sabato 28 giugno 2014
La corruzione è una merce... di Papa Francesco
CORRUZIONE
"Questa è la definizione: è una merce! Poi cosa farà il Signore con i corrotti, qualsiasi sia la corruzione… Ieri abbiamo detto che c’erano tre tipi, tre gruppi: il corrotto politico, il corrotto affarista e il corrotto ecclesiastico. Tutti e tre facevano del male agli innocenti, ai poveri, perché sono i poveri che pagano la festa dei corrotti! Il conto va a loro. Il Signore dice chiaramente cosa farà: ‘Io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò a Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele".
"Sono traditori i corrotti, ma di più. La prima cosa nella definizione del corrotto è uno che ruba, uno che uccide. La seconda cosa: cosa spetta ai corrotti? Questa è la maledizione di Dio, perché hanno sfruttato gli innocenti, coloro che non possono difendersi e lo hanno fatto con i guanti bianchi, da lontano, senza sporcarsi le mani. La terza cosa: ma c’è una uscita, una porta d’uscita per i corrotti? Sì! ‘Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò. Si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. Cominciò a fare penitenza"
“Quando noi leggiamo sui giornali che questo è corrotto, che quell’altro è un corrotto, che ha fatto quell’atto di corruzione e che la tangente va di qua e di là e anche tante cose di alcuni prelati, come cristiani il nostro dovere è chiedere perdono per loro e che il Signore gli dia la grazia di pentirsi, che non muoiano con il cuore corrotto…"
Cronaca, storia e coscienza
Nel male che ci circonda è necessario cercare prospettive di luce e di speranza, risvegliare la coscienza per lottare contro il male che sembra invadere e devastare il mondo.
La coscienza morale in gioco di mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto
Tre avvenimenti recenti, di
natura molto diversa, mi inducono a proporre una riflessione che si muove fra
cronaca e storia, volta ad evidenziare gli aspetti della coscienza morale che
sono in gioco in essi e che riguardano ognuno di noi.
Il primo è la terribile
vicenda del giovane uomo di Motta Visconti che ha ucciso la moglie e i due
figlioletti, confessando poi di averlo fatto perché li sentiva come una gabbia
imposta alla sua libertà. Lo stesso assassino sembra abbia invocato il massimo
della pena per sé, mostrando di avere almeno un barlume di consapevolezza della
gravità del male compiuto. Molti hanno parlato di un "raptus" di
follia omicida, anche se lo stesso autore del delitto ha riconosciuto la premeditazione.
L'atrocità del fatto suscita immensa pietà verso le vittime, ponendo al
contempo la domanda su come sia stato possibile che nella coscienza di una
persona all'apparenza normale abbia potuto maturarsi un simile proposito.
Interrogativi come questo non trovano facili risposte: soprattutto non devono
far spazio a giudizi sommari, tanto in senso colpevolista, quanto in direzione
della pietà che lo stesso carnefice suscita per aver distrutto con le proprie
mani i beni più preziosi della propria esistenza. Un aspetto emerge da questa
vicenda, e cioè l'immane potenzialità del male che ogni essere umano è capace
di compiere, e con essa quella linea d'ombra fra luce e tenebra in cui si
muovono le scelte del libero arbitrio.
...
Sia pur in termini più temperati,
la lotta fra male e bene si affaccia in altri tristissimi fatti di cronaca
degli ultimi tempi: mi riferisco alla corruzione e al latrocinio che sono
emersi dalle inchieste sulla realizzazione di opere che avrebbero dovuto essere
fiore all'occhiello dell'iniziativa pubblica e dell'imprenditoria del nostro
Paese. Si tratta da una parte degli scandali connessi a Expo 2015, dall'altra
delle tangenti pagate ai corrotti nelle opere relative al Modulo Sperimentale
Elettromeccanico, progettato per la difesa di Venezia e della laguna dalle
acque alte. È perfino incredibile che personaggi potenti, cui non mancava
nulla, abbiano mostrato un'avidità speculare all'estendersi del loro potere.
Anche qui viene da chiedersi come sia stato possibile che l'ostentazione di
pubbliche virtù e la dichiarata volontà di servizio al bene comune potessero
collegarsi così sfrontatamente con la voracità di guadagni facili e smisurati.
È il tarlo della corruzione, male dagli effetti devastanti: la corruzione
«uccide», ha affermato Papa Francesco in diverse occasioni.
...
Un terzo evento accaduto
nelle ultime settimane, precisamente l'8 giugno, può aiutarci a riconoscere
alcune prospettive di luce e di speranza riguardo alla vittoria del male, che
sembra devastare le coscienze e dominare la scena della storia: è l'incontro di
preghiera promosso in Vaticano da Papa Francesco con la partecipazione dei
Presidenti di Israele e della Palestina, Shimon Peres e Abu Mazen. Il valore
unico di quest'avvenimento sta nel cambiamento di prospettiva che esso
introduce rispetto a ogni precedente ricerca "ufficiale" della pace
in Medio Oriente: il Vescovo di Roma non ha deresponsabilizzato nessuno
rispetto al dovere di lavorare per la pace e di combattere e vincere il male
dell'odio che avvelena tutti, ricordando che «per fare la pace ci vuole
coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì
all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al
negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni;
sì alla sincerità e no alla doppiezza». Il Il fatto, poi, che l'incontro sia
stato proposto e realizzato come momento di preghiera all'unico Dio di tutti i
credenti, introduce quel cambio di piano di cui c'era e c'è immenso bisogno:
mettersi insieme al cospetto dell'Eterno vuol dire riconoscere i propri limiti
e la propria debolezza, misurare il bene della pace da cercare non solo sul
proprio interesse, ma su quello di tutti, e specialmente dei poveri, e
impegnarsi nella profondità della propria coscienza davanti al giudizio ultimo,
cui nulla sfugge, a essere costruttori di un mondo più giusto per tutti.
.
giovedì 19 giugno 2014
Travolti e presi da un mondo che incalza sempre di più?
