venerdì 5 aprile 2013

PAPA FRANCESCO E LE DONNE NELLA CHIESA




Papa Francesco: "Le donne prime testimoni della Resurrezione". Parlano una biblista e una teologa: "Importanti le implicazioni ecclesiali"








"Il Papa ha pronunciato una catechesi attuale e aggiornata, dimostrando di conoscere bene la letteratura su questi temi biblici che noi donne abbiamo elaborato negli ultimi trent'anni".

Così, Maria Luisa Rigato, biblista e teologa, docente emerita alla Pontificia Università Gregoriana, commenta le parole di Papa Francesco all'Udienza generale del 3 aprile. Nella sua prima catechesi del tempo pasquale il Papa ha ricordato che "le donne sono state le prime testimoni della Resurrezione". "Si tratta di un concetto introdotto dal Concilio che è stato provvidenziale in questo senso spiega la Rogato - perché prima si parlava solo delle 'pie donne' che vanno al Sepolcro e non si sottolineava il loro ruolo 'giuridico' di testimoni.

Ho apprezzato molto anche l'invito alle nonne, le mamme, le zie a testimoniare, evangelizzare le nostre comunità! Le catechiste devono essere più preparate e consapevoli nel loro ruolo di annunciatrici del 'kerygma'. E' un potere di dare testimonianza che ci viene dal Vangelo". "Dobbiamo ricordare - aggiunge la Rigato - che tutti i titoli ministeriali usati nel Nuovo Testamento, 'apostoli', 'discepoli', 'testimoni', non sono esclusivi per gli uomini, ma inclusivi al femminile".

"Per quanto riguarda le implicazioni ecclesiali di questo concetto e la ridiscussione del ruolo delle donne nella Chiesa -aggiunge la biblista - è importante che oggi si discuta non 'sulle donne', 'delle donne', ma 'con le donne', perché la Chiesa è fatta di uomini e donne".

 "La catechesi del Papa sulla Resurrezione ci ricorda che la storia della Chiesa ha visto sempre le donne presenti in modo attivo e fedele" aggiunge Serena Noceti, teologa, vicepresidente dell'Associazione teologica italiana.

"Eppure la loro parola è stata poco riconosciuta e considerata. Le nonne, le mamme e le zie hanno trasmesso di generazione in generazione la fede. Ma lo loro è stata sempre una parola rivolta in un contesto privato, familiare o, al limite, parrocchiale". "Oggi però, - aggiunge la teologa - penso che le pagine bibliche citate dal Papa, che ci rimandano al mattino di Pasqua, richiedano una riflessione più ampia a livello ecclesiale. Soprattutto alla luce del Concilio che ha sancito per le donne nella Chiesa cattolica un ritorno a una parola significativa e autorevole.

E' una fatica ancora oggi per la Chiesa riconoscere come una parola 'costituente' quella delle donne, eppure, come dimostrano i testi neotestamentari le donne nelle prime comunità erano straordinariamente attive e presenti". (A cura di Fabio Colagrande).


 Riportato in  Twitter  da  Vaticano-notizie new_va.it

giovedì 4 aprile 2013

Scritto sulla sabbia, di Bruno Ferrero










Scritto sulla sabbia
I Maestri della legge e i farisei portarono davanti a Gesù una donna sorpresa in adulterio e strattonandola la misero in mezzo al gruppo. "Maestro, questa donna è stata sorpresa mentre tradiva suo marito. La legge di Mosè ci ordina di ucciderla a colpi di pietra. Tu che cosa ne dici?".
Volevano dei pretesti per accusarlo. Ma Gesù guardava in terra, e scriveva col dito nella sabbia.
Un tribunale ben strano! Il giudice scrive nella sabbia, e non rimarrà niente. Basterà il vento della sera e tutto sarà cancellato. Niente dossier o voluminosi codici. Gesù non sa che cosa siano.
Siccome insistevano alzò la testa e disse: "Chi tra di voi è senza peccati, scagli per primo una pietra contro di lei". E riprese a scarabocchiare nella sabbia. Ben presto la piazza fu vuota.
La donna rimase sola, in piedi. Gesù si alzò. Un semplice sguardo. Una semplice parola. "Nessuno ti ha condannata?". "Nessuno, Signore". "Neppure io ti condanno. Va', ma d'ora in poi non peccare più!".
Come il vento della sera, che cancella tutto.


