogni cosa ho sempre sentito una garanzia dall'alto. Pur nella consapevolezza dei miei limiti, sentivo bruciare nel mio cuore l'ardore del servo biblico, la vocazione del profeta che sa di non potersi sottrarre ai voleri divini. Anche se, quando parlavo dei miei "sogni" non ho mai usato il termine biblico di "annunciazione", pure ho sempre ritenuto che fossero autentici avvertimenti dall'alto da valutare con prudente umiltà e fiducioso ascolto. Quando, negli anni della mia piena maturità rileggevo la mia esperienza apostolica, provavo in me una specie di vertigine, di stupore evangelico che mi faceva esclamare: «Ero un povero prete, solo, abbandonato da tutti, assai peggio che solo, perché dispregiato e perseguitato; avevo un vago pensiero di fare del bene... Sembrava allora un sogno il pensiero del povero prete, eppure Iddio realizzò, compì i desideri di quel poveretto. Come si siano fatte le cose, io appena saprei dirvelo. Non me ne so dare ragione io stesso. Questo io so, che Dio lo voleva».
Mi lasciavo guidare da una frase raccolta tante volte dalle labbra di mia madre: «Siamo nelle mani del Signore, il quale è il più buono dei padri che veglia di continuo al nostro bene, e sa ciò che è meglio per noi e quello che non è».


Occorreva una buona dose di fede, di coraggio e di abbandono alla Provvidenza del Signore; questa non mi mancava, anche se verso la fine della vita confesserò: «Se io avessi avuto cento volte più fede, avrei fatto cento volte più di quello che ho fatto».


Affrontavo la vita con tutte le sfide che essa mi presentava con serena e filiale fiducia nel Signore. Ai miei ragazzi scrivevo già nel 1847 in quel libro di preghiere e di formazione cristiana che avevo intitolato Il Giovane Provveduto e che si stava rivelando un autentico bestseller indovinato nello stile e nel contenuto: «Non sei al mondo solamente per godere, per farti ricco, per mangiare, bere e dormire, come fanno le bestie, ma il tuo fine si è di amare il tuo Dio». Descrivevo il cristiano come «un viaggiatore in cammino verso il Cielo». Per me, il Signore e il Cielo sostanzialmente si equivalevano. Infatti volevo i miei giovani «felici nel tempo e nell'eternità». 

Quando parlavo di Dio come «Padre misericordioso e provvidente» la mia preghiera cambiava di tono: in genere, era una preghiera semplice e cordiale la mia, senza eccessive inflessioni di voce. Ma quando pronunciavo le parole Padre nostro le dicevo con un accento che - e me lo riferivano con molta semplicità i presenti - tradiva un insolito trasporto del cuore. Avevo pianto la morte di mio papà Francesco con quell'innocente e straziante dolore che è capace di manifestare solo un bambino che non ha ancora compiuto due anni d'età. Quella morte mi aveva introdotto nel mistero di un Dio che non abbandona mai i suoi figli. E sin dai primi anni di vita mi rapportai con Lui come un padre buono e misericordioso
.
Un impegno per sempre

Scrissi nel 1854: «Quando mi sono dato a questa parte di sacro ministero intesi consacrare ogni mia fatica alla maggior gloria di Dio ed a vantaggio delle anime, intesi adoperarmi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del Cielo. Dio mi aiuti di poter continuare fino all'ultimo respiro di mia vita. Così sia».
Sono parole impegnative che sono diventate il programma definitivo della mia intera esistenza, cui non sono mai venuto meno. Tanto è vero che, nella presentazione del libro Il Giovane Provveduto, potevo fare un'affermazione molto coraggiosa, ma soprattutto vera: «Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e basta che siate giovani, perché io vi ami assai, e vi posso accertare che troverete libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e che desideri la vostra vera felicità».