Stili di vita: io sono sempre connesso
Questo articolo di Fabio Cialdi ci darà delle motivazioni per scegliere dei momenti di riflessione e di relax, di calma e di pace interiore.
Il tipo di connessione
permanente che vorrei raggiungere.
Sono presente a un importante incontro con un gruppo
ristretto e qualificato.
Suona un cellulare e la persona si alza piedi e esce per
rispondere. È subito connesso con qualcuno lontano. Pensavo fosse connesso con
noi in sala.
Un altro controlla la posta sullo smartphone, un altro
ancora chatta.
Che bello, siamo finalmente tutti permanente connessi.
Possiamo comunicare con chiunque, in ogni parte del mondo, in ogni momento. Non
ci si sconnette mai. Siamo connessi sempre con persone o con fatti lontani,
reali o fantastici (come i games) che essi siano. Per essere connessi con i
lontani occorre naturalmente essere sconnessi con i vicini, anche se a volta si
tenta disperatamente la bilocazione, fenomeno mistico riservato a pochi eletti
(i quali tra l’altro, pur essendo contemporaneamente in due luoghi diversi,
agiscono soltanto in uno di essi!).
È normale per tanti chattare fino alle tre di notte. I
risultati si vedono al mattino sul lavoro o a scuola: la sconnessione dopo la
connessione continua; sconnessione proprio nel senso di mancanza di nesso:
fuori di testa, fino a forme di dipendenza peggiori dell’alcool e della droga.
Uno strumento nato per favorire i rapporti finisce col deteriorarli e creare il
vuoto attorno.
Una forma di connessione permanente esisteva già prima di
internet. I mistici e i maestri spirituali la chiamavano: “stare alla presenza
di Dio”. Non avveniva grazie a strumenti tecnici sofisticati, ma a un esercizio
di raccoglimento, di unificazione interiore per liberare dalla schiavitù delle
mille cose che tirano da ogni parte e lacerano l’unità interiore. Ci si sentiva
alla sua presenza e lo si sentiva presente. Avveniva anche un invio continuo di
sms, che allora si chiamavano “giaculatorie”, letteralmente “frecciate” che
partivano dal cuore e dicevano a Dio, con la fantasia dell’amore, le parole più
belle, le confidenze più intime. Si giungeva perfino ad chattare, in un dialogo
costante con Lui.
Il risultato non era l’estraneazione dal reale, ma la
capacità di svolgere il proprio lavoro, di rapportarsi con gli altri, di
compiere ogni azione come fosse la cosa importante, con una presenza di sé che
sapeva gustare la vita e che a tutto dava valore. È il tipo di connessione
permanente che vorrei raggiungere.
http://fabiociardi.blogspot.it/2014/06/connessi-e-disconnessi.html
domenica 15 giugno 2014
Amore o pietà?...
Quei volti interrogano tutti noi
di Enzo Bianchi
Abbiamo bisogno di vederli
transitare a centinaia dalle nostre stazioni ferroviarie per interrogarci su
cosa significhi la parola profugo.
Ormai ci siamo tragicamente
assuefatti alle immagini degli sbarchi a Lampedusa, ci nascondiamo dietro il
termine disumano di «clandestino», ci sentiamo più infastiditi che angosciati
dalle immagini che rimbalzano dall’Iraq o dalla Siria.
Immagini lontane che, se si
fanno troppo vicine, possiamo sempre oscurare, cancellare passando a qualche
video più rilassante, magari a una partita del mondiale di calcio. Poi,
all’improvviso, in una stazione qualunque, su un vagone come tanti, in mezzo a
pendolari e vacanzieri ecco apparire dei volti, ecco uomini, donne e bambini in
carne ed ossa, persone disperate abitate da un’ultima speranza. Sono lì, in
mezzo a noi, non ne capiamo la lingua, non sappiamo se sono musulmani o
cristiani, non capiamo come abbiano fatto ad arrivare, da dove vengano, dove
vogliano andare.
Sono lì loro e siamo lì noi:
il fastidio che avvertivamo vedendoli come massa in lontananza, come fiumana in
televisione, diventa sgomento, indignazione, senso di impotenza,
compassione.
Quegli occhi in cui è
racchiuso l’ultimo lembo del loro mondo ormai crollato, quei volti su cui si
intrecciano la paura e la dignità ferita, quei bambini che hanno smarrito
l’infanzia prima ancora di averla assaporata, quelle donne che sopravvivono
aggrappate al loro essere madri, pronte a tutto per salvare i loro figli...
Ecco, questo sono i profughi: non un’emergenza sociale, non un problema
politico, non uno strumento di propaganda, non un’eccedenza di mercato, non un
effetto collaterale di una strategia sbagliata. Ma un grido, un appello, un
richiamo a tornare alla dignità del comune appartenere all’umanità. Certo,
possiamo e dobbiamo interrogarci su cosa li spinge a fuggire dalla loro terra
(anche se alcuni di loro non hanno mai conosciuto una terra di cui poter dire
«mia»), sulle responsabilità dirette e indirette di tale scempio; possiamo e
dobbiamo chiederci come agire a monte, per impedire la tragedia prima che si
consumi, possiamo autoassolverci e accusare gli altri, tutti gli altri... Ma
intanto quei volti sono lì e ci interrogano. Che ne è della tua qualità umana?
Che ne è della tua fede cristiana, della tua etica laica, della tua filosofia
di vita? Cosa ne abbiamo fatto di parole come umanità, solidarietà,
fratellanza, compassione? In una parola: «Uomo, dove sei?».