Troveremo sempre gente che cercherò di farci credere che Dio è solo un poliziotto o una spia che ci sorveglia e ci tiene d'occhio giorno e notte al di sopra degli occhiali. Come se Dio scrivesse giorno e notte e annotasse tutto in un grande libro: i nostri errori e i nostri peccati, i nostri lati buoni e quelli cattivi...
Ma perché Dio deve essere sempre severo con noi o addirittura contro di noi? Perché Dio deve essere nostro nemico? E perché c'è chi vuole trasformare Dio in una specie di computer che conta e riconta? Dio non è una macchina! Volete una prova? L'unico libro dei conti di Gesù è la sabbia... Avete già perso qualcosa nella sabbia? Provate a ritrovarla!

La sabbia ingoia tutto, la sabbia dimentica tutto, la sabbia cancella tutto... Non rimane niente nella sabbia e tutto sparisce nella sabbia. Gesù scrive sulla sabbia. La donna accusata di peccato è davanti a lui. Gesù scrive nella sabbia perché per Gesù il peccato è già perdonato. Per Gesù il peccato si cancella come tutto ciò che è scritto sulla sabbia.
Bruno Ferrero  in “C’è Qualcuno lassù” elledici

martedì 2 aprile 2013

Semplicemente Dani: 1 aprile 2013

Semplicemente Dani: 1 aprile 2013: Buongiorno a tutti, ecco il ritaglio di oggi: Come spiegare la Resurrezione? Un missionario viveva da tantissimi anni in Cina, Paese d...

venerdì 29 marzo 2013

Buona e Santa Pasqua! Cristo è risorto! E' veramente risorto!




Ho ricevuto una email da un mio compagno d'infanzia, adesso sacerdote religioso per gli auguri di Pasqua. Gli stessi auguri li rivolgo a tutti voi carissimi amici :

"Per gli auguri pasquali mi ispiro a S. Agostino:

«Non è gran cosa credere che Gesù sia morto;

questo lo credono anche i pagani; tutti lo credono.

Ma la cosa veramente grande è credere che egli sia risorto»

Mi viene da parafrasarlo in questo modo: non ci vuole molto a riconoscere che spesso in noi e attorno a noi prevalgono i segni di crisi e di morte: ingiustizia, odio, materialismo, egoismo, scoraggiamento, pessimismo etc. Ma non ci vuole poco a far prevalere in noi i segni di risurrezione: ottimismo, gioia, speranza … amore! E allora?

“Aiutaci, Signore, a portare nel mondo e dentro di noi la tua resurrezione.

La tua Pasqua è l’unica forza della storia che può donare Luce, Speranza e Amore oggi!”

Tonino Bello

Auguri perciò di una Santa Pasqua! Ti arrivino dritti al cuore!"

domenica 24 marzo 2013

Omelia di Pasqua



OMELIA di PASQUA del metropolita di Mosca Filarete Drozdow (1783-1867)




  Il metropolita Filarete fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa nel 1995.


In una grossa misura grazie a S. Filarete è apparsa la traduzione della Sacra Scrittura in russo. Il santo dimostrava che il testo ecclesiale della Bibbia in slavo liturgico era difficile per la comprensione anche agli stessi chierici, non parlando neanche dei laici poco educati. Nel 1816, essendo ancora arcimandrita e rettore della Accademia Spirituale di S. Pietroburgo, Filarete stava a capo del lavoro sulla traduzione della Sacra Scrittura, però nel 1827 è stato obbligato a interrompere i lavori. Alcuni influenti gerarchi e attivisti statali hanno visto nel fatto della traduzione della Bibbia in lingua popolare la profanazione delle cose sacre: soltanto l'abituale testo in lingua slava liturgica poteva essere accettato come unicamente sacro.