Mi stavo impegnando per sempre alla causa dei giovani, anche se storicamente vivevo un momento di grande incertezza. Poco prima (siamo a luglio 1846) avevo sofferto un collasso fisico che mi aveva portato alle soglie della morte; poi, dopo un breve periodo di convalescenza trascorso ai Becchi, ero tornato a Torino. Là c'era stato un dialogo teso e difficile con la buona Marchesa Barolo. Ebbene, son contento di poter ripetere oggi la mia netta presa di posizione di allora fatta alla generosa benefattrice (che mi amava come il figlio che non aveva mai avuto), il mio "sì" ufficiale e definitivo, il mio "credo" a favore dei giovani. Proprio oggi, quando vedo la Congregazione dilatata e presente in oltre 130 nazioni: «La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La ringrazio delle profferte che mi fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina Provvidenza mi ha tracciato». E senza nessun appoggio umano mi ero abbandonato «a quello che Dio avrebbe disposto di me».


Mi fidavo di Dio, Colui che era sempre stato il mio buon "papà".
Da Bollettino Salesiano, gennaio 2014

giovedì 9 gennaio 2014

Papa Francesco : le cinque dita




PAPA FRANCESCO,  preghiera per la famiglia



   
Il pollice è il dito a te più vicino.
Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono vicini.
Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è "un dolce obbligo".

Il dito successivo è l'indice.
Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri
la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.

Il dito successivo è il più alto, è chiamato medio
Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti.
Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l'opinione pubblica. Hanno bisogno della guida di Dio.


Il quarto dito è l'anulare.
Lascerà molto sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. E' lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte.
Le preghiere non saranno mai troppe. Ed è lì per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.

E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo.
Come dice la Bibbia, "gli ultimi saranno i primi". Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso.
Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono
le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.





mercoledì 8 gennaio 2014

L'arte del guardare i figli (valido anche per catechisti)



PINO PELLEGRINO

da Bollettino Salesiano gennaio 2014

9. Guardare il figlio

Da mesi veniamo proponendo le principali mosse dell'arte di educare.
Siamo partiti dal "seminare", siamo passati all'"aspettare", al "parlare", all'"amare"... ed eccoci al "guardare": guardare il figlio.
Una mossa che, in prima battuta, può sembrare di poco conto! In realtà gli occhi hanno un potere eccezionale!

 

L'arte del guardare il figlio

Il contatto visivo è una delle più potenti vie di educazione (o diseducazione).
Gli occhi parlano più forte della voce: sono il canale attraverso il quale trasmettiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni.
Gli occhi possono trasmettere rabbia, tristezza, sdegno, disprezzo, freddezza, oppure calore, tenerezza, accoglienza, gioia, speranza, conforto, amore (lo sanno bene i fidanzati che talora sembrano mangiarsi con gli occhi!). 


Guardare il figlio è come dirgli: "Tu esisti per me, tu sei entrato nei miei pensieri, nei miei affetti".
Nei campi di concentramento tedeschi era severamente proibito ai prigionieri di guardare negli occhi i loro carcerieri. Lo sguardo avrebbe potuto intenerirli!
Insomma, una cosa è certa: se guardassimo i figli almeno come guardiamo il bagno e l'automobile, avremmo ragazzi meno tristi, meno infelici, meno delusi della vita. 


"Se guardassimo...": è una parola!
Si tratta di guardare con arte, cestinando gli sguardi sbagliati, per scegliere esclusivamente, gli sguardi buoni

Sguardo sbagliato è, ad esempio, lo sguardo poliziesco che tacchina in continuazione il figlio senza mai lasciarlo libero di respirare, di muoversi, di uscire, di scendere in cortile per giocare... Sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso dei genitori che mirano di più a farsi ubbidire che a convincere. Terzo sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Questo è il peggiore in assoluto! L'indifferenza è la bestia nera di tutti i figli del mondo! La pericolosità dello sguardo indifferente sta nel fatto che può azzerare quella grande forza cosmica che è la voglia di vivere! Lo sguardo indifferente manda a dire al figlio: "Tu sei nessuno". 
Messaggio che taglia le radici alla vita! A ben pensarci, non è forse vero che ha senso essere al mondo solo se si è per qualcuno? 