Davanti non alla categoria
astratta del «profugo», non all’idea generica del «clandestino» bensì davanti a
un bambino, a una donna, a un uomo affranto perché non riesce a proteggere
quelle due creature più deboli siamo capaci di ripetere il gesto di fastidio
con cui tante volte abbiamo scacciato come mosche quelle immagini lontane che
arrivavano a disturbare la nostra tranquillità? Allora, dietro ai volti dei
profughi siriani, in mezzo ai binari di una stazione, ci appaiono anche i
cristiani dell’Iraq in cammino verso un luogo di riparo che non esiste, le
vittime di guerre cui non sanno e non sappiamo nemmeno dare un nome, i
rifugiati che cercano scampo dall’avidità e dalla violenza di chi ha per unico
Dio il proprio potere e la propria ricchezza. Quei volti ci obbligano a
ricordare eventi frettolosamente rimossi dalla nostra memoria: le nostre
«guerre umanitarie», la nostra democrazia da esportazione, il primato da noi
accordato all’approvvigionamento energetico hanno causato solo negli ultimi
giorni mezzo milione di profughi dall’Iraq, la fuga di intere comunità
cristiane presenti in quei luoghi da quindici secoli, lo sgretolamento di una
testimonianza di convivenza possibile.
Ancora ieri papa Francesco si
è scagliato contro «una cultura dello scarto», contro «un sistema economico che
non regge più e che per sopravvivere deve fare la guerra, come sempre hanno
fatto i grandi imperi. Visto che non si può fare la terza guerra mondiale, si
fanno guerre regionali. Cosa significa questo? Significa che si fabbricano e si
vendono armi, e così i bilanci delle economie idolatre, le grandi economie
mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si
risanano». Sì, in nome di una via di uscita dalla crisi economica, di un nostro
stare meglio, giustifichiamo l’espansione dell’industria degli armamenti,
togliamo vincoli all’esportazione delle armi, non ci chiediamo troppo a chi le
vendiamo, fingiamo di non sapere in che mani finiscono dopo qualche
triangolazione commerciale più o meno lecita, ci illudiamo di non essere
responsabili dell’uso che viene fatto di strumenti di morte fabbricati e messi
in circolazione da noi. Il prezzo di un fallace risanamento delle nostre
economie sono quegli esseri umani smarriti nelle nostre stazioni, accalcati in
barconi che non riescono nemmeno a galleggiare, convogliati in campi profughi
in cui manca tutto tranne la disperazione e la morte.
Fino a quando ciò che resta
della nostra umanità è ancora disposto a pagare un prezzo umano così alto? Fino
a quando continueremo a guardare quelle persone come fossero estranei? Fino a
quando non li riconosceremo come nostri familiari, parenti disperati che
invocano il nostro aiuto? Fino a quando non vedremo noi stessi riflessi nei
loro occhi di dolore e di speranza?
(fonte: “La Stampa” del
14 giugno 2014)
http://pietrevive.blogspot.it
giovedì 12 giugno 2014
PAPA FRANCESCO: L'AMORE NON E' UNA TELENOVELA,
Il
vero amore è concreto, punta sui fatti e non sulle parole; sul dare e non sulla
ricerca di vantaggi.
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.006, Ven. 10/01/2014)
Il vero amore non è quello delle telenovele. Non è fatto di illusioni. Il vero amore è concreto, punta sui fatti e non sulle parole; sul dare e non sulla ricerca di vantaggi. La ricetta spirituale per vivere l’amore fino in fondo è nel verbo «rimanere», un «doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi».
Papa Francesco, nella messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta giovedì mattina, 9 gennaio, ha indicato nella persona di Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, il fondamento unico del vero amore. È questa verità, ha detto, «la chiave per la vita cristiana», «il criterio» dell’amore.
Come di consueto il Pontefice ha preso le mosse per la sua meditazione dalla liturgia del giorno, in particolare dalla prima lettura (1 Giovanni 4, 11-18) dove si trova più volte una parola decisiva: «rimanere».
L’apostolo Giovanni, ha detto il Papa, «ci dice tante volte che dobbiamo rimanere nel Signore. E ci dice anche che il Signore rimane in noi». In sostanza afferma «che la vita cristiana è proprio “rimanere”, questo doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi».
Ma «non rimanere nello spirito del mondo, non rimanere nella superficialità, non rimanere nella idolatria, non rimanere nella vanità. No, rimanere nel Signore!». E il Signore, ha spiegato il Papa, «contraccambia questo» nostro atteggiamento e così «Lui rimane in noi». Anzi è «prima Lui a rimanere in noi» che, invece, «tante volte lo cacciamo via» e così «non possiamo rimanere in Lui».
«Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» scrive ancora Giovanni che, ha affermato il Papa, ci dice in pratica come «questo rimanere è lo stesso di rimanere nell’amore». Ed è una «cosa bella sentire questo dell’amore!» ha aggiunto, mettendo però in guardia: «Guardate che l’amore di cui parla Giovanni non è l’amore delle telenovele!
No, è un’altra cosa!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «l’amore cristiano ha sempre una qualità: la concretezza. L’amore cristiano è concreto. Lo stesso Gesù, quando parla dell’amore, ci parla di cose concrete: dare da mangiare agli affamati, visitare gli ammalati». Sono tutte «cose concrete» perché, appunto «l’amore è concreto». È «la concretezza cristiana».
Papa Francesco ha quindi avvertito: «quando non c’è questa concretezza» si finisce per «vivere un cristianesimo di illusioni, perché non si capisce bene dove è il centro del messaggio di Gesù». L’amore «non arriva a essere concreto» e diventa «un amore di illusioni». È una «illusione» anche quella che «avevano i discepoli quando, guardando Gesù, credevano che fosse un fantasma» come racconta il passo evangelico di Marco (6, 45-52). Ma, ha commentato il Papa, «un amore di illusioni, non concreto, non ci fa bene».
«Ma quando succede questo?» è la domanda posta dal Papa per comprendere come si cada nell’illusione e non nella concretezza. E la risposta, ha detto, si trova chiarissima nel Vangelo. Quando i discepoli pensano di vedere un fantasma, ha spiegato il Pontefice citando il testo, «dentro di sé erano fortemente meravigliati perché non avevano compreso il fatto dei pani, la moltiplicazione dei pani: il loro cuore era indurito». E «se tu hai il cuore indurito, non puoi amare. E pensi che l’amore è figurarsi cose. No, l’amore è concreto!».