Cristo è risorto!





Quante volte abbiamo già ripetuto ora ed ancora non ci stanchiamo di ripetere, e speriamo che anche voi non vi stanchiate di ascoltare così spesso le stesse parole: “Cristo è risorto!”.

Che meravigliose parole! Come per loro effetto si trasforma l’aspetto esterno di tutto ciò che esiste!



 Fin’ora molti tra gli uomini conoscevano solo la terra, sulla quale essi sono presenti per un breve periodo di tempo, e subito dopo scompaiono non si sa dove. Alcuni già hanno sentito parlare dell’inferno come di un abisso che minaccia di inghiottire tutti e non restituisce nessuno.

Non molti hanno meditato sul cielo come se fosse una dimora posta in alto alla quale porta una scala, che qualcuno ha visto solo nel sogno e su cui si vedevano salire gli Angeli, ma non gli uomini.

Ora che il Cristo è risorto, che cosa è la terra? Essa è un luogo da cui ci si slancia verso il cielo, una vita di breve durata e destinata alla distruzione dell’uomo nel corpo, diremo con le parole ciò che in realtà esprime il rito pasquale nella reciproca manifestazione di gioia.

La vita dell’uomo nel corpo è quella iniziale di un uccellino nell’uovo, al quale, nel momento in cui si spezza il guscio, si palesa un ambito di vita più alto e più ampio. È necessario solo che l’embrione dell’uccellino sia abbracciato, penetrato e svegliato dal tepore del sangue materno. In altri termini è necessario che l’embrione della vita celeste nell’uomo sia abbracciato, penetrato e svegliato dalla forza vitale del sangue di Cristo.



Ora che il Cristo è risorto e che a lui, in quanto Dio-Uomo “è stato dato ogni potere sui cieli e sulla terra” (Matteo 28, 18), non solo il cielo è giunto a nostro contatto, ma addirittura s’è unito con la terra, tanto che è difficile trovare tra loro un confine. Poiché anche sulla terra si manifesta la divinità ed in cielo l’umanità. Gli angeli, che Giacobbe vide salire e scendere sulla scala celeste, ora in schiere si muovono sulla terra, messaggeri del Figlio dell’Uomo, che domina sui cieli.

Se la parola è vita, poiché è detto che “non di solo pane vive l’uomo, ma chi vivrà di ogni parola che esce dalle labbra di Dio” (Deuteronomio 8, 3), così le parole che si riferiscono alla resurrezione del Cristo, come la manna – secondo le parole del Sapiente – “sono atte a procurare tutte le delizie ed a soddisfare tutti i gusti” (Sapienza 16, 1.20).

Sei esaurito dal peccato ed hai fame di giustizia? Vieni, saziati: “Cristo è risorto, lui che fu consegnato ai suoi nemici per le nostre iniquità ed è risorto per la nostra giustificazione” (Romani 4, 25).

Sei stanco per lo sconforto del giogo della legge e desideri passare da questo stato di schiavitù alla libertà della grazia? Accostati, gusta la Pasqua da te desiderata, “poiché il nostro agnello pasquale è stato già sacrificato” (1 Corinzi 5, 7); “Cristo ci ha liberati per farci vivere effettivamente nella libertà” (Galati 5, 1).

 Sei turbato per la paura della morte? “Cristo è risorto dai morti, primizia di resurrezione per quelli che sono morti” (1 Corinzi 15, 20).

Sei esaurito nella lotta contro i nemici della tua salvezza? “Gusta la buona parola della resurrezione” ed in essa la vittoriosa potenza dell’età ventura: “risusciterà Dio e si disperderanno i suoi nemici” (Salmo 77, 2).