Davvero: gli sguardi sbagliati sono l'inverno; gli sguardi buoni sono la primavera. Sguardo buono è lo sguardo generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. Sguardo buono è sguardo sempre nuovo: vede che il figlio cambia e quindi si adatta alla sua crescita (vi è un abisso tra il bambino e l'adolescente: trattare il figlio da perenne bambino è uno sbaglio da cartellino rosso!). Sguardo buono è lo sguardo ottimista, incoraggiante, luminoso: lo sguardo che dà valore al figlio e tifa per lui. 

Aveva tutte le ragioni il filosofo francese Louis Lavelle (1883-1951) a sostenere che "il maggior bene che possiamo fare agli altri non è comunicare loro la nostra ricchezza, bensì rivelargli la loro". 

Fortunati i figli che hanno genitori con gli occhi simili (per quanto è possibile!) a quelli del 'facchino di Dio' don Orione (1872-1940) che, come ricorda il professor Enrico Medi (1911-1974) "ti bruciavano l'anima e ti entravano dentro come la luce esce dagli angeli". I genitori con tale sguardo hanno la patente pedagogica a punti pieni! 




sabato 4 gennaio 2014

Se non hai gustato non puoi annunciare…





Ciò che le nostre mani hanno toccato di don Tonino Bello

Il particolare è di una bellezza incredibile.

Nella vita di Francesco scritta da Tommaso da Gelano si legge che il santo, nella notte in cui a Greggio costruì il primo presepe, mentre cantava il Vangelo della messa di Natale essendo egli diacono, ogni volta che pronunciava il nome di Gesù «passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quella  parola».



Questa scena di Francesco che si lecca le labbra mi sembra una splendida simbologia che deve farci capire una cosa. Di Gesù non basta la conoscenza puramente intellettuale, accademica,  esprimibili con i concetti sia pure raffinati della teologia. Con lui occorre un contatto che scavalchi l’approccio teorizzante, e si traduca in relazioni che facciano perno sullo spessore dell’esperienza, non escludano la copiosità del sentimento, e utilizzino le innumerevoli altre strade di conoscenza che non siano necessariamente quelle delle idee chiare e disunte.



Di Gesù, insomma, non si solo teoria. Ma soprattutto «soterìa», che è una parola greca che significa salvezza. E visto che mi son messo a parlare difficile, voglio continuare caparbiamente citandovi una frase dei teologi medievali che affermavano: «caro  salutis cardo». Significa questo: che la carne, il corpo, la visibilità materiale insomma, è il cardine attorno a cui si articola la salvezza, anzi è il veicolo attraverso  cui l’opera  salvifica di Dio entra nelle  arterie   della  storia.

Se perciò di Gesù si «soterìa», cioè salvezza, e se è vero che la salvezza non può fare a meno della tangibilità della carne, e dello spessore del corpo, comprendere bene che l’aver fatto esperienza vitale di Gesù costituisce il passaggio obbligato per poter efficacemente parlare di lui.



Senza  questo  diploma  di laurea  conseguito  nelle  università  del deserto,  sui  banchi  della  preghiera,  nelle  strutture  del  coinvolgimento  esistenziale,  dopo diuturni  contatti  a  tu  per  tu  col  Maestro, dopo esami estenuanti  preparati  nel sacrificio,  e dopo infinite  esercitazioni di «riconoscimento»    del volto di lui nel volto dei fratelli.. perfino la laurea conseguita nelle accademie pontificie è incapace di   abilitare   al1’annuncio   del   Vangelo.

In altre parole: se prima non hai gustato la dolcezza del suo nome,  è inutile  che  ti  metti  a  predicarlo.



Se il buon profumo di Cristo non promana dalle tue mani che hanno stretto le sue, le parole che annunci sono prive di garanzie. Se non hai da esibire veli di Veronica attraverso i quali hai toccato il suo volto, le tue lezioni su di lui saranno sempre inaffidabili. Se Gesù non ha segnato le sue impronte digitali in qualche parte del tuo essere, è fatica sprecata tentare un identikit di lui inseguendo  astrazioni  di  riporto.