C’è un criterio fondamentale per vivere davvero l’amore. «Il criterio del rimanere nel Signore e il Signore in noi — ha affermato il Papa — e il criterio della concretezza cristiana è lo stesso, sempre: il Verbo è venuto in carne». Il criterio è la fede nell’«incarnazione del Verbo, Dio fatto uomo». E «non c’è un cristianesimo vero senza questo fondamento. La chiave della vita cristiana è la fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo».
Papa Francesco ha anche suggerito il modo di «conoscere» lo stile dell’amore concreto, spiegando che «ci sono alcune conseguenze di questo criterio». Ne ha proposte due. La prima è che «l’amore è più nelle opere che nelle parole. Lo stesso Gesù l’ha detto: non quelli che mi dicono “Signore, Signore!”, che parlano tanto, entreranno nel Regno dei cieli; ma quelli che fanno la volontà di Dio». L’invito è dunque a essere «concreti» facendo «le opere di Dio».
C’è una domanda che ciascuno deve porre a se stesso: «Se io rimango in Gesù, rimango nel Signore, rimango nell’amore, cosa faccio — non cosa penso o cosa dico — per Dio o cosa faccio per gli altri?». Dunque «il primo criterio è amare con le opere, non con le parole». Le parole, del resto, «le porta via il vento: oggi ci sono, domani non ci sono».
Il «secondo criterio di concretezza» proposto dal Papa «è: nell’amore è più importante dare che ricevere». La persona «che ama dà, dà cose, dà vita, dà se stesso a Dio e agli altri». Invece la persona «che non ama e che è egoista cerca sempre di ricevere. Cerca sempre di avere cose, avere vantaggi. Ecco, allora, il consiglio spirituale di «rimanere col cuore aperto, non come era quello dei discepoli che era chiuso» e li portava a non capire. Si tratta, ha affermato ancora il Papa, di «rimanere in Dio» così «Dio rimane in noi. E rimanere nell’amore».
L’unico «criterio per rimanere è nella nostra fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto carne: proprio il mistero che celebriamo in questo tempo». E ha poi riaffermato che «le due conseguenze pratiche di questa concretezza cristiana, di questo criterio, sono che l’amore è più nelle opere che nelle parole; e che l’amore è più nel dare che nel ricevere».
Proprio «guardando il Bambino, in questi tre ultimi giorni del tempo di Natale», guardando il Verbo che si è fatto carne», Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a rinnovare «la nostra fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. E chiediamo la grazia — ha auspicato — che ci dia questa concretezza di amore cristiano per rimanere sempre nell’amore» e dunque facendo in modo «che Lui rimanga in noi».
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.006, Ven. 10/01/2014)
Il vero amore non è quello delle telenovele. Non è fatto di illusioni. Il vero amore è concreto, punta sui fatti e non sulle parole; sul dare e non sulla ricerca di vantaggi. La ricetta spirituale per vivere l’amore fino in fondo è nel verbo «rimanere», un «doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi».
Papa Francesco, nella messa celebrata nella cappella della Casa Santa Marta giovedì mattina, 9 gennaio, ha indicato nella persona di Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto uomo, il fondamento unico del vero amore. È questa verità, ha detto, «la chiave per la vita cristiana», «il criterio» dell’amore.
Come di consueto il Pontefice ha preso le mosse per la sua meditazione dalla liturgia del giorno, in particolare dalla prima lettura (1 Giovanni 4, 11-18) dove si trova più volte una parola decisiva: «rimanere».
L’apostolo Giovanni, ha detto il Papa, «ci dice tante volte che dobbiamo rimanere nel Signore. E ci dice anche che il Signore rimane in noi». In sostanza afferma «che la vita cristiana è proprio “rimanere”, questo doppio rimanere: noi in Dio e Dio in noi».
Ma «non rimanere nello spirito del mondo, non rimanere nella superficialità, non rimanere nella idolatria, non rimanere nella vanità. No, rimanere nel Signore!». E il Signore, ha spiegato il Papa, «contraccambia questo» nostro atteggiamento e così «Lui rimane in noi». Anzi è «prima Lui a rimanere in noi» che, invece, «tante volte lo cacciamo via» e così «non possiamo rimanere in Lui».
«Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» scrive ancora Giovanni che, ha affermato il Papa, ci dice in pratica come «questo rimanere è lo stesso di rimanere nell’amore». Ed è una «cosa bella sentire questo dell’amore!» ha aggiunto, mettendo però in guardia: «Guardate che l’amore di cui parla Giovanni non è l’amore delle telenovele!
No, è un’altra cosa!». Infatti, ha spiegato il Pontefice, «l’amore cristiano ha sempre una qualità: la concretezza. L’amore cristiano è concreto. Lo stesso Gesù, quando parla dell’amore, ci parla di cose concrete: dare da mangiare agli affamati, visitare gli ammalati». Sono tutte «cose concrete» perché, appunto «l’amore è concreto». È «la concretezza cristiana».
Papa Francesco ha quindi avvertito: «quando non c’è questa concretezza» si finisce per «vivere un cristianesimo di illusioni, perché non si capisce bene dove è il centro del messaggio di Gesù». L’amore «non arriva a essere concreto» e diventa «un amore di illusioni». È una «illusione» anche quella che «avevano i discepoli quando, guardando Gesù, credevano che fosse un fantasma» come racconta il passo evangelico di Marco (6, 45-52). Ma, ha commentato il Papa, «un amore di illusioni, non concreto, non ci fa bene».
«Ma quando succede questo?» è la domanda posta dal Papa per comprendere come si cada nell’illusione e non nella concretezza. E la risposta, ha detto, si trova chiarissima nel Vangelo. Quando i discepoli pensano di vedere un fantasma, ha spiegato il Pontefice citando il testo, «dentro di sé erano fortemente meravigliati perché non avevano compreso il fatto dei pani, la moltiplicazione dei pani: il loro cuore era indurito». E «se tu hai il cuore indurito, non puoi amare. E pensi che l’amore è figurarsi cose. No, l’amore è concreto!».