Ti attira il gusto menzognero dell’anima e ti spinge a cercare il nutrimento ai desideri nelle cose corruttibili e vane di questo mondo? Correggilo partecipando alla potenza della resurrezione. “Se voi siete resuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dove Cristo regna accanto al Padre” (Colossesi 3, 1).

Oppure “l’anima tua ha sete del Dio vero e vivo, quando verrai e comparirai al cospetto di Dio?” (Salmo 41, 3). Viva è la speranza della resurrezione, sazia il tormento di questa sete e conserva questa stessa sete, poiché è sana ed apportatrice di salvezza considerando che “quando il Cristo apparirà, lui che è la nostra vita, allora anche voi vi manifesterete con lui nella gloria” (Colossesi 3, 4).





Vedi, Cristiano, quale abbondanza, quale varietà di cibo spirituale ci offre la nostra Pasqua, il Cristo risorto. Si nutre di lui ora la tua anima? Realmente “gusti quant’è buono il Signore?”. Senti nel tuo intimo la potenza della resurrezione del Cristo, che libera dai peccati e dalla maledizione per causa loro, resurrezione che distrugge le passioni ed i desideri dell’uomo vecchio, crea in te un cuore puro, rinnova nel tuo animo lo spirito di giustizia e ti rafforza nella fede e nella speranza che arde nell’amore per il Cristo datore della vita?



Oppure alla mensa del Signore tu sei affamato ed assetato e la tua anima non è soddisfatta ed è vuota? – Del resto attraverso questo esame non volgiamo ridurti ad uno stato di turbamento ed avvilimento. No! Sebbene la tristezza per Dio sia apportatrice di salvezza, ora non è il momento di rattristarci, ma quello della gioia, la quale pure può avere una funzione salvatrice: “Infatti la gioia del Signore è la nostra forza” (Neemia 8, 10).



E così, hai gustato la bontà del Cristo risorto? “si rallegri la tua anima nel Signore” (Salmo 34, 9) e questa gioia ti spinga ad una più stretta unione con lui.

Non hai ancora gustato la sua bontà? Tuttavia rallegrati, poiché egli non ti impedisce di provarla, ma anzi ti chiama ad essa dandoti la possibilità di udire la buona notizia della sua resurrezione e di trovarti tra coloro che si sono raccolti in nome di Colui che è risorto, dove, secondo la sua promessa “anche egli si troverà tra loro” (Matteo 18, 20).



Se ti senti indegno della gioia, rallegrati per quella meravigliosa bontà che non allontana da sé neppure chi è indegno. Che la letizia per la resurrezione di nostro Signore dia a tutti noi nel nostro intimo anche la potenza della sua resurrezione apportatrice di vita e di salvezza!

“Poiché la letizia del Signore è la nostra forza”. Amen!

E da parte mia che Gesù risorto porti la pace e la serenità nelle vostre case, carissimi amici che visitate questo blog

Buona e santa Pasqua




giovedì 21 marzo 2013

Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza










OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro
Martedì, 19 marzo 2013
Solennità di San Giuseppe



Cari fratelli e sorelle!
Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.
Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato  il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).
Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù. 

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.
Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!
E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire!

Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio. 

Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!
Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen.


lunedì 18 marzo 2013

L'amore non è una vetta conquistata










L'amore non è già fatto. Si fa! - Padre Michel Quoist

 

Non è un vestito già confezionato,
ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.

Non è un appartamento chiavi in mano,
ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.

Non è una vetta conquistata,
ma scalate appassionanti e cadute dolorose.

Non è un solido ancoraggio nel porto della felicità,
ma è un levar l'ancora, è un viaggio in pieno mare.

Non è un sì trionfale che si segna fra i sorrisi e gli applausi,
ma è una moltitudine di "sì" che punteggiano la vita,
tra una moltitudine di "no" che si cancellano strada facendo.