Se egli non ti ha lasciato scritto di suo pugno un promemoria sulla pagina dell’anima, o non ti ha messo almeno un autografo in calce alle tue righe, è vano spiegarlo agli altri seguendo gli appunti segnati  sulle  pagine  di  carta.



Per  dipingere  Cristo,  diceva  il  Beato  Angelico,  bisogna  vivere di lui. Ebbene, per dipingerlo sulla tela di una esistenza umana, soprattutto se  è la tela delicata di un fanciullo, bisogna intridere il pennello della parola nel vermiglio delle sue piaghe, nel verde dei suoi occhi, nel cavo del suo cuore, nell’acquaforte dei suoi gesti, nella tempera dei suoi sentimenti, nelle profondità dei suoi pensieri,  nelle  trasparenze   dei  suoi  sogni.



Prima di raccontarlo, Gesù, bisogna averlo toccato. Quello che le nostre mani hanno tostato del Verbo della Vita, noi lo annunziamo anche a noi. .. Chi parla è san Giovanni: il discepolo che ha toccato, non solo con le mani ma anche col capo, le carni immacolate del Verbo.

Toccato,   non  spinto.



Vi ricorderete certamente di quella donna malata che guarì dopo aver toccato il mantello di Gesù. Come mai di tanta gente, che pure si accalcava attorno al Maestro e che certamente si trovava in situazione di bisogno, solo lei ottenne la guarigione? A questa domanda sant'Agostino risponde con una splendida battuta, che,  e ancora una volta dovete perdonarmi vi cito in latino: «turba premit, illa tangit». Che significa: «la turba spinge; lei, invece, tocca».



Noi diciamo francamente che Gesù lo spintoniamo un po’ troppo, ma senza toccarlo.

Lo manipoliamo nei sacramenti, ignorandolo con le ritualità. Lo urtiamo con implorazioni da cerimoniale, comprimendolo nei frasari sa copione. Gli  strisciamo accanto con la ripetibilità delle sacre faccende e gli piantiamo i gomiti nei fianchi, violentando i poveri al cui interni egli si nasconde.



Ma non lo tocchiamo con l’emozione della carezza. Non lo sfioriamo con abbracciamenti di abbandono. E per questo che non potremo mai guarire da quella  malattia  che  si  chiama  «inattendibilità».

E allora, sapete che vi dico? Che un pezzo di quella frase tanto esecrata di Tommaso, ognuno la può prendere per buona applicandola a sé. Cambiandone, però, la conclusione.

Se non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mano nel suo costato…gli altri non crederanno!




venerdì 3 gennaio 2014

Chi è amato, ottiene tutto



DON BOSCO RACCONTA

Chi è amato, ottiene tutto, specialmente dai giovani

Spinsi quel carretto...
In una giornata afosa e soffocante camminavo per Torino in compagnia del fedelissimo don Rua e di un altro salesiano, quando ad un tratto i miei occhi indugiarono su una scena che mi riempì il cuore di profonda tristezza: un ragazzino, forse avrà avuto 12 anni, stava tentando di trascinare un carretto carico di mattoni sull'acciottolato sconnesso della via. Era un garzone muratore esile e piccolo che, incapace di smuovere quel peso superiore alle sue forze, stava piangendo disperato. Mi staccai dai due salesiani e corsi verso quel povero ragazzo, gli sorrisi con un lieve cenno d'amicizia e lo aiutai a spingere quel peso sino al cantiere di lavoro. Tutti si meravigliarono nel vedere arrivare in quel posto un prete con tanto di tonaca nera; il ragazzino, invece, aveva capito al volo che gli volevo davvero bene se mi ero messo al suo fianco per un gesto solidale di aiuto concreto.
Mi piace ricordare questo fatto, uno fra i tanti, perché lo considero il simbolo del mio grande amore verso i giovani. Amore non fatto di parole, amore che parlava dritto dritto al cuore. Di questo ero certo: il cammino che giunge al cuore è quello che convince di più e spazza via ogni resistenza e possibile dubbio.