C’è un criterio fondamentale per vivere davvero l’amore. «Il criterio del rimanere nel Signore e il Signore in noi — ha affermato il Papa — e il criterio della concretezza cristiana è lo stesso, sempre: il Verbo è venuto in carne». Il criterio è la fede nell’«incarnazione del Verbo, Dio fatto uomo». E «non c’è un cristianesimo vero senza questo fondamento. La chiave della vita cristiana è la fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto uomo».
Papa Francesco ha anche suggerito il modo di «conoscere» lo stile dell’amore concreto, spiegando che «ci sono alcune conseguenze di questo criterio». Ne ha proposte due. La prima è che «l’amore è più nelle opere che nelle parole. Lo stesso Gesù l’ha detto: non quelli che mi dicono “Signore, Signore!”, che parlano tanto, entreranno nel Regno dei cieli; ma quelli che fanno la volontà di Dio». L’invito è dunque a essere «concreti» facendo «le opere di Dio».
C’è una domanda che ciascuno deve porre a se stesso: «Se io rimango in Gesù, rimango nel Signore, rimango nell’amore, cosa faccio — non cosa penso o cosa dico — per Dio o cosa faccio per gli altri?». Dunque «il primo criterio è amare con le opere, non con le parole». Le parole, del resto, «le porta via il vento: oggi ci sono, domani non ci sono».
Il «secondo criterio di concretezza» proposto dal Papa «è: nell’amore è più importante dare che ricevere». La persona «che ama dà, dà cose, dà vita, dà se stesso a Dio e agli altri». Invece la persona «che non ama e che è egoista cerca sempre di ricevere. Cerca sempre di avere cose, avere vantaggi. Ecco, allora, il consiglio spirituale di «rimanere col cuore aperto, non come era quello dei discepoli che era chiuso» e li portava a non capire. Si tratta, ha affermato ancora il Papa, di «rimanere in Dio» così «Dio rimane in noi. E rimanere nell’amore».
L’unico «criterio per rimanere è nella nostra fede in Gesù Cristo Verbo di Dio fatto carne: proprio il mistero che celebriamo in questo tempo». E ha poi riaffermato che «le due conseguenze pratiche di questa concretezza cristiana, di questo criterio, sono che l’amore è più nelle opere che nelle parole; e che l’amore è più nel dare che nel ricevere».
Proprio «guardando il Bambino, in questi tre ultimi giorni del tempo di Natale», guardando il Verbo che si è fatto carne», Papa Francesco ha concluso l’omelia invitando a rinnovare «la nostra fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo. E chiediamo la grazia — ha auspicato — che ci dia questa concretezza di amore cristiano per rimanere sempre nell’amore» e dunque facendo in modo «che Lui rimanga in noi».
MEDITAZIONE
MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE
DOMUS SANCTAE MARTHAE
L'amore non è una telenovela
Giovedì,
9 gennaio 2014
No! L'amore non è una telenovela.....
sabato 31 maggio 2014
Il nostro cuore è ballerino?
Il Papa: com’è il nostro cuore, fisso nello Spirito o ballerino?
2014-05-19 Radio Vaticana
Il servizio di Alessandro Gisotti:
Com’è il nostro cuore? Papa Francesco ha svolto la sua omelia sul binomio “movimento-fermezza” nel cuore dei cristiani. Il Papa ha preso spunto dalla Prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, dove possiamo ammirare l’impegno per l’evangelizzazione di San Paolo, che ha “cuore fermo ma in continuo movimento”. L’Apostolo delle Genti viene, infatti, da Icònio dove hanno tentato di ucciderlo, ma non si lamenta per questo. Va avanti ad evangelizzare nella zona della Licaònia e, nel nome del Signore, guarisce un paralitico. Succede così che i pagani, avendo visto questo miracolo, pensano che Paolo e Barnaba, che lo accompagna, siano degli dei scesi sulla terra, siano Zeus ed Hermes. Paolo, ha osservato il Pontefice, “ha fatto fatica per convincerli che loro erano uomini”. Queste, ha proseguito, “sono le vicende umane nelle quali Paolo viveva”:
“E noi ne abbiamo tante, tutti noi; noi siamo fra tante vicende, che ci muovono da una parte all’altra. Ma abbiamo chiesto la grazia di avere il cuore fisso, come lo aveva Paolo: per non lamentarsi di quella persecuzione andò a cercare in un’altra città; incominciare a predicare lì; guarire un malato; rendersene conto che quell’uomo aveva la fede sufficiente per essere guarito; poi, calmare questa gente entusiasta che voleva fargli un sacrificio; poi, proclamare che c’è un solo Dio, con il linguaggio culturale loro. Ma, una cosa dietro l’altra... E questo soltanto viene da un cuore fisso”.
“Dove aveva il cuore Paolo – è la domanda di Francesco – per fare tanti cambiamenti in poco tempo e venire incontro alle situazioni in un modo adeguato?” Nel Vangelo, ha affermato il Papa, Gesù ci dice che lo Spirito Santo, inviato dal Padre, “insegnerà ogni cosa” e “ricorderà tutto ciò” che Lui aveva detto. Il cuore di San Paolo, dunque, “è fisso nello Spirito Santo”, questo “dono che Gesù ci ha mandato”. E tutti noi, ha avvertito, “se vogliamo trovare fermezza nella nostra vita” dobbiamo “andare da Lui. Lui è nel nostro cuore, lo abbiamo ricevuto nel Battesimo”.
Lo Spirito Santo, ha riaffermato, “ci dà forza, ci dà questa fermezza per andare avanti nella vita fra tante vicende”. E Gesù, ha soggiunto, ci dice “due cose” dello Spirito Santo: “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò” che ho detto. Ed è proprio quello che accade con San Paolo: “gli insegna e gli ricorda” il “messaggio di salvezza”. E’ lo Spirito Santo che dà fermezza al suo cuore.