Non è l'apparizione improvvisa di una nuova vita,
perfetta fin dalla nascita,
ma sgorgare di sorgente e lungo tragitto di fiume
dai molteplici meandri, qualche volte in secca,
altre volte traboccante,
ma sempre in cammino verso il mare infinito.


giovedì 14 marzo 2013

Papa Francesco e la chiesa "poverella"




L'eterna giovinezza della Chiesa «poverella»


La Chiesa non cessa di sorprendere: come diceva uno dei grandi Padri della fede dei primi secoli, San Giovanni Crisostomo, «essa è più alta del cielo e più grande della terra, e non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna». Così ha dimostrato di essere ancora una volta, in questo sorprendente Conclave: la pluralità delle ipotesi fatte, i diversi giochi mediatici del "toto-Papa", facevano pensare a un Collegio cardinalizio piuttosto disorientato, perfino diviso. E invece, in appena una giornata, ecco il nuovo Papa. 


Un segno forte di unità, un messaggio lanciato al "villaggio globale" dall'unica realtà che lo abita dappertutto, sapendo coniugare universalità e identità locali, globalizzazione e presenza fedele fra la gente di tutte le latitudini e di tutte le lingue e culture: la Chiesa cattolica. Peraltro, l'attesa del mondo intero, rappresentato dalle migliaia di operatori dei "media" accreditati in Vaticano, che hanno fatto partecipi in tempo reale donne e uomini di ogni angolo della terra di ciò che accadeva nella Cappella Sistina e sulla Loggia delle benedizioni, e le immagini eloquenti più di ogni parola della folla in attesa in Piazza San Pietro e del nuovo Papa affacciato con semplicità e stupore su Roma e sul mondo, fanno comprendere come ciò che è avvenuto ha un significato che va al di là della comunità cattolica e dello stesso popolo dei credenti. Proverò allora a guardare al nuovo Successore di Pietro muovendo da diversi angoli visuali, lasciando che la profondità del cuore di chi è stato chiamato si riveli con i giorni che verranno.

Il primo sguardo non può che essere quello della fede: Francesco I, Jorge Mario Bergoglio, è il prescelto da Dio! Il nome stesso che ha voluto - lui, gesuita, ha scelto il nome del Poverello di Assisi - è un programma, quello che ha ispirato lo stile di vita dell'arcivescovo di Buenos Aires eletto Papa.


Un uomo dallo stile di vita povero, austero, vicino ai poveri, amato dalla sua gente e comunque rispettato anche da chi ne temeva la libertà evangelica. Un Pastore che parla con semplicità e immediatezza, e chiede che il popolo preghi su di lui, prima di dare lui, il Vescovo di Roma, la benedizione "urbi et orbi". Nella fede, Papa Bergoglio si presenta per quello che dal punto di vista teologicamente più corretto è anzitutto diventato: il pastore della Chiesa di Roma, che per disegno divino presiede nella carità a tutte le Chiese del mondo.

 Bellissimo e perfino toccante questo suo insistere sul rapporto con la concreta Chiesa locale di cui Dio lo ha voluto vescovo! Non di meno e inseparabile da questo è lo sguardo che viene su di lui dal mondo: è il primo Successore di Pietro che viene dall'America Latina, il continente col più alto numero di cattolici, ma anche con situazioni drammatiche di povertà e di disuguaglianza. Se, come ha detto, "i fratelli Cardinali sono andati a prendere il nuovo Vescovo di Roma alla fine del mondo", non c'è dubbio che questo fatto lancia un messaggio di luce e di speranza a tutti i poveri della terra, a tutte le situazioni che attendono svolte di giustizia e attenzione nuova. 


Francesco sarà il Vescovo della povera gente, il servitore degli umili, l'amico dei piccoli, che proprio così saprà contagiare pace e speranza vera a tutti. È il Papa che aiuterà la Chiesa a dare risposta alle domande decisive che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva: "In che modo parlare di un Dio che si rivela come amore in una realtà marcata dalla povertà e dall'oppressione? come annunciare il Dio della vita a persone che soffrono una morte prematura e ingiusta? come riconoscere il dono gratuito del suo amore e della sua giustizia a partire dalla sofferenza dell'innocente? con quale linguaggio dire a quanti non sono considerati persone che essi sono figli e figlie di Dio?" (Gustavo Gutierrez). Papa Francesco risponde col suo sorriso e la semplicità dei suoi gesti a queste domande, ricordandoci che Dio raggiunge tutti i cuori e parla tutte le lingue ed è vicino a ogni dolore perché la Sua è la lingua dell'amore!