Una sera memorabile
Ricordo con emozione, come se fosse oggi, la sera del 26 gennaio 1854. Dopo le preghiere avevo radunato nella mia povera camera 4 giovani (tra i 16 e i 20 anni) che erano con me da tempo. Stavo per proporre loro "una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo". Non potevo sbilanciarmi oltre. Se avessi manifestato loro la mia intenzione di fondare una congregazione religiosa non avrei raggiunto lo scopo. Erano tempi in cui, con un semplice tratto di penna, vari gruppi di frati e monache erano stati cancellati. Era più prudente domandare se volevano rimanere con me per aiutarmi a lavorare con i giovani. Seguivo l'esempio di Gesù che ai primi discepoli aveva solo detto: Venite e vedete. Da quella sera ci chiamammo per la prima volta "salesiani". E con lo sguardo fisso su san Francesco di Sales, il campione della bontà e della mitezza evangelica, iniziammo. Quando stavo per essere ordinato prete, 18 anni prima, avevo scelto tra i propositi: "La carità e la dolcezza di san Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa". Nel mio cuore, quella sera, nasceva la congregazione salesiana; essa sarebbe stata definitivamente approvata solo 20 anni dopo! Mi aspettava un cammino lungo e difficile, una vera Via Crucis te l'assicuro... Tanto che, anni dopo, confessavo: "Se avessi saputo prima che costava tanti dolori, fatiche, opposizioni e contraddizioni il fondare una Società religiosa, forse non avrei avuto il coraggio di accingermi all'opera".

Un'educazione personalizzata

Anche se lavoravo con molti giovani, la mia pedagogia non era mai di massa, anonima, generica. Era sempre personalizzata. Ero solito usare un quaderno speciale: in esso annotavo il profilo di ogni ragazzo, la sua indole, le sue reazioni, qualche mancanza leggera, ma di quelle che fanno stare all'erta un uomo prudente, i progressi riportati nello studio e nella condotta. Mi servivo di questo quaderno per un accompagnamento personale di ogni ragazzo. Lo stesso metodo lo consigliavo a coloro che erano incaricati del catechismo. Era il Quaderno dell'Esperienza. In esso i catechisti dovevano registrare gli inconvenienti, gli sbagli che avvenivano a scuola, a passeggio, nel cortile, ovunque. Raccomandavo loro di leggere ogni tanto le osservazioni fatte, le misure prese e i risultati ottenuti. Era un lavoro di costante verifica che esigeva attenzione e continua presenza. Per questo, nel Trattatello sul Sistema Preventivo avevo definito l'educatore come "un individuo consacrato al bene de' suoi allievi, pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale e scientifica educazione de' suoi allievi".
Sognavo l'educatore come "assistente", colui che "sta accanto" al giovane, che conosce ciascuno e chiede da ciascuno di essere conosciuto. Proprio come il buon pastore, colui che conosce le sue pecore e da esse è perfettamente conosciuto.




PASCUAL CHAVEZ VILLANUEVA, Rettor Maggiore: da Bollettino Salesiano novembre 2013


giovedì 2 gennaio 2014

Compromessi: una malattia italiana?



Scendere a compromessi?



Il 70% degli italiani è tifoso di una squadra di calcio. Il tifo (sportivo) è senz'altro la malattia più diffusa tra maschi italiani, probabilmente attinge il 99% di loro. E non importa quante volte ormai tu abbia già visto la giocata, ma l'adrenalina ti sale quando la tua squadra parte in contropiede - quando un giocatore lancia il tuo attaccante con un passaggio che lo smarca oltre la linea di difesa della squadra avversaria, e il tuo bomber fa un bellissimo gol. Che sovente però viene annullato - perché il tuo attaccante era in fuori gioco, ossia oltre la linea di difesa degli avversari. Non importa quanto bello sia stato il gol che ha fatto - era oltre la linea di fuorigioco, e quel gol non vale proprio nulla. E succede che l'attaccante viene pure ammonito.