“Con questo esempio, possiamo oggi chiederci: com’è il mio cuore? E’ un cuore che sembra un ballerino, che va da una parte all’altra, che sembra una farfalla, che oggi piace questo..., che va sempre in movimento; è un cuore che si spaventa delle vicende della vita, e si nasconde e ha paura di dare testimonianza di Gesù Cristo; è un cuore coraggioso o è un cuore che ha tanto timore e cerca sempre di nascondersi? Di che cosa ha cura il nostro cuore? Qual è il tesoro al quale il nostro cuore è attaccato? E’ un cuore fisso nelle creature, nei problemi che tutti abbiamo? E’ un cuore fisso negli dei di tutti i giorni o è un cuore fisso nello Spirito Santo?”
Il Papa ha affermato che ci farà bene domandarci “dov’è la fermezza del nostro cuore”. E anche “fare memoria di tante vicende che noi abbiamo ogni giorno: a casa, nel lavoro, con i figli, con la gente che abita con noi, con i compagni di lavoro, con tutti”:
“Io mi lascio portare da ognuna o vado a queste vicende col cuore fisso, che sa dove è? E l’unico che dà fermezza al nostro cuore è lo Spirito Santo. Ci farà bene pensare che noi abbiamo un bel dono, che ci ha lasciato Gesù, questo Spirito di fortezza, di consiglio, che ci aiuta ad andare avanti in mezzo, andare avanti fra le vicende di tutti i giorni.
Facciamo questo esercizio, oggi, di domandarci com’è il nostro cuore: è fermo o no? E se è fermo, dove si ferma? Nelle cose o nello Spirito Santo? Ci farà bene!”
LETTERA DI PAPA FRANCESCO ALLE FAMIGLIE
Una lettera di Papa Francesco alle famiglie datata 2 Febbraio 2014: non tutti forse ci ricordiamo del contenuto di questa lettera. Rileggiamola e facciamo spesso quello che il Papa ci chiede con insistenza: la preghiera che ci chiede in questa lettera ci riguarda da vicino.
Care famiglie,
mi presento alla soglia della vostra casa per parlarvi di un evento che, come è noto, si svolgerà nel prossimo mese di ottobre in Vaticano. Si tratta dell’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata per discutere sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. Oggi, infatti, la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo affrontando anche le nuove urgenze pastorali che riguardano la famiglia.
Questo importante appuntamento coinvolge tutto il Popolo di Dio, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici delle Chiese particolari del mondo intero, che partecipano attivamente alla sua preparazione con suggerimenti concreti e con l’apporto indispensabile della preghiera. Il sostegno della preghiera è quanto mai necessario e significativo specialmente da parte vostra, care famiglie. Infatti, questa Assemblea sinodale è dedicata in modo speciale a voi, alla vostra vocazione e missione nella Chiesa e nella società, ai problemi del matrimonio, della vita familiare, dell’educazione dei figli, e al ruolo delle famiglie nella missione della Chiesa.
Pertanto vi chiedo di pregare intensamente lo Spirito Santo, affinché illumini i Padri sinodali e li guidi nel loro impegnativo compito. Come sapete, questa Assemblea sinodale straordinaria sarà seguita un anno dopo da quella ordinaria, che porterà avanti lo stesso tema della famiglia. E, in tale contesto, nel settembre 2015 si terrà anche l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Philadelphia. Preghiamo dunque tutti insieme perché, attraverso questi eventi, la Chiesa compia un vero cammino di discernimento e adotti i mezzi pastorali adeguati per aiutare le famiglie ad affrontare le sfide attuali con la luce e la forza che vengono dal Vangelo.
Vi scrivo questa lettera nel giorno in cui si celebra la festa della Presentazione di Gesù al tempio.
L’evangelista Luca narra che la Madonna e san Giuseppe, secondo la Legge di Mosè, portarono il Bambino al tempio per offrirlo al Signore, e che due anziani, Simeone e Anna, mossi dallo Spirito Santo, andarono loro incontro e riconobbero in Gesù il Messia (cfr Lc 2,22-38). Simeone lo prese tra le braccia e ringraziò Dio perché finalmente aveva “visto” la salvezza; Anna, malgrado l’età avanzata, trovò nuovo vigore e si mise a parlare a tutti del Bambino. È un’immagine bella: due giovani genitori e due persone anziane, radunati da Gesù. Davvero Gesù fa incontrare e unisce le generazioni! Egli è la fonte inesauribile di quell’amore che vince ogni chiusura, ogni solitudine, ogni tristezza. Nel vostro cammino familiare, voi condividete tanti momenti belli: i pasti, il riposo, il lavoro in casa, il divertimento, la preghiera, i viaggi e i pellegrinaggi, le azioni di solidarietà… Tuttavia, se manca l’amore manca la gioia, e l’amore autentico ce lo dona Gesù: ci offre la sua Parola, che illumina la nostra strada; ci dà il Pane di vita, che sostiene la fatica quotidiana del nostro cammino.
Care famiglie, la vostra preghiera per il Sinodo dei Vescovi sarà un tesoro prezioso che arricchirà la Chiesa. Vi ringrazio, e vi chiedo di pregare anche per me, perché possa servire il Popolo di Dio nella verità e nella carità. La protezione della Beata Vergine Maria e di san Giuseppe accompagni sempre tutti voi e vi aiuti a camminare uniti nell’amore e nel servizio reciproco. Di cuore invoco su ogni famiglia la benedizione del Signore.
Dal Vaticano, 2 Febbraio 2014 Festa della Presentazione del Signore
FRANCESCO
venerdì 9 maggio 2014
Almeno una volta hai sognato una Chiesa diversa
La chiesa che sogniamo
Da Gerusalemme verso la periferia.
Sogniamo una Chiesa che si ferma,
davanti all'uomo ferito.
Non chiede da dove vieni, a che religione appartieni, cosa pensi.
Si ferma semplicemente.