Lo sguardo che su questo Papa verrà dagli altri cristiani, poi, non potrà che essere di grande fiducia: come è stato chiaro sin dalle sue prime parole, egli non si vuol presentare che come un fratello, il vescovo della Chiesa che presiede nell'amore, deciso a evangelizzare con nuovo slancio anzitutto il popolo della città di Roma, e proprio così a offrire un servizio di testimonianza e di carità a tutte le Chiese. Era quanto da anni il dialogo ecumenico e l'ecclesiologia del Vaticano II erano andati chiedendo nel pensare a un ministero universale di unità per tutti i discepoli di Cristo: proprio così, un'alba di luce e di speranza per chi vive la passione dell'unità fra i cristiani. Anche i credenti di altre religioni potranno guardare a Papa Francesco con fiducia: egli - lo ha detto dalla loggia delle benedizioni - vuole servire la "fiducia fra noi", la "fratellanza" fra tutti.

La Sua franchezza, il suo profondo senso di Dio toccherà tanti cuori e aprirà la strada a dialoghi e incontri veramente inediti. Anche chi non crede potrà trovare nei gesti e nelle parole di questo testimone di Gesù amico degli uomini, di questo Vescovo di Roma servo dei servi di Dio, un messaggio per la propria vita: sono certo che da lui tutti si sentiranno rispettati e accolti, capiti e amati. La Chiesa e il mondo avevano bisogno di un uomo così!






Dal veb






lunedì 11 marzo 2013

Peccato e penitenza

Da  Semplicemente Dani: 10 marzo 2013:  (Giovanni Paolo I)




Peccato e penitenza
(Giovanni Paolo I)
 
"Qualcuno dirà: ma se io sono povero peccatore? Gli rispondo come risposi a una signora sconosciuta, che s'era confessata da me molti anni fa. Essa era scoraggiata, perché - diceva - aveva avuta una vita moralmente burrascosa. Posso chiederle - dissi - quanti anni ha? - Trentacinque. - Trentacinque! Ma lei può viverne altri quaranta o cinquanta e fare ancora un mucchio di bene. Allora, pentita com'è, invece che pensare al passato, si proietti verso l'avvenire e rinnovi, con l'aiuto di Dio, la sua vita. Citai in quell'occasione S. Francesco di Sales, che parla delle «nostre care imperfezioni». Spiegai: Dio detesta le mancanze, perché sono mancanze. D'altra parte, però, in un certo senso, ama le mancanze in quanto danno occasione a Lui di mostrare la sua misericordia e a noi di restare umili e di capire e compatire le mancanze del prossimo!.









































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domenica 10 marzo 2013

Gesù ci mostra il vero volto di Dio: un Padre misericordioso


Il Figliol prodigo   Luca 15,1-3; 11-32








Questa parabola è forse la più bella fra tutte le parabole: è così chiara e commovente che mi è difficile farne un commento. La vita di ognuno di noi ha dovuto ricorrere a questo padre buono disposto a perdonare sempre e darci la gioia di ritornare a stare, ad abitare nella sua casa. Solo conoscendo il perdono abbiamo avuto la possibilità di parlare ad altri di perdono; conoscendo l’amore misericordioso e disinteressato abbiamo avvicinato tanta gente che  la pensava diversamente da noi, stare con loro, mangiare con loro, fare festa con loro, rallegrarci con loro.


