Felice di vivere
(Angelo Comastri, Dio è Amore)
Non molto tempo fa ho avuto un incontro indimenticabile. Erano le dieci di sera: avevo appena terminato la preghiera serale e la piazza del Santuario di Loreto si animava di voci, di saluti, di sorrisi e di "buona notte".
Mi accosto ad una culletta sostenuta dalle braccia robuste di un barelliere. Ma non vedo un bambino bensì una donna adulta: un piccolissimo corpo (58 centimetri!) con un volto splendidamente sorridente. Tendo la mano per salutare, ma l'ammalata con gentilezza mi risponde: «Padre non posso darle la mano, perché potrebbe fratturarmi le dita: io soffro di osteogenesi imperfetta e le mie ossa sono fragilissime. Voglia scusarmi». Non c'era nulla da scusare, evidentemente.
Rimasi affascinato dalla serenità e dalla dolcezza dell'ammalata e volevo sapere qualcosa di più della sua vita. Mi prevenne e mi disse: «Padre, sotto il cuscino della mia culletta c'è un piccolo diario. E' la mia storia! Se ha tempo, può leggerla». Presi i fogli e lessi il titolo: Felice di vivere! I miei occhi tornarono a guardare quel mistero di gioia crocifissa e domandai: «Perché sei felice di vivere? Puoi anticiparmi qualcosa di quello che hai scritto?». Ecco la risposta che consegno alla vostra meditazione.
L'ammalata mi disse: «Anticiparmi qualcosa di quello che hai scritto? Padre, lei vede le mie condizioni... ma la cosa più triste è la mia storia! Potrei intitolarla così: abbandono! Eppure sono felice, perché ho capito qual è la mia vocazione. Si, è la mia vocazione!
Io, per un disegno d'amore del Signore, esisto per gridare a coloro che hanno la salute: "Non avete il diritto di tenerla per voi, la dovete donare a chi non ce l'ha, altrimenti la salute marcirà nell'egoismo e non vi darà la felicità!
Io esisto per gridare a coloro che si annoiano: "Le ore in cui voi vi annoiate... mancano a qualcuno che ha bisogno di affetto, di cure, di premure, di compagnia; se non regalerete quelle ore, esse marciranno e non vi daranno la felicità".
Io esisto per gridare a coloro che vivono di notte e corrono da una discoteca all'altra: "Quelle notti, sappiatelo!, mancano, drammaticamente mancano a tanti ammalati, a tanti anziani, a tante persone sole che aspettano una mano che asciughi una lacrima: quelle lacrime mancano anche a voi, perché esse sono il seme della gioia vera! Se non cambierete vita non sarete mai felici!"».
Io guardavo l'ammalata, che parlava dal suo pulpito autorevole: il pulpito del dolore! Non osavo commentare, perché tutto era stupendamente e drammaticamente vero. L'ammalata aggiunse: «Padre, non è bella la mia vocazione?».
inviato da: Mario Varano
data di inserimento: 20/08/2007 da Qunram.net,angolo dei ritagli
venerdì 17 settembre 2010
lunedì 13 settembre 2010
SERVIZIO CIVILE VOLONTARIO, USCITO IL BANDO!
AAA GIOVANI VOLONTARI CERCASI!
SERVIZIO CIVILE VOLONTARIO, USCITO IL BANDO!
Sei giovane, hai tanta voglia di impegnarti con una ONG per il Sud del mondo e non sai come fare? Noi di CISV offriamo da anni questa opportunità, per fare una esperienza di solidarietà nell ambito della cooperazione internazionale, nei nostri progetti e sedi in Italia che in quelle del Sud del mondo.
È uscito il nuovo bando, che scadrà il 4 ottobre (le domande devono pervenire in sede entro le ore 14 del 4 ottobre 2010 – attenzione! Non fa fede il timbro postale). Cerchiamo 20 volontari per i seguenti paesi:
•Senegal (2 volontari)
•Burundi (2 volontari)
•Mali (2 volontari)
•Benin (2 volontari)
•Guatemala (2 volontari)
•Colombia(2 volontari)
•Brasile (4 volontari)
•Venezuela (4 volontari)
Vedi i progetti CISV del servizio civile
Ulteriori info, pratiche e documentazione necessaria su www.focsiv.org/informarvi/scv_est
Se sei interessato, partecipa ad un incontro informativo il 23 settembre 2010 a El Barrio (strada Cuorgnè 81, Torino): sarà una occasione per illustrare più specificatamente i singoli progetti
- ore 10-13: progetti Africa
- ore 14-17: progetti America Latina
Per ulteriori informazioni ci trovi al tel. 011/2243813, e-mail: volontariato@cisvto.org
Lo sportello telefonico informativo sul servizio civile è attivo il martedì - mercoledì e giovedì mattina in orario 9,30-13.
Che cosa è il Servizio Civile Nazionale?
Il Servizio Civile Nazionale www.serviziocivile.it, che si svolge su base esclusivamente volontaria - è una esperienza di 12 mesi rivolta a giovani dai 18 ai 28 anni che vogliono dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore della ricerca di pace.
CISV fa parte della Federazione Volontari nel mondo - FOCSIV, insieme a cui realizza i progetti di servizio civile.
Requisiti
Possono partecipare alla selezione tutti i giovani, senza distinzione di sesso, che alla data di scadenza dei bandi siano in possesso dei seguenti requisiti:
- abbiano compiuto il diciottesimo e non superato il ventottesimo anno di età (27 anni e 364 giorni
- siano in possesso della cittadinanza italiana
- godano dei diritti civili e politici
- non siano stati condannati con sentenza di primo grado per delitti non colposi commessi mediante violenza contro persone o per delitti riguardanti appartenenza a gruppi eversivi o di criminalità organizzata
SERVIZIO CIVILE VOLONTARIO, USCITO IL BANDO!
Sei giovane, hai tanta voglia di impegnarti con una ONG per il Sud del mondo e non sai come fare? Noi di CISV offriamo da anni questa opportunità, per fare una esperienza di solidarietà nell ambito della cooperazione internazionale, nei nostri progetti e sedi in Italia che in quelle del Sud del mondo.
È uscito il nuovo bando, che scadrà il 4 ottobre (le domande devono pervenire in sede entro le ore 14 del 4 ottobre 2010 – attenzione! Non fa fede il timbro postale). Cerchiamo 20 volontari per i seguenti paesi:
•Senegal (2 volontari)
•Burundi (2 volontari)
•Mali (2 volontari)
•Benin (2 volontari)
•Guatemala (2 volontari)
•Colombia(2 volontari)
•Brasile (4 volontari)
•Venezuela (4 volontari)
Vedi i progetti CISV del servizio civile
Ulteriori info, pratiche e documentazione necessaria su www.focsiv.org/informarvi/scv_est
Se sei interessato, partecipa ad un incontro informativo il 23 settembre 2010 a El Barrio (strada Cuorgnè 81, Torino): sarà una occasione per illustrare più specificatamente i singoli progetti
- ore 10-13: progetti Africa
- ore 14-17: progetti America Latina
Per ulteriori informazioni ci trovi al tel. 011/2243813, e-mail: volontariato@cisvto.org
Lo sportello telefonico informativo sul servizio civile è attivo il martedì - mercoledì e giovedì mattina in orario 9,30-13.
Che cosa è il Servizio Civile Nazionale?
Il Servizio Civile Nazionale www.serviziocivile.it, che si svolge su base esclusivamente volontaria - è una esperienza di 12 mesi rivolta a giovani dai 18 ai 28 anni che vogliono dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore della ricerca di pace.
CISV fa parte della Federazione Volontari nel mondo - FOCSIV, insieme a cui realizza i progetti di servizio civile.
Requisiti
Possono partecipare alla selezione tutti i giovani, senza distinzione di sesso, che alla data di scadenza dei bandi siano in possesso dei seguenti requisiti:
- abbiano compiuto il diciottesimo e non superato il ventottesimo anno di età (27 anni e 364 giorni
- siano in possesso della cittadinanza italiana
- godano dei diritti civili e politici
- non siano stati condannati con sentenza di primo grado per delitti non colposi commessi mediante violenza contro persone o per delitti riguardanti appartenenza a gruppi eversivi o di criminalità organizzata
domenica 12 settembre 2010
La Chiesa del futuro: cosa ne pensiamo?