Sogniamo una Chiesa che non si lascia sedurre dalla paura.
Sta con i piccoli senza pretendere che siano perfetti.
Sogniamo una Chiesa che non si vergogna dell'uomo.
Lo abbraccia anche se è contaminato.
Sogniamo una Chiesa che non usa violenza.
Nelle parole, dure come le pietre.
Negli sguardi che sfuggono i volti.
Nei piedi che marciano con i più forti.
Sogniamo una Chiesa meno prudente.
Come lo fu il suo Maestro.
Sogniamo una Chiesa che non giudica.
Non condanna.
Non opprime.
Sogniamo una Chiesa che impari dai piccoli.
Senza paura di piangere.
E di ridere.
Di morire.
E di risorgere.
Sogniamo una Chiesa meno sicura.
Più fragile.
Come lo fu il suo Maestro.
Più umana come lui.
Sogniamo una Chiesa di Chiese.
Dove nessuno sia primo.
Dove nessuno sia ultimo.
Semplicemente discepola del suo Maestro.
Sogniamo una Chiesa che grida,
quando l'uomo grida.
Che danza quando l'uomo danza.
Che partorisce quando la donna partorisce.
Che muore quando la donna muore.
Sogniamo una Chiesa che non si difende.
Ma che difende i piccoli.
Sogniamo una Chiesa che perdona.
Che canti i salmi nella notte.
Che tenga le porte aperte delle proprie cattedrali.
Sogniamo una Chiesa che sogna. Il sogno del suo Maestro.
Che chiama nella notte come un bambino.
Perché vuole che quel sogno continui. Amen.
venerdì 18 aprile 2014
Mistero pasquale, mistero di gioia…
Quel pomeriggio di molti anni fa, Gesù era in croce ma danzava di
gioia.
Mistero pasquale, mistero di gioia…
Di Don Michelangelo Tondolo
Nel Giardino degli Ulivi, mentre Gesù stava pregando,
arrivano quelli che volevano arrestarlo. Gesù vuole che anche Giuda capisca il
gesto dell’Ultima Cena. Purtroppo il suo discepolo arriva, si avvicina a Gesù e
compie un gesto affinché nel pieno della notte le guardie possano vederlo e
prenderlo…Giuda si avvicina, lo abbraccia e lo bacia.
Anche in questa situazione così terribile… Gesù ha la forza
di chiamarlo “Amico”, <<Amico, tu mi tradisci, ma guarda che io ti ho già
perdonato ancor prima che le guardie venissero, e sappi che io ho dato la vita
per te, che io morirò anche per te; affinché il vostro amore tra fratelli sia
alimentato dal mio: unico e generoso>>.
Giuda non solo lo tradisce, ma non capisce un tubo di questo
amore così libero, gratuito e liberante del suo amico Gesù, infatti va… a
uccidersi.
Invece un altro crocifisso e sofferente come Lui in croce,
riconosce che Gesù, proprio per il fatto di essere innocente, non si era mai
difeso. E a questa Persona, per la prima volta nella sua vita, con coraggio
chiede aiuto e comprensione verso quel Dio di cui non gli era mai fregato
niente. E prima di morire gli dice:<<Io ho combattuto i Romani e loro
hanno fatto poi del male al popolo che io difendevo.. tu invece sei stato buono
con tutti, non hai mai commesso peccati, mai hai parlato male degli altri o
detto cattiverie..beh quando ritornerai vicino al tuo Papà, ricordati di me! Io
son stato un ladrone, un violento, un terrorista…>>.
Ecco due modi di morire diversi, due peccatori: uno lo era
stato per tutta la sua vita, l’altro, Giuda, solo negli ultimi istanti. Gesù
moriva per entrambi: per chi lo aveva tradito e per chi lo aveva invocato e al
suo grande e immenso Papà diceva:<<Perdona tutti gli uomini, se peccano è
perché vengono imbrogliati, si lasciano illudere e non sanno quello che
fanno>>.
Così in quel pomeriggio di molti anni fa, Gesù era in
croce ma danzava di gioia. Stava danzando per il fariseo e il pubblicano,
per il sacerdote del tempio e per il romano, per lo scriba e per chi non
conosceva Dio, per la peccatrice perdonata e per l’amico Lazzaro risuscitato.
Sì Dio danzava per tutte quelle persone che lo avevano conosciuto, che lo
avevano toccato, per noi che lo abbiamo conosciuto tramite i nostri nonni e
genitori.
Gesù fisicamente piangeva, urlava, ma nel suo spirito
danzava di gioia perché finalmente l’uomo era da Lui riconciliato con Dio suo
Papà.
Gesù quel pomeriggio, inchiodato alla croce, danzava di
gioia tra il cielo e la terra, invitava alla festa del perdono e
diceva:<<Venite amici ebrei, il banchetto è pronto! Venite pagani, venite
voi che non credete, venite voi che vi pensate così peccatori da non sentirvi
degni di essere vicini al mio Papà, venite! Il Regno ormai è aperto e tutti
voi, che Dio ha tanto amato fino a donarvi me, il suo unico Figlio!!!>>.
…quel pomeriggio fu sepolto dai suoi amici in una tomba, ma
Lui era il Signore della vita e alla vita sarebbe ritornato, chiamato da Dio il
suo grande e immenso papà.
E oggi questo Gesù a ciascuno di noi dice :<<Amami
come sei, conosco le tue difficoltà, le tue deficienze, le tue miserie, le tue
stanchezze, i tuoi peccati, le tentazioni della tua carne, il tuo essere
vigliacco, la poca fede nel tuo essere comunque figlio mio… ma ti dico lo
stesso: amami come sei. Voglio il tuo cuore; non aspettare che tu sia perfetto
per amarmi, perché rischierai di non amarmi mai! Non voglio trasformarti, ma ti
amo così: come Giuda o il ladrone sulla croce. Oggi son qui alla tua porta con
le ferite, ma risorto, e busso alla tua porta: non voglio condannarti, ma
amarti. Figlio e figlia mia aspetto il tuo amore, ma io ti amo già così come
sei; io ti ho donato la vita: te l’ ho data per amare così come sei>>.
venerdì 11 aprile 2014
Chi è costui? Chi è questo Gesù?
Domenica delle palme-Settimana santa
Ci avviciniamo alla Pasqua: domenica 13 aprile andremo
in processione col nostro rametto di olivo incontro a Gesù , facciamo festa: è
giusto che sia così, siamo felici per la nostra salvezza e nel ricordo, nella commemorazione e celebrazione
ringraziamo il Redentore. Penso che sia giusto chiedersi nel profondo del
nostro animo, mentre leggiamo e riflettiamo sulla sua passione e morte di Gesù,
chi è questo Gesù per me, per noi comunità cristiana.
L’articolo che propongo, di don Giovanni Berti, parroco
di Bussolengo (Verona) ci aiuti a rispondere a questa domanda: Chi è Gesù per me, per noi comunità cristiana?
Non c'è risposta senza domanda: chi è costui?
Vangelo: Mt 26,14- 27,66
Il racconto della passione di Gesù… introduce alla settimana
più importante dal punto di vista liturgico per i cristiani, una settimana che
proprio per questo è chiamata "santa".
Il racconto delle ultime ore di Gesù, del suo arresto,
processo, condanna e morte in croce, lo conosciamo abbastanza bene. Fin da
subito i cristiani hanno voluto che non si perdesse la memoria di questi fatti.
Senza questo tutta la vicenda di Gesù perderebbe forza e valore. Lo stesso
Gesù, durante i tre anni della sua missione, più volte ricorda ai discepoli che
solo dopo la morte e resurrezione tutto diventerà più chiaro e definitivo.
E' davvero significativo che proprio ad introdurre tutto il
lungo racconto della passione, la Chiesa faccia leggere questo brano
dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme. E' un evento che subito appare in forte
contrasto con quello che poi viene letto nel Vangelo della passione. Qui Gesù è
portato in trionfo come un re, e proprio come ad un re gli viene reso omaggio.
Poi il racconto invece precipita in un dramma profondo...
E' la domanda che sta quasi alla fine del breve racconto che
mi fa riflettere. Ad un certo punto viene chiesto da molti "Chi è
costui?".
Bella domanda!
Si, chi è questo Gesù?
Allora, ai tempi dei fatti narrati, la domanda era davvero
aperta. Molti conoscevano Gesù per sentito dire (sia in positivo che in
negativo), e molti ne conoscevano i segni e gli insegnamenti. Mi immagino che
questa domanda accompagni anche i discepoli suoi amici, che in fondo in fondo
non hanno ancora capito bene chi è questo loro maestro, che ha atteggiamenti da
re e Messia, ma sempre più destinato al rifiuto e alla condanna...
Oggi questa domanda, da un punto di vista strettamente
teologico e catechistico, ha la sua risposta. Se uno di noi non ha dimenticato
del tutto quel che gli è stato insegnato, sa bene chi è Gesù: il Figlio di Dio,
colui che è morto e risorto, il giudice della fine dei tempi...ecc. Abbiamo
migliaia di pagine di catechismi e sussidi vari che in mille modi diversi ci
dicono chi è Gesù...
Il bellissimo passo della lettera ai Filippesi ( Filippesi
2,6-11) che ci viene proposto come seconda lettura, è una delle risposte più
belle alla domanda "chi è costui". Vale davvero la pena di leggersela
e direi anche di impararsela a memoria, come una preghiera da incidere nella
mente e nel cuore...
Non siamo dunque nella condizione degli abitanti di
Gerusalemme o degli apostoli di fronte alla domanda "chi è costui",
ma la domanda ha un'altra direzione, più personale e comunitaria: Chi è costui
PER ME... e PER NOI?
E' una domanda fondamentale da farsi prima di ritornare a
leggere il racconto della passione. Se non ho questa domanda, qualsiasi
risposta mi volerà sopra la testa, e la celebrazione della Pasqua rimarrà un
vuoto cerimoniale...
Questo vale anche per tutta la comunità e direi anche per
l'intera nostra società: chi è Gesù per noi? La risposta, se la accoglieremo,
non ci potrà lasciare uguali di prima, non solo nella testa, ma soprattutto
nella vita e nelle scelte concrete.
In questi giorni assistiamo alle tante "via
crucis" umane, fatte di guerre, cataclismi, migrazioni... Cosa dicono a
noi cristiani, a me che ho il nome di Gesù Cristo inciso con l'acqua del
Battesimo? La risposta della Pasqua è che Dio si è infilato fino in fondo nella
pelle umana fino a morire, scegliendo la strada della non violenza e della
totale solidarietà con ogni (OGNI!!) uomo.
Chi è costui?... chi sono io? Chi siamo noi?
L'antico racconto della passione ce lo racconta di nuovo, e
di nuovo questa settimana santa diventa un piccolo ma definitivo itinerario per
conoscere Gesù davvero.
Se scopriremo e ri-scopriremo questa identità di Gesù,
ancora una volta sentiremo il dovere di dirlo ad altri.
Da "chi è Gesù per me...", al "chi è
Gesù...per te". E' la missione del cristiano che desidera che anche altri
riscoprano la vera identità di Gesù, e con lei un modo davvero diverso di
vivere la vita e di servire l'uomo.
Abbiate in voi gli
stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo
nella condizione di Dio,
non ritenne un
privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se
stesso
assumendo una
condizione di servo,
diventando simile
agli uomini.
Dall’aspetto
riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi
obbediente fino alla morte
e a una morte di
croce.
Per questo Dio lo
esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra
di ogni nome,
perché nel nome di
Gesù
ogni ginocchio si
pieghi
nei cieli, sulla
terra e sotto terra,
1e ogni
lingua proclami:
«Gesù Cristo è
Signore!»,
a gloria di Dio
Padre.
Iscriviti a:
Post (Atom)

