Mi vengono in mente altre due pagine del vangelo che considero altrettanto belle: quella della Samaritana, e l’altra del buon samaritano. Della prima cito soltanto le parole di Gesù: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Chiedere,forse è una parola che dimentichiamo spesso perché non conosciamo il dono di Dio e non aderiamo alla sua Parola…

Della seconda ricordo le parole di Gesù: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va e anche tu fa lo stesso». Se un samaritano è stato lodato da Gesù, quanto possiamo fare di più noi possedendo l’acqua viva che ci dona Lui? La parola di Gesù ci deve dare la carica per migliorare la nostra vita cristiana e riconoscere Gesù nell’altro, ricordando la misericordia del Padre.



In questa parabola, erroneamente indicata come parabola del Figliol prodigo, in effetti Gesù svela il vero volto di Dio, ciò che Dio veramente è: un Padre amoroso, misericordioso, che fa il primo passo verso il peccatore, anzi gli corre incontro, gli si getta al collo, lo bacia. Sì, nel padre della parabola Gesù vuole indicare il Padre suo, il Dio unico del popolo d’Israele, ed anche di quei farisei e scribi che criticavano il suo modo di fare: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Chiamiamola allora “Parabola del Padre misericordioso”.



 Scribi e farisei si ritenevano giusti, osservanti delle tante leggi che si erano date disdegnando chiunque non le osservava o non poteva osservarle: stare con i peccatori voleva dire rendersi impuri: nelle loro parole è implicita una condanna per quei tanti peccatori che si avvicinavano a Gesù per ascoltare le sue parole.

La parabola è diretta a loro, al loro modo di comportarsi: sarà lo stesso comportamento del fratello maggiore, comportamento di condanna verso il fratello pentito, giudizio che fa più attenzione alle cose temporali della vita e non  al suo fine ultimo.



Nelle parole del figlio al padre: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te” possiamo ravvisare il suo vero peccato, che è un peccato contro Dio, verso il suo rapporto con Dio con il fallimento della vita intrapresa, una vita senza Dio. Nei suoi pensieri non si nota un vero pentimento, una vera conversione, tornando dal Padre gli era sufficiente essere trattato come uno dei suoi servitori, un salariato. L’atteggiamento del padre è per lui una sorpresa: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa”.



“Era morto ed è tornato in vita”. Il peccato uccide, la misericordia risuscita.

Riflettendo sul nostro rapporto con Dio spesso ci lamentiamo della nostra debolezza, del nostro sforzo per avvicinarci a Lui, della porta che troviamo stretta, del cammino difficile…Forse ci siamo fatti un’idea sbagliata di Dio, di un padre-padrone come i due fratelli della parabola. Ma il padre vedendo arrivare il figlio più giovane “gli corse incontro”,  e al fratello maggiore che non voleva entrare in casa e partecipare alla festa “uscì a supplicarlo”…

.Sì, è vero, Dio ci vuole suoi, ci vuole santi, ma conosce il fango da cui ci plasmò, ma Lui guarda molto di più a quella parte di noi che vuole che sia a sua immagine e somiglianza, rispetta la nostra libertà, fa il primo passo, e quando sente un nostro “sì”  lascia alle spalle i nostri peccati disposto sempre ad usare misericordia, e fare festa… A Dio piace fare festa…



Nei momenti di dubbio, di crisi sarebbe bello sfogliare le pagine del vangelo, andare a rivedere le belle parole di Gesù, bere alla fonte viva…

“ Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” Lc 15,7

“Così vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Lc15,10

..“ In verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà” Lc18,28.30



Per poi trovare il vero senso di appartenenza a Dio Padre e ai fratelli per mezzo di Gesù:

 «Con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7, 2) e «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”



Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto…Io sono la vite, voi i tralci…Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” Giov cap. 15



Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto…Io sono la vite, voi i tralci…Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” Giov cap. 15



Per ultimare un pensiero di Madre Teresa:
 “ Il giorno della confessione ho detto tutti i miei peccati e Gesù ha preso tutti i miei peccati. Dopo la confessione ho sentito il mio cuore cantare.”