La chiesa del futuro
In un’intervista fu fatta questa domanda a Hans Kung: “ Quale visione della chiesa ha lei per il nuovo millennio?
Risposta:
“Io l’ho spesso descritta: non una chiesa amante del passato, ma una chiesa riferita alle origini e al presente. Una chiesa non ristretta in maniera confessionalistica, bensì aperta ecumenicamente. Una chiesa non egocentrica ma universale. Una chiesa non patriarcale, ma solidale.
Per me, interamente alla luce del Nuovo Testamento, la chiesa è una comunità di persone credenti e non un apparato, non una gerarchia né una organizzazione. In certe circostanze la chiesa può anche essere un piccolo gruppo: se essa fa quello che Gesù ha voluto, è veramente la chiesa. “ Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, questo egli ci ha promesso.
Sulla chiesa locale, sulla comunità, io non ho idee romantiche. Sono però sicuro che, se fossi stato parroco, avrei lavorato affinché la parrocchia si aprisse per renderla ospitale. Dovrebbe semplicemente divenire manifesto che una chiesa, per esempio in una periferia, è un centro vitale, in cui hanno luogo gioiosi servizi religiosi, ma in cui gli spazi parrocchiali, a certe condizioni, vengono messi a disposizione anche di altri gruppi…
Chiesa e comunità devono, quindi, essere oggi trasparenti ed invitanti. Ci sono molti giovani e adulti, che suonano uno strumento, che forse suonerebbero volentieri in chiesa. Ci sono molte persone, che hanno capacità organizzative, che farebbero volentieri qualcosa per la parrocchia. Ci sono laici ben istruiti che, per loro speciale desiderio, farebbero volentieri una predica.
Al concilio ho abbozzato il discorso per il cardinale Suenens “ sui carismi”. Ciò è qualcosa che ha caratterizzato le comunità paoline: che ognuno abbia il suo carisma, la sua vocazione, il suo dono, che viene esercitato anche nella comunità. Paolo dice: “ L’uno ha questo dono, l’altro quell’altro”. Uno può dirigere bene e l’altro può provvedere agli ammalati, e il terzo può consolare bene. Ognuno ha il suo carisma. In fondo, la chiesa è una comunione, in cui gli uomini hanno il sentimento che essa sia arrivata là dove possono esserci uomini. Che faccia piacere vivere in questa comunità, in questa comunione.
Che ciò sia liberante e non si abbia il sentimento che uscire da questa chiesa, dai suoi servizi religiosi e dalle sue istituzioni sia ancora più difficile che entrarci”.
Hans Kung , Perché un’etica mondiale? Queriniana
In un’intervista fu fatta questa domanda a Hans Kung: “ Quale visione della chiesa ha lei per il nuovo millennio?
Risposta:
“Io l’ho spesso descritta: non una chiesa amante del passato, ma una chiesa riferita alle origini e al presente. Una chiesa non ristretta in maniera confessionalistica, bensì aperta ecumenicamente. Una chiesa non egocentrica ma universale. Una chiesa non patriarcale, ma solidale.
Per me, interamente alla luce del Nuovo Testamento, la chiesa è una comunità di persone credenti e non un apparato, non una gerarchia né una organizzazione. In certe circostanze la chiesa può anche essere un piccolo gruppo: se essa fa quello che Gesù ha voluto, è veramente la chiesa. “ Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, questo egli ci ha promesso.
Sulla chiesa locale, sulla comunità, io non ho idee romantiche. Sono però sicuro che, se fossi stato parroco, avrei lavorato affinché la parrocchia si aprisse per renderla ospitale. Dovrebbe semplicemente divenire manifesto che una chiesa, per esempio in una periferia, è un centro vitale, in cui hanno luogo gioiosi servizi religiosi, ma in cui gli spazi parrocchiali, a certe condizioni, vengono messi a disposizione anche di altri gruppi…
Chiesa e comunità devono, quindi, essere oggi trasparenti ed invitanti. Ci sono molti giovani e adulti, che suonano uno strumento, che forse suonerebbero volentieri in chiesa. Ci sono molte persone, che hanno capacità organizzative, che farebbero volentieri qualcosa per la parrocchia. Ci sono laici ben istruiti che, per loro speciale desiderio, farebbero volentieri una predica.
Al concilio ho abbozzato il discorso per il cardinale Suenens “ sui carismi”. Ciò è qualcosa che ha caratterizzato le comunità paoline: che ognuno abbia il suo carisma, la sua vocazione, il suo dono, che viene esercitato anche nella comunità. Paolo dice: “ L’uno ha questo dono, l’altro quell’altro”. Uno può dirigere bene e l’altro può provvedere agli ammalati, e il terzo può consolare bene. Ognuno ha il suo carisma. In fondo, la chiesa è una comunione, in cui gli uomini hanno il sentimento che essa sia arrivata là dove possono esserci uomini. Che faccia piacere vivere in questa comunità, in questa comunione.
Che ciò sia liberante e non si abbia il sentimento che uscire da questa chiesa, dai suoi servizi religiosi e dalle sue istituzioni sia ancora più difficile che entrarci”.
Hans Kung , Perché un’etica mondiale? Queriniana
sabato 11 settembre 2010
Amore è sinonimo di sesso?
LUSSURIA… LA MORTE DELL’AMORE
Di Sabino Frigato
Vocabolo difficile per un peccato diffuso che Dante, da par suo, qualifica come “luogo d’ogni luce muto” dove un vento poderoso ghermisce gli abitanti e “di qua, di là, di su, di giù li mena”.
Lussuria? Per chi è in difficoltà col vocabolario italiano vuol dire “fare sesso” e molto, non importa con chi, come e quando, purché si faccia! Ha scritto S. Blackburn che «la lussuria si realizza indifferentemente in un portone o in un taxi e il suo lessico è costituito da grugniti e suoni animaleschi». Linguaggio a parte, abbiamo a che fare con un vizio ad alta intensità sociale! Se stiamo ai discorsi e alle trasgressioni sessuali messe bene in mostra da media e pubblicità, il “fare sesso” sembrerebbe l’idolo del secolo. Le cose, però, sembrano andare diversamente. Indagini affidabili dicono che di sesso se ne parla molto, ma se ne fa molto meno. Il consumo di sesso – passi l’espressione – va molto ridimensionato. Negli USA, ad esempio, ben 4 milioni di americani vivono in “coppie bianche” per le quali i rapporti sessuali o sono rari o non hanno alcuna importanza. E in Italia? Il Censis afferma che le coppie dopo 16 anni di matrimonio vanno da zero a 4 rapporti sessuali all’anno. E i singles? Nel 2006 il 67% delle donne non avrebbero avuto alcuna vita sessuale. E il desiderio sessuale costantemente attizzato da media, internet, pornoshops e quant’altro? Decisamente in calo al punto che la passione per il lavoro e la carriera avrebbe il sopravvento su quella sessuale. Tutto vero? Difficile dirlo.
LA MORTE DELL’AMORE
La sessualità è uno degli aspetti più importanti e arricchenti della vita relazionale. Su questo non ci piove. E tuttavia, tutto ciò che ci appartiene come uomini è anche passibile di immaturità e di perversioni. La lussuria, infatti, è il vizio che perverte la sessualità propria di ogni persona in sesso e, più esattamente, in piacere sessuale. Il lussurioso/a riduce un uomo o una donna a corpo, o meglio, a qualcuna delle sue parti. Quando si cade nell’ossessione del “fare sesso” a rimetterci è la complessa realtà della persona. “Fare sesso”, non importa con chi, come e quando, banalizza non solo la sessualità, ma soprattutto la persona.
Lo sregolato sessualmente mette in atto un atteggiamento predatorio, utilitaristico, egoistico che appena appena maschera aggressività e disprezzo per l’altro/a. Cercando quanto più può di “fare l’amore” ammazza l’amore: ciò di cui più ha bisogno. La ricerca sregolata del piacere sessuale oltre che un comportamento moralmente inaccettabile, è il segnale di una grave carenza relazionale dagli esiti preoccupanti per la persona interessata: non sa amare, né lasciarsi amare.
Amare è perseguire l’amore dell’altro/a rispettandolo/a come persona, esercitando un necessario autocontrollo sui propri desideri e pulsioni. Al lussurioso, invece, non interessa altro che la propria gratificazione. Per chi ama esiste solo l’altro/a. Per il lussurioso non ci sono preferenze: prende al volo chi gli capita. E qui ci sta tutto: perversioni e abusi sessuali compresi. Gli innamorati si fissano dritti negli occhi. Il fanatico del sesso non va per il sottile: gli interessa solo una cosa in una sorta di catena di montaggio della libidine. La lussuria è il vizio della quantità, del numero, non dell’amore. E mentre l’amore dura, la lussuria nausea.
UN VIZIO DISTRUTTIVO
Il piacere sessuale scatenato, senza autocontrollo, è un fuoco che distrugge, una dipendenza, una droga; una sete che non si spegne mai. Di qui l’ossessione di sempre nuove esperienze sessuali, segno di una carenza affettiva e di una solitudine relazionale frustranti. La distruttività del vizio sta tutta nell’incapacità di amare e di ricevere amore.
Alla banalizzazione della sessualità molto contribuisce l’aumento della promiscuità che facilita le opportunità di incontri sessuali occasionali senza impegno e conseguenze. L’età dei primi rapporti si abbassa sempre più quasi che maturità biologica sia identica a maturità psicologica. Rapporti sessuali precoci ingenerano instabilità e precarietà relazionali che uno si porta dietro ben oltre l’età adolescenziale. Un’attività sessuale finalizzata unicamente al consumo di sesso indebolisce se non distrugge la fiducia nell’altro, spegne la verità di un rapporto amoroso, toglie la volontà di lasciarsi coinvolgere, di conoscere l’altro/a, di portare il peso della responsabilità di una legame sentimentale serio e duraturo come, ad esempio, il matrimonio.
C’è un tempo in cui la lussuria bussa alla porta di un uomo o di una donna? Probabilmente nelle situazioni di solitudine, di frustrazione o di immaturità relazionale è facile lasciarsi andare a dei rapporti sessuali comunque, o all’autoerotismo o all’abbuffata porno. La passione di un momento può essere percepita lì per lì come qualcosa di appagante. Di fatto, però, il senso di vuoto che, nonostante tutto, la persona sperimenta rivela una triste verità: il disordine sessuale sta all’intimità come l’acqua salata a chi sta morendo di sete.
UNA PAROLA DI SPERANZA
Dal vizio ci si può liberare? Anzitutto, facendo pulizia nella testa per guardare al mondo della sessualità con occhi nuovi. Nella sessualità di un uomo e di una donna non esiste il determinismo animalesco. La sessualità è umana quando esprime relazioni personali libere e responsabili. Giocare in modo insensato con la propria sessualità riducendola a puro sesso è ipotecare la capacità personale di amare e di farsi amare. C’è un atteggiamento che mette insieme libertà e responsabilità? Sì, la castità. Parola derisa perché incompresa! Chi altro è la persona casta se non l’uomo e la donna che sanno controllare le proprie pulsioni in vista di una relazione ben più duratura di una semplice storia? Alla fine della fiera, il lussurioso ha davanti a sé un’alternativa: o diventare adulto, capace di relazioni responsabili, durature o restare adolescente preda delle sue pulsioni e affettivamente immaturo vita natural durante. A ognuno la propria responsabilità!
Da Bollettino Salesiano, giugno 2010
Di Sabino Frigato
Vocabolo difficile per un peccato diffuso che Dante, da par suo, qualifica come “luogo d’ogni luce muto” dove un vento poderoso ghermisce gli abitanti e “di qua, di là, di su, di giù li mena”.
Lussuria? Per chi è in difficoltà col vocabolario italiano vuol dire “fare sesso” e molto, non importa con chi, come e quando, purché si faccia! Ha scritto S. Blackburn che «la lussuria si realizza indifferentemente in un portone o in un taxi e il suo lessico è costituito da grugniti e suoni animaleschi». Linguaggio a parte, abbiamo a che fare con un vizio ad alta intensità sociale! Se stiamo ai discorsi e alle trasgressioni sessuali messe bene in mostra da media e pubblicità, il “fare sesso” sembrerebbe l’idolo del secolo. Le cose, però, sembrano andare diversamente. Indagini affidabili dicono che di sesso se ne parla molto, ma se ne fa molto meno. Il consumo di sesso – passi l’espressione – va molto ridimensionato. Negli USA, ad esempio, ben 4 milioni di americani vivono in “coppie bianche” per le quali i rapporti sessuali o sono rari o non hanno alcuna importanza. E in Italia? Il Censis afferma che le coppie dopo 16 anni di matrimonio vanno da zero a 4 rapporti sessuali all’anno. E i singles? Nel 2006 il 67% delle donne non avrebbero avuto alcuna vita sessuale. E il desiderio sessuale costantemente attizzato da media, internet, pornoshops e quant’altro? Decisamente in calo al punto che la passione per il lavoro e la carriera avrebbe il sopravvento su quella sessuale. Tutto vero? Difficile dirlo.
LA MORTE DELL’AMORE
La sessualità è uno degli aspetti più importanti e arricchenti della vita relazionale. Su questo non ci piove. E tuttavia, tutto ciò che ci appartiene come uomini è anche passibile di immaturità e di perversioni. La lussuria, infatti, è il vizio che perverte la sessualità propria di ogni persona in sesso e, più esattamente, in piacere sessuale. Il lussurioso/a riduce un uomo o una donna a corpo, o meglio, a qualcuna delle sue parti. Quando si cade nell’ossessione del “fare sesso” a rimetterci è la complessa realtà della persona. “Fare sesso”, non importa con chi, come e quando, banalizza non solo la sessualità, ma soprattutto la persona.
Lo sregolato sessualmente mette in atto un atteggiamento predatorio, utilitaristico, egoistico che appena appena maschera aggressività e disprezzo per l’altro/a. Cercando quanto più può di “fare l’amore” ammazza l’amore: ciò di cui più ha bisogno. La ricerca sregolata del piacere sessuale oltre che un comportamento moralmente inaccettabile, è il segnale di una grave carenza relazionale dagli esiti preoccupanti per la persona interessata: non sa amare, né lasciarsi amare.
Amare è perseguire l’amore dell’altro/a rispettandolo/a come persona, esercitando un necessario autocontrollo sui propri desideri e pulsioni. Al lussurioso, invece, non interessa altro che la propria gratificazione. Per chi ama esiste solo l’altro/a. Per il lussurioso non ci sono preferenze: prende al volo chi gli capita. E qui ci sta tutto: perversioni e abusi sessuali compresi. Gli innamorati si fissano dritti negli occhi. Il fanatico del sesso non va per il sottile: gli interessa solo una cosa in una sorta di catena di montaggio della libidine. La lussuria è il vizio della quantità, del numero, non dell’amore. E mentre l’amore dura, la lussuria nausea.
UN VIZIO DISTRUTTIVO
Il piacere sessuale scatenato, senza autocontrollo, è un fuoco che distrugge, una dipendenza, una droga; una sete che non si spegne mai. Di qui l’ossessione di sempre nuove esperienze sessuali, segno di una carenza affettiva e di una solitudine relazionale frustranti. La distruttività del vizio sta tutta nell’incapacità di amare e di ricevere amore.
Alla banalizzazione della sessualità molto contribuisce l’aumento della promiscuità che facilita le opportunità di incontri sessuali occasionali senza impegno e conseguenze. L’età dei primi rapporti si abbassa sempre più quasi che maturità biologica sia identica a maturità psicologica. Rapporti sessuali precoci ingenerano instabilità e precarietà relazionali che uno si porta dietro ben oltre l’età adolescenziale. Un’attività sessuale finalizzata unicamente al consumo di sesso indebolisce se non distrugge la fiducia nell’altro, spegne la verità di un rapporto amoroso, toglie la volontà di lasciarsi coinvolgere, di conoscere l’altro/a, di portare il peso della responsabilità di una legame sentimentale serio e duraturo come, ad esempio, il matrimonio.
C’è un tempo in cui la lussuria bussa alla porta di un uomo o di una donna? Probabilmente nelle situazioni di solitudine, di frustrazione o di immaturità relazionale è facile lasciarsi andare a dei rapporti sessuali comunque, o all’autoerotismo o all’abbuffata porno. La passione di un momento può essere percepita lì per lì come qualcosa di appagante. Di fatto, però, il senso di vuoto che, nonostante tutto, la persona sperimenta rivela una triste verità: il disordine sessuale sta all’intimità come l’acqua salata a chi sta morendo di sete.
UNA PAROLA DI SPERANZA
Dal vizio ci si può liberare? Anzitutto, facendo pulizia nella testa per guardare al mondo della sessualità con occhi nuovi. Nella sessualità di un uomo e di una donna non esiste il determinismo animalesco. La sessualità è umana quando esprime relazioni personali libere e responsabili. Giocare in modo insensato con la propria sessualità riducendola a puro sesso è ipotecare la capacità personale di amare e di farsi amare. C’è un atteggiamento che mette insieme libertà e responsabilità? Sì, la castità. Parola derisa perché incompresa! Chi altro è la persona casta se non l’uomo e la donna che sanno controllare le proprie pulsioni in vista di una relazione ben più duratura di una semplice storia? Alla fine della fiera, il lussurioso ha davanti a sé un’alternativa: o diventare adulto, capace di relazioni responsabili, durature o restare adolescente preda delle sue pulsioni e affettivamente immaturo vita natural durante. A ognuno la propria responsabilità!
Da Bollettino Salesiano, giugno 2010
giovedì 9 settembre 2010
La fede è un dono: la fiducia, come risposta è una scelta di vita
La fede come ricerca e come pace
“Alla fede ci si avvicina con timore e tremore, togliendosi i calzari, disposti a riconoscere un Dio che non parla nel vento, nel fuoco o nel terremoto, ma nell’umile voce di silenzio, come fu per Elia sulla santa montagna (cf. 1 Re 19) ed è stato, è e sarà per tutti i santi e i profeti. Credere, allora, vuol dire perdere tutto? Non avere più sicurezza, né discendenza, né patria? Rinunciare a ogni segno e ad ogni sogno di miracolo? A tal punto è geloso il Dio dei credenti? Così divorante è il suo fuoco? Così buia la sua notte? Così assoluto il suo silenzio?
Rispondere di sì a queste domande sarebbe cadere nella seduzione opposta a quella di chi cerca segni a ogni costo; sarebbe un dimenticare la tenerezza e la misericordia di Dio. C’è sempre una luce per rischiarare il cammino: un grande segno ci è stato dato, il Cristo, che vive nei mezzi della grazia e dell’amore confidati alla famiglia dei suoi discepoli, la Chiesa. In essa è offerto un cibo ai pellegrini, un conforto agli incerti, una strada agli smarriti. Se questi doni non vanno mai confusi con possessi gelosi, è pur vero che essi sono là per nutrirci; non per esimerci dalla lotta, ma per darci forza; non per addormentare le coscienze, ma per svegliarle e stimolarle a opere e giorni d’amore, in cui l’amore invisibile si faccia presente.
Testimoniare la fede non sarà, allora, dare risposte già pronte, ma contagiare l’inquietudine della ricerca e la pace dell’incontro: “Ci hai fatto per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, 1,1). Accettare l’invito non è risolvere tutte le oscure domande, ma portarle a un Altro e insieme con lui. A lui è possibile rivolgere con fiducia le parole della bellissima invocazione di sant’Agostino:
Signore mio Dio, unica mia speranza,
fa’ che stanco non smetta di cercarTi,
ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore.
Dammi la forza di cercare,
Tu che ti sei fatto incontrare,
e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:
conserva quella, guarisci questa.
Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza;
dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare;
dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.
Fa’ che mi ricordi di Te
che intenda Te, che ami Te. Amen!”
(De Trinitate, 15, 28, 51).
DA “LETTERA AI CERCATORI DI DIO”, CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI
“Alla fede ci si avvicina con timore e tremore, togliendosi i calzari, disposti a riconoscere un Dio che non parla nel vento, nel fuoco o nel terremoto, ma nell’umile voce di silenzio, come fu per Elia sulla santa montagna (cf. 1 Re 19) ed è stato, è e sarà per tutti i santi e i profeti. Credere, allora, vuol dire perdere tutto? Non avere più sicurezza, né discendenza, né patria? Rinunciare a ogni segno e ad ogni sogno di miracolo? A tal punto è geloso il Dio dei credenti? Così divorante è il suo fuoco? Così buia la sua notte? Così assoluto il suo silenzio?
Rispondere di sì a queste domande sarebbe cadere nella seduzione opposta a quella di chi cerca segni a ogni costo; sarebbe un dimenticare la tenerezza e la misericordia di Dio. C’è sempre una luce per rischiarare il cammino: un grande segno ci è stato dato, il Cristo, che vive nei mezzi della grazia e dell’amore confidati alla famiglia dei suoi discepoli, la Chiesa. In essa è offerto un cibo ai pellegrini, un conforto agli incerti, una strada agli smarriti. Se questi doni non vanno mai confusi con possessi gelosi, è pur vero che essi sono là per nutrirci; non per esimerci dalla lotta, ma per darci forza; non per addormentare le coscienze, ma per svegliarle e stimolarle a opere e giorni d’amore, in cui l’amore invisibile si faccia presente.
Testimoniare la fede non sarà, allora, dare risposte già pronte, ma contagiare l’inquietudine della ricerca e la pace dell’incontro: “Ci hai fatto per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, 1,1). Accettare l’invito non è risolvere tutte le oscure domande, ma portarle a un Altro e insieme con lui. A lui è possibile rivolgere con fiducia le parole della bellissima invocazione di sant’Agostino:
Signore mio Dio, unica mia speranza,
fa’ che stanco non smetta di cercarTi,
ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore.
Dammi la forza di cercare,
Tu che ti sei fatto incontrare,
e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza:
conserva quella, guarisci questa.
Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza;
dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare;
dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.
Fa’ che mi ricordi di Te
che intenda Te, che ami Te. Amen!”
(De Trinitate, 15, 28, 51).
DA “LETTERA AI CERCATORI DI DIO”, CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI
martedì 7 settembre 2010
La Chiesa siamo noi
Una Chiesa in crisi
La Chiesa oggi è in crisi: tale grave congiuntura si è generata dall'interno non dall'esterno di essa. Il catalizzatore è stato il rapporto Murphy sulla cover-up, l’occultamento da parte di alcune autorità ecclesiastiche di abusi sessuali su bambini, commessi da certi sacerdoti. La risposta del popolo è stata prima di incredulità, poi di orrore, rabbia e sgomento. Ed è giusto che sia così. Abbiamo permesso a noi stessi di essere moralmente desensibilizzati e di aver creduto di essere immuni dal fallimento morale, e questo ci ha precipitati in uno stato di caos. Per molti la credibilità della Chiesa è finita a brandelli. In altri è subentrata una profonda tristezza, poiché hanno temuto di essere stati traditi dall’istituzione in cui avevano riposto la loro fiducia. Alcuni personaggi, che rivestono ruoli di leadership, negando l'oscurità e l'imperfezione del lato umano della Chiesa, si sono esposti a cadute spettacolari e a critiche virulente. Costoro non erano più deboli e vulnerabili di altri. Proprio per questo si deve, con dolore, chinare il capo per la vergogna. Avevano dimenticato, consciamente o inconsciamente, che i paradossi della fede - luce e tenebre, angelo e demone, grazia e peccato - allignano in tutti gli uomini. Non esiste alcuna casta perfetta tra gli esseri umani, chierici o laici pari sono. Questo non significa che la stragrande maggioranza delle persone che compongono la Chiesa, non si sforzino di vivere una vita decente e spesso eroica. Ma si deve ammettere che, negando il buio, alcuni si sono allontanati dalla protezione della luce, sicché la loro coscienza si è offuscata e macchiata.
GESÙ È CON LA SUA CHIESA
Nonostante le tenebre, la luce resta perché Gesù ha promesso di rimanere con la sua Chiesa fino alla fine dei tempi. Inoltre, sono tante le persone che si sforzano di vivere bene, di condurre una vita dignitosa e onesta, di mantenere la propria fiamma sempre accesa. Come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, la Chiesa appartiene a tutti, non solo alla gerarchia e ai sacerdoti. Perciò, nonostante la delusione e la rabbia contro alcuni preti, occorre continuare a credere nel paradosso luce e tenebre presenti insieme in tutti e ciascuno. La nostra fede è, dopo tutto, ancorata ai misteri pasquali e non al clero, che si tratti di vescovi, sacerdoti, o religiosi. È necessario e urgente sforzarsi in ogni modo di tenere la luce e le tenebre in tensione convinti che “questa è saggezza” come direbbe Richard Rohr. Dal canto suo Elliot ci indica un'altra direzione per il futuro: "La saggezza che possiamo sperare di acquisire, è la saggezza dell'umiltà”. Solo l'umiltà ci permette di accettare la nostra condizione imperfetta.
"Il celebre scrittore Carlo Carretto era un vero esploratore. In vecchiaia ha scritto questa splendida ode alla Chiesa che può suggerire qualcosa anche a noi.
Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!
Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo!
Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza.
Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità!
Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso, e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.
Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima, e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure.
No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te.
E poi, dove andrei? A costruirne un’altra? Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò sarà la Mia Chiesa, non più quella di Cristo.
L'altro ieri un amico ha scritto una lettera ad un giornale: “Lascio la Chiesa perché, con la sua compromissione con i ricchi non è più credibile”.
Mi fa pena! O è un sentimentale che non ha esperienza e lo scuso; o è un orgoglioso che crede di essere migliore degli altri. Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra.
San Francesco urlava: “Tu mi credi santo, e non sai che posso ancora avere dei figli con una prostituta, se Cristo non mi sostiene”.
La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo. Degli uomini è la debolezza e semmai la buona volontà di fare qualcosa di buono con l'aiuto della grazia che sgorga dalle vene invisibili della Chiesa visibile. Forse la Chiesa di ieri era migliore di quella di oggi? Forse che la Chiesa di Gerusalemme era più credibile di quella di Roma? (Carlo Carretto, Il Dio che viene, cap.X)
Da Bollettino Salesiano, settembre 2010
La Chiesa oggi è in crisi: tale grave congiuntura si è generata dall'interno non dall'esterno di essa. Il catalizzatore è stato il rapporto Murphy sulla cover-up, l’occultamento da parte di alcune autorità ecclesiastiche di abusi sessuali su bambini, commessi da certi sacerdoti. La risposta del popolo è stata prima di incredulità, poi di orrore, rabbia e sgomento. Ed è giusto che sia così. Abbiamo permesso a noi stessi di essere moralmente desensibilizzati e di aver creduto di essere immuni dal fallimento morale, e questo ci ha precipitati in uno stato di caos. Per molti la credibilità della Chiesa è finita a brandelli. In altri è subentrata una profonda tristezza, poiché hanno temuto di essere stati traditi dall’istituzione in cui avevano riposto la loro fiducia. Alcuni personaggi, che rivestono ruoli di leadership, negando l'oscurità e l'imperfezione del lato umano della Chiesa, si sono esposti a cadute spettacolari e a critiche virulente. Costoro non erano più deboli e vulnerabili di altri. Proprio per questo si deve, con dolore, chinare il capo per la vergogna. Avevano dimenticato, consciamente o inconsciamente, che i paradossi della fede - luce e tenebre, angelo e demone, grazia e peccato - allignano in tutti gli uomini. Non esiste alcuna casta perfetta tra gli esseri umani, chierici o laici pari sono. Questo non significa che la stragrande maggioranza delle persone che compongono la Chiesa, non si sforzino di vivere una vita decente e spesso eroica. Ma si deve ammettere che, negando il buio, alcuni si sono allontanati dalla protezione della luce, sicché la loro coscienza si è offuscata e macchiata.
GESÙ È CON LA SUA CHIESA
Nonostante le tenebre, la luce resta perché Gesù ha promesso di rimanere con la sua Chiesa fino alla fine dei tempi. Inoltre, sono tante le persone che si sforzano di vivere bene, di condurre una vita dignitosa e onesta, di mantenere la propria fiamma sempre accesa. Come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, la Chiesa appartiene a tutti, non solo alla gerarchia e ai sacerdoti. Perciò, nonostante la delusione e la rabbia contro alcuni preti, occorre continuare a credere nel paradosso luce e tenebre presenti insieme in tutti e ciascuno. La nostra fede è, dopo tutto, ancorata ai misteri pasquali e non al clero, che si tratti di vescovi, sacerdoti, o religiosi. È necessario e urgente sforzarsi in ogni modo di tenere la luce e le tenebre in tensione convinti che “questa è saggezza” come direbbe Richard Rohr. Dal canto suo Elliot ci indica un'altra direzione per il futuro: "La saggezza che possiamo sperare di acquisire, è la saggezza dell'umiltà”. Solo l'umiltà ci permette di accettare la nostra condizione imperfetta.
"Il celebre scrittore Carlo Carretto era un vero esploratore. In vecchiaia ha scritto questa splendida ode alla Chiesa che può suggerire qualcosa anche a noi.
Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!
Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo!
Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza.
Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità!
Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso, e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.
Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima, e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure.
No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te.
E poi, dove andrei? A costruirne un’altra? Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò sarà la Mia Chiesa, non più quella di Cristo.
L'altro ieri un amico ha scritto una lettera ad un giornale: “Lascio la Chiesa perché, con la sua compromissione con i ricchi non è più credibile”.
Mi fa pena! O è un sentimentale che non ha esperienza e lo scuso; o è un orgoglioso che crede di essere migliore degli altri. Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra.
San Francesco urlava: “Tu mi credi santo, e non sai che posso ancora avere dei figli con una prostituta, se Cristo non mi sostiene”.
La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo. Degli uomini è la debolezza e semmai la buona volontà di fare qualcosa di buono con l'aiuto della grazia che sgorga dalle vene invisibili della Chiesa visibile. Forse la Chiesa di ieri era migliore di quella di oggi? Forse che la Chiesa di Gerusalemme era più credibile di quella di Roma? (Carlo Carretto, Il Dio che viene, cap.X)
Da Bollettino Salesiano, settembre 2010
Catechisti e genitori
CATECHESI E GENITORI
Il discorso qui diventa, purtroppo, complesso: il contesto in cui viviamo nel mondo di oggi non porta gli uomini alla fede, anzi assistiamo sempre più ad un allontanamento dalla fede. Non si può dare per scontato che gli stessi che si professano cristiani siano cristiani consapevoli, lo sono per tradizione. Gli stessi fanciulli battezzati non hanno ricevuto una minima educazione cristiana nelle famiglie.
Il compito dei catechisti diventa più difficile, più arduo, non trovando spesso collaborazione nell’ambiente familiare: devono incominciare un periodo di evangelizzazione, una nuova evangelizzazione in cui inserire anche i genitori.
Il ruolo della comunità cristiana nell’attuazione di questo processo è fondamentale. Non ha senso il lavoro quasi solitario dei catechisti, se non fa parte di un dinamismo che interessa e coinvolge tutta la comunità, la parrocchia. Come non ha senso il lavoro dei singoli o dei gruppi vari se sono dei circoli chiusi e non fraternizzano, comunicano con la comunità: tutti dobbiamo costruire una comunità di fede.
Il parroco deve farsi carico di novità da proporre alla comunità, incominciando dall’esistente, dai vari gruppi, spesso sconosciuti ai più e che non incidono nella crescita della comunità chiamandoli a lavorare assieme, ascoltandoli, responsabilizzandoli; seguendo la formazione dei catechisti, che non è solamente preparazione della “lezioncina” di catechismo; dedicando tempo per motivare i genitori, sensibilizzandoli a interrogarsi sulla loro fede come componente vitale per i propri figli; offrire momenti di incontri e di conoscenza tra le famiglie e i catechisti: proporre esperienze di vita cristiana con un lavoro congiunto con i catechisti.
Una cosa è indispensabile, da tenere presente, se effettivamente amiamo la nostra chiesa comunità, popolo di Dio in cammino: avere cura della famiglia, piccola chiesa nella Chiesa.
Nella famiglia si incomincia a costruire la nuova chiesa che sogniamo e che spesso critichiamo. Nella famiglia, ne sono certo, non manca il senso religioso, bisogna riscoprirlo e coltivarlo per farlo riemergere. Riscoprire i rapporti umani e religiosi nella famiglia. Una volta in famiglia, (e chi no se lo ricorda?), si imparava il segno della croce, il Padre nostro, l’ Ave Maria, la Salve Regina, in un ambiente semplice e di una fede anch’essa semplice ma genuina.
Da numerosi decenni ogni parrocchia offre corsi di catechismo, il che spontaneamente riporta agli incontri dell'età del bambino e al massimo del ragazzo. La catechesi si rivolge anzitutto ai giovani e agli adulti cioè alle persone che liberamente dispongono della loro vita in rapporto alla chiamata alla fede. Per questo l'ordine delle voci non sale dai bambini agli adulti, ma scende dagli adulti ai bambini.
Dunque la catechesi è l'incontro di chiesa che mira ad arricchire e ad approfondire la personale adesione al Vangelo di Gesù Cristo.
E i bambini e i ragazzi? Il loro orientamento all'incontro col Signore deve essere mediato in modo essenziale dai genitori: sono essi i primi testimoni ed educatori dell'esperienza cristiana; sostenuti dalla chiesa,dalla comunità parrocchiale.
I genitori devono trasmettere ai propri figli soprattutto il gusto, il sapore della fede, la bellezza dell'affidare a Dio la propria vita. Dentro le esperienze quotidiane della famiglia, della preghiera, dell'amicizia, della scuola, del gioco, dell'aiuto al bambino meno fortunato o ammalato, della partecipazione alla Santa Messa, ecc.
I catechisti, operatori di catechesi, completano questa iniziazione, non limitandosi all’istruzione, cioè ad offrire nuovi elementi di conoscenza: la conoscenza deve unirsi all’amore, l’amore alla preghiera dialogo e incontro con Dio, la preghiera alla ricerca del bene nella vita quotidiana, individuale e collettiva
Significativo mi sembra questo tratto di intervista a Don Oreste Bensi di Alessio Zamboni, in occasione della pubblicazione del suo libro “Onora tuo figlio e tua figlia”, significativo perché, se anche velocemente diamo uno sguardo a molte situazioni del modo di oggi, vedremo e capiremo meglio l’importanza di impostare una nuova catechesi, valuteremo la necessità di un impegno maggiore in tutta la chiesa.
«Onora tuo figlio e tua figlia»: un titolo provocatorio, don Oreste. La scelta è stata tua o dell’editore?
«La scelta è stata mia».
Come mai? Il quarto comandamento non è più attuale?
«Ho pensato che non è più sufficiente in un’epoca in cui i genitori hanno dissacrato la famiglia. Sono 50 mila in Italia i bambini e gli adolescenti che ogni anno sono straziati dalla divisione dei loro genitori. Pensiamo poi al dilagare della prostituzione, alla confusione sui modelli di famiglia. Si sta creando una civiltà in cui i figli sono un bene di consumo di cui si può disporre a piacimento. È necessario rifondare la famiglia ripartendo dai figli, soprattutto quelli sotto i dieci anni. Sono loro che hanno la concezione vera della famiglia e a loro i politici dovrebbero affidare il compito di fare le leggi sulla famiglia».
Viviamo in un’epoca che esalta sempre più le libertà individuali, il diritto all’autodeterminazione della persona. C’è chi vorrebbe legalizzare l’eutanasia e tu sostieni addirittura che il divorzio non è un diritto. In che senso?
«Oggi i giovani sono spinti a vivere solo di emozioni; non esiste più il “del tutto” e il “per sempre”. È così perché anche i loro genitori sono eterni adolescenti. Il divorzio è una regressione dell’adulto alla fase egocentrica».
Parlando delle tendenze degli adolescenti di oggi, affermi un principio: ogni essere vivente si dirige verso ciò che lo attira. Perché i nostri ragazzi, dopo aver ricevuto la Cresima, si allontanano dalla Chiesa? Non c’è più niente che li attira?
«L’approccio a Cristo proposto oggi da molte realtà ecclesiali è incomprensibile per gli adolescenti. Il bisogno di assoluto però è presente e quando i ragazzi incontrano qualcuno che fa fare loro un incontro simpatico con Cristo rimangono affascinati. Lo dimostra l’adesione ai movimenti cattolici, come la stessa Comunità Papa Giovanni XXIII, in cui ci sono tantissimi giovani disposti a dare la vita per Cristo».
«Per fare nuova evangelizzazione – si legge nel capitolo dedicato agli “appuntamenti con Dio” – non basta scrivere nuovi libri, occorre scrivere nuove vite». Cosa intendi dire?
«Il 90% dei giovani non va più in chiesa, ma il senso del sacro è presente. Per questo si diffondono le sette, che danno l’illusione di rispondere a questo bisogno. Per attirare alla fede occorrono testimoni credibili ma è soprattutto necessario recuperare il senso di popolo, un popolo nuovo capace di cambiare la storia. Se c’è la devozione senza rivoluzione, i giovani se ne vanno. Anche dai gruppi giovanili».
Torniamo ai genitori. Nell’ultima parte del libro parli di allattamento, di vomito, di anoressia... non ti sembrano questioni da pediatra o da psicologo più che da prete?
«Anche un prete è un padre e quando vede questi fenomeni si chiede perché. Scopre allora che quel vomito del bambino è un vomitare anche la madre, o la maestra. E allora cerca soluzioni che vadano oltre la semplice cura del sintomo, intervenendo sulla relazione».
Una questione che da sempre cruccia i genitori: quando un figlio sbaglia è giusto punirlo? E quand’è che una punizione si può definire giusta?
«Dietro lo sbaglio di un figlio spesso si nasconde un grido: “Non ti accorgi che ci sono anch’io?”. Che si esprime magari con parole che feriscono, come quelle di Alice che urla: “Mamma, sei brutta!”. Per definire giusta una punizione, occorre prima capire cosa si intende per giustizia nell’infanzia. È ascoltando i nostri figli che scopriamo come camminare da adulti».
Il discorso qui diventa, purtroppo, complesso: il contesto in cui viviamo nel mondo di oggi non porta gli uomini alla fede, anzi assistiamo sempre più ad un allontanamento dalla fede. Non si può dare per scontato che gli stessi che si professano cristiani siano cristiani consapevoli, lo sono per tradizione. Gli stessi fanciulli battezzati non hanno ricevuto una minima educazione cristiana nelle famiglie.
Il compito dei catechisti diventa più difficile, più arduo, non trovando spesso collaborazione nell’ambiente familiare: devono incominciare un periodo di evangelizzazione, una nuova evangelizzazione in cui inserire anche i genitori.
Il ruolo della comunità cristiana nell’attuazione di questo processo è fondamentale. Non ha senso il lavoro quasi solitario dei catechisti, se non fa parte di un dinamismo che interessa e coinvolge tutta la comunità, la parrocchia. Come non ha senso il lavoro dei singoli o dei gruppi vari se sono dei circoli chiusi e non fraternizzano, comunicano con la comunità: tutti dobbiamo costruire una comunità di fede.
Il parroco deve farsi carico di novità da proporre alla comunità, incominciando dall’esistente, dai vari gruppi, spesso sconosciuti ai più e che non incidono nella crescita della comunità chiamandoli a lavorare assieme, ascoltandoli, responsabilizzandoli; seguendo la formazione dei catechisti, che non è solamente preparazione della “lezioncina” di catechismo; dedicando tempo per motivare i genitori, sensibilizzandoli a interrogarsi sulla loro fede come componente vitale per i propri figli; offrire momenti di incontri e di conoscenza tra le famiglie e i catechisti: proporre esperienze di vita cristiana con un lavoro congiunto con i catechisti.
Una cosa è indispensabile, da tenere presente, se effettivamente amiamo la nostra chiesa comunità, popolo di Dio in cammino: avere cura della famiglia, piccola chiesa nella Chiesa.
Nella famiglia si incomincia a costruire la nuova chiesa che sogniamo e che spesso critichiamo. Nella famiglia, ne sono certo, non manca il senso religioso, bisogna riscoprirlo e coltivarlo per farlo riemergere. Riscoprire i rapporti umani e religiosi nella famiglia. Una volta in famiglia, (e chi no se lo ricorda?), si imparava il segno della croce, il Padre nostro, l’ Ave Maria, la Salve Regina, in un ambiente semplice e di una fede anch’essa semplice ma genuina.
Da numerosi decenni ogni parrocchia offre corsi di catechismo, il che spontaneamente riporta agli incontri dell'età del bambino e al massimo del ragazzo. La catechesi si rivolge anzitutto ai giovani e agli adulti cioè alle persone che liberamente dispongono della loro vita in rapporto alla chiamata alla fede. Per questo l'ordine delle voci non sale dai bambini agli adulti, ma scende dagli adulti ai bambini.
Dunque la catechesi è l'incontro di chiesa che mira ad arricchire e ad approfondire la personale adesione al Vangelo di Gesù Cristo.
E i bambini e i ragazzi? Il loro orientamento all'incontro col Signore deve essere mediato in modo essenziale dai genitori: sono essi i primi testimoni ed educatori dell'esperienza cristiana; sostenuti dalla chiesa,dalla comunità parrocchiale.
I genitori devono trasmettere ai propri figli soprattutto il gusto, il sapore della fede, la bellezza dell'affidare a Dio la propria vita. Dentro le esperienze quotidiane della famiglia, della preghiera, dell'amicizia, della scuola, del gioco, dell'aiuto al bambino meno fortunato o ammalato, della partecipazione alla Santa Messa, ecc.
I catechisti, operatori di catechesi, completano questa iniziazione, non limitandosi all’istruzione, cioè ad offrire nuovi elementi di conoscenza: la conoscenza deve unirsi all’amore, l’amore alla preghiera dialogo e incontro con Dio, la preghiera alla ricerca del bene nella vita quotidiana, individuale e collettiva
Significativo mi sembra questo tratto di intervista a Don Oreste Bensi di Alessio Zamboni, in occasione della pubblicazione del suo libro “Onora tuo figlio e tua figlia”, significativo perché, se anche velocemente diamo uno sguardo a molte situazioni del modo di oggi, vedremo e capiremo meglio l’importanza di impostare una nuova catechesi, valuteremo la necessità di un impegno maggiore in tutta la chiesa.
«Onora tuo figlio e tua figlia»: un titolo provocatorio, don Oreste. La scelta è stata tua o dell’editore?
«La scelta è stata mia».
Come mai? Il quarto comandamento non è più attuale?
«Ho pensato che non è più sufficiente in un’epoca in cui i genitori hanno dissacrato la famiglia. Sono 50 mila in Italia i bambini e gli adolescenti che ogni anno sono straziati dalla divisione dei loro genitori. Pensiamo poi al dilagare della prostituzione, alla confusione sui modelli di famiglia. Si sta creando una civiltà in cui i figli sono un bene di consumo di cui si può disporre a piacimento. È necessario rifondare la famiglia ripartendo dai figli, soprattutto quelli sotto i dieci anni. Sono loro che hanno la concezione vera della famiglia e a loro i politici dovrebbero affidare il compito di fare le leggi sulla famiglia».
Viviamo in un’epoca che esalta sempre più le libertà individuali, il diritto all’autodeterminazione della persona. C’è chi vorrebbe legalizzare l’eutanasia e tu sostieni addirittura che il divorzio non è un diritto. In che senso?
«Oggi i giovani sono spinti a vivere solo di emozioni; non esiste più il “del tutto” e il “per sempre”. È così perché anche i loro genitori sono eterni adolescenti. Il divorzio è una regressione dell’adulto alla fase egocentrica».
Parlando delle tendenze degli adolescenti di oggi, affermi un principio: ogni essere vivente si dirige verso ciò che lo attira. Perché i nostri ragazzi, dopo aver ricevuto la Cresima, si allontanano dalla Chiesa? Non c’è più niente che li attira?
«L’approccio a Cristo proposto oggi da molte realtà ecclesiali è incomprensibile per gli adolescenti. Il bisogno di assoluto però è presente e quando i ragazzi incontrano qualcuno che fa fare loro un incontro simpatico con Cristo rimangono affascinati. Lo dimostra l’adesione ai movimenti cattolici, come la stessa Comunità Papa Giovanni XXIII, in cui ci sono tantissimi giovani disposti a dare la vita per Cristo».
«Per fare nuova evangelizzazione – si legge nel capitolo dedicato agli “appuntamenti con Dio” – non basta scrivere nuovi libri, occorre scrivere nuove vite». Cosa intendi dire?
«Il 90% dei giovani non va più in chiesa, ma il senso del sacro è presente. Per questo si diffondono le sette, che danno l’illusione di rispondere a questo bisogno. Per attirare alla fede occorrono testimoni credibili ma è soprattutto necessario recuperare il senso di popolo, un popolo nuovo capace di cambiare la storia. Se c’è la devozione senza rivoluzione, i giovani se ne vanno. Anche dai gruppi giovanili».
Torniamo ai genitori. Nell’ultima parte del libro parli di allattamento, di vomito, di anoressia... non ti sembrano questioni da pediatra o da psicologo più che da prete?
«Anche un prete è un padre e quando vede questi fenomeni si chiede perché. Scopre allora che quel vomito del bambino è un vomitare anche la madre, o la maestra. E allora cerca soluzioni che vadano oltre la semplice cura del sintomo, intervenendo sulla relazione».
Una questione che da sempre cruccia i genitori: quando un figlio sbaglia è giusto punirlo? E quand’è che una punizione si può definire giusta?
«Dietro lo sbaglio di un figlio spesso si nasconde un grido: “Non ti accorgi che ci sono anch’io?”. Che si esprime magari con parole che feriscono, come quelle di Alice che urla: “Mamma, sei brutta!”. Per definire giusta una punizione, occorre prima capire cosa si intende per giustizia nell’infanzia. È ascoltando i nostri figli che scopriamo come camminare da adulti».
lunedì 23 agosto 2010
Adorna il tempio, ma non trascurare i poveri
Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità.
Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25,42), e: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me” (cfr. Mt 25,45).
Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze.
Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro. Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore.
Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli?
Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello.
Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.
Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo" di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 50,3-4; PG 58,508-509).
Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25,42), e: “Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me” (cfr. Mt 25,45).
Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze.
Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro. Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore.
Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli?
Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello.
Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.
Dalle "Omelie sul vangelo di Matteo" di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 50,3-4; PG 58,508-509).
mercoledì 11 agosto 2010
Matrimoni in crisi: domandiamoci perchè
Sposarsi oggi?
Entrando subito nel tema farsi delle domande mi sembra d’obbligo: come si arriva al matrimonio? Con quale preparazione? Con quali sentimenti? Con quali scopi?
Dovendo infine parlare di matrimonio cristiano: quanto grande è la mia fede e la conoscenza di un matrimonio religioso, cristiano? Quali sono le esperienze che la chiesa nella sua azione pastorale propone oggi? Quanto prevalgono le emozioni e quanto invece il capire effettivamente a cosa si va incontro e cosa comporta un matrimonio nella vita?
Ancora: perché tanti matrimoni durano poco se è vera la statistica che un matrimonio su tre oggi è votato al fallimento? Quanti tra gli sposati sono veramente coscienti di quello che fanno, che un matrimonio è per tutta la vita vissuto in intensità di amore reciproco, di comprensione, di ricerca continua del bene dell’altro? Quanti pensano o sanno che il matrimonio ha anche un valore di carattere sociale che implica un impegno della coppia nella società e nella chiesa?
Per ultimo, ma non meno importante: perché da fidanzati o da semplicemente innamorati, si pensa facilmente ad una stabilità indiscutibile e da sposati spesso si vede il legame come discutibile e ritrattabile?
Sono tutte domande che troveranno una risposta adeguata se non svincolate l’una dall’altra, se si arriva ad una conclusione che dia un giusto posto alla natura umana e alla volontà del Creatore, se riusciamo a dare un’indicazione di valori positivi, di incoraggiamento ad una formazione più profonda non scoraggiata da un moralismo mal compreso.
Amore umano e volontà divina
“ E il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio dargli un aiuto che gli corrisponda” (Gen 2,18).
E Dio creò Eva.
La gioia di Adamo per Eva fu grande, “celebra la dimensione del corpo nei segni stessi della femminilità e della mascolinità” (Marciano Vidal in Il matrimonio, tra ideale cristiano e fragilità umana): “Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23).
Segue il commento ispirato dello scrittore biblico: “ Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica cosa. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna” ( Gen 2,24-25).
In questa semplice descrizione la creazione dell’uomo e della donna esprime un loro completamento naturale, i due destinati ad essere una sola carne.
In principio uomo e donna furono “cosa buona”, come il resto del creato: il loro stato di uomo e donna, la loro diversità un aiuto reciproco: “Voglio dargli un aiuto che gli corrisponda”. Non fu un atto creatore circoscritto ad Adamo ed Eva ma un qualcosa di che si sarebbe tramandato nel tempo, come percepito dallo scrittore biblico, proprio della natura umana.
Senza dubbio un commento molto lontano dalla creazione dell’uomo, frutto di ispirazione ma anche delle nuove esperienze umane nella storia in fatto di sessualità: “Non provavano vergogna” per essere nudi.
“ Dio li benedisse e disse loro:
Siate fecondi e moltiplicatevi
Riempite la terra e soggiogatela” ( Gen 1,24).
Una disposizione, un comando legati alla natura umana, non semplicemente animale, “ un amore tra uomo e donna che non nasce dal volere e dal pensare, ma si impone all’essere umano”, (Benedetto XVI, Deus caritas est), fecondità spirituale e carnale e uso dei beni della terra. E grazie alla differenza sessuale che l’uomo e la donna possono donarsi l’uno all’altro, vivere una vita insieme e programmarla in modo duraturo.
“ E Dio creò l’uomo a sua immagine
A immagine di Dio lo creò:
maschi e femmina li creò” (Gen 1, 27).
L’uomo è divenuto immagine e somiglianza di Dio, fin dall’inizio, soltanto attraverso la propria umanità, attraverso la comunione delle persone. Dio mostrerà l’importanza di questa unione in diversi modi, appropriandosi di questo connubio per mostrare l’unione sua con l’umanità, poi con la Chiesa , sua sposa.
Chi ha imparato ad amare la Chiesa sa quale gioia interiore si prova a stare con Dio e con gli uomini. La famiglia, piccola chiesa domestica, deve vivere nella gioia, nel piacere di essere insieme con i mezzi che Dio ha voluto ha voluto nel suo atto creatore, posti al raggiungimento di un amore duraturo per tutta la vita.
Il sesso diventa peccato
“In epoca patristica si ebbe in generale, un atteggiamento pessimista nei confronti della sessualità umana che ha avuto notevoli ripercussioni nella comprensione teologica e sugli orientamenti pratici circa il matrimonio. Non c’erano dubbi sul fatto che la sessualità fosse in se stessa buona, soprattutto a motivo della sua funzione procreatrice. Ma il piacere legato al sesso venne considerato come conseguenza del peccato originale. Ciò portò a porre il sospetto di una certa peccaminosità l’esperienza del piacere sessuale, compresa quella che si ha nell’ambito del matrimonio e per ottemperare al fine della procreazione” (Marciano Vidal, Il Matrimonio, tra ideale cristiano e fragilità umana” Queriniana).
L’atto coniugale viene considerato un atto lecito, ma non privo di errori, il fine procreativo è giustificato dall’atto coniugale e limitata la vita sessuale: questo atteggiamento pessimista della sessualità ebbe un’influenza negativa nella vita lungo i secoli nella mentalità cristiana e a tutt’oggi c’è la tendenza a considerare parti del corpo umano con vergogna, come parti di cui spesso non se ne deve nemmeno parlare o mostrare.
I coniugi nella più alta espressione del loro amore trovano l’unione e diventano una cosa sola per volontà divina: pregare e ringraziare Dio per questa unione fisica e spirituale porta all’unione con Dio, datore di ogni bene, gioia e felicità. L’amore diventa esclusivo e contemporaneamente benefico e donatore perché predispone alla disponibilità.
Innamoramento: sentimenti, intelligenza e volontà
“L’amore coniugale nasce dall’innamorarsi e continua nel permanere innamorati” (Marciano Vidal).
Innamorarsi a prima vista, diciamo spesso: è l’altro che attira, i suoi occhi, il suo corpo, il suo fascino: uomo e donna si piacciono! ”Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne”. Prevale il fisico, il sentimento, il piacersi l’un l’altro.
Più complicato è il passaggio al permanere innamorati nel mondo, in quel mondo che Dio mette a disposizione per riempirlo e soggiogarlo: ciò che capita spesso è che si rimane soggiogati da esso, da tutto ciò che offre compreso quanto l’uomo ha inserito, costruito, modificato, proposto ai suoi simili, non ultimo un sesso generalizzato e permissivo.
Permanere innamorati per tutta la vita spesso diventa difficile se ci fermiamo all’innamoramento sentimentale, credendo che questo possa bastare, se non pensiamo che l’amore scaturito tra un uomo e una donna oltre che umano deve essere anche spirituale: un amore libero, totalizzante e fecondo per tutti e due impegnando tutti i livelli di comunicazione.
Ci si deve formare a considerare l’amore coniugale come “Massima amicizia” ( San Tommaso): desiderare che l’amico sia e viva, volere il suo bene, fare ciò che per lui è buono.
“L’amore coniugale è una realtà in permanente sviluppo ed evoluzione” (M. Vidal) nella relazione di persone, di amicizia, relazione basata sulla differenza sessuale, relazioni che completano in due innamorati.
“ I valori della comunicazione, dell’amore, della mutua fusione, della fedeltà, della pienezza erotica, della fecondità sono altrettanti segni della capacità umanizzante dell’amore coniugale” (M.Vidal).
L’amore vero: scelte
“ E Dio creò l’uomo a sua immagine
A immagine di Dio lo creò:
maschi e femmina li creò” (Gen 1, 27).
Con quale preparazione? Con quali sentimenti? Con quali scopi si arriva oggi a sposarsi?
L’uomo creato a immagine di Dio deve avere un comportamento degno di questa immagine, non è solamente parte animale, ha insito nel suo essere una parte di Dio. Dotato di intelligenza partecipa al progresso della creazione: soggiogamento della natura e riempimento della terra con l’atto di fecondità. Priorità alla famiglia a cui si è stati chiamati in nome della paternità e maternità responsabili, convinti che la carità, l’amore sono dovuti per primo ai più vicini e bisognosi.
Non esiste famiglia isolata. L’uomo e la donna sono chiamati a far parte di una comunità: piccola e circoscritta all’ambiente proprio, grande che abbraccia tutta l’umanità in modo che prevalga il bene di tutti. Parliamo di una famiglia aperta, disponibile nella giustizia e nella carità, nell’amicizia fonte di convivenza e partecipazione delle altrui necessità.
A grandi linee si è voluto parlare modestamente di questo grande evento, oggi travisato e non compreso, mal interpretato a causa di un mondo che predica il piacere