Ci sono delle linee che non si possono varcare - e non parlo solo del calcio... sto parlando di "integrità" - il rifiuto di oltrepassare i confini morali, costi quel che costi. Perché, per quanto riguarda Dio, non importa quanto bello sia stato il gol che hai fatto - eri in fuorigioco, e quello che hai raggiunto non vale nulla.

A meno che tu non sia vissuto in una caverna gli ultimi 12 mesi della tua vita, probabilmente hai dovuto affrontare tentazioni che hanno messo a repentaglio la tua integrità più di una volta. Dire la verità a metà... patteggiamenti morali... disonestà a livello finanziario... compromessi a livello sessuale... o guardare o ascoltare o ridere di cose a cui Gesù non avrebbe mai preso parte. Per tutti noi che sentiamo quell'impulso che ci fa andare oltre la linea del fuorigioco, c’è un potente incoraggiamento nella vita di Neemia, l'uomo che Dio scelse per guidare il suo popolo nella straordinaria ricostruzione delle mura e delle porte di Gerusalemme.

Neemia è governatore di Gerusalemme. Ha la possibilità di usare la sua posizione a proprio vantaggio. Ma nonostante i suoi predecessori abbiamo usato la carica che avevano per farsi i loro interessi sfruttando la propria gente, Neemia risplende come un modello di integrità. In Neemia 5,14-15 sta scritto: «Da quando il re mi aveva stabilito loro governatore nel paese di Giuda, dal ventesimo anno fino al trentaduesimo anno del re Artaserse, durante dodici anni, né io né i miei fratelli mangiammo la provvista assegnata al governatore. I governatori che mi avevano preceduto, avevano gravato il popolo, ricevendone pane e vino, oltre a quaranta sicli d'argento; perfino i loro servi angariavano il popolo, ma io non ho fatto così, poiché ho avuto timore di Dio.» Leggetevi anche il resto, per capire quanto integro fosse quest'uomo.

I predecessori di Neemia lo avevano fatto... molti di quelli che lui governava lo facevano... ma Neemia si è rifiutato di sfruttare la sua posizione. Si era dato dei confini invalicabili, anche quando ne avrebbe potuto trarre un grande beneficio, sarebbe bastato solo un piccolo compromesso.

Stiamo pensando di ristrutturare il Boys Ranch, e prima di farlo ci sono permessi da richiedere negli uffici municipali. La scorsa settimana entro in uno di questi uffici. Il signore dall'altra parte della scrivania può bloccare tutto, basta che non metta la firma su un documento. Mi dice: "Padre, costa 20. Le posso fare pagare 10, ma lei deve dare 5 a me". Risposta secca: "Preferisco pagare 20". Sto ancora aspettando la firma - ma Dio ci benedirà.

Scendere a compromessi può essere la cosa più normale per chi ti sta intorno - ma se metti Dio al primo posto, devi avere il coraggio di dire: "Non posso". Compromettendo la tua integrità morale forse andrai avanti, magari otterrai anche quello che vuoi - ma se ami Dio devi dire: "Non posso!".



Confini invalicabili - quando Dio trova il cuore di un uomo o di una donna su cui può fare affidamento, Lui lo benedice. Per quello che riguarda Dio, se ciò che vuoi non è dentro i Suoi confini, non vale assolutamente nulla - e ti farai del male.

Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto

don Luciano, da Incontri con la Parola, Catechisti.it

lunedì 30 dicembre 2013

Buon Anno a tutti, di cuore!!

In quest’Anno: con un pensiero di  Madre Teresa




Non smettere mai di correre verso un traguardo, non smettere di essere te stesso, lotta sempre per ciò che desideri.


Vivi per la tua vita, ama chi ti ama e aiuta quando puoi, 


sogna sempre mete impossibili,



regalati in ogni istante attimi di vita eterna 




e in tutto questo immenso vivere racchiudi la magia dell’amore..







Buon  Anno a tutti di cuore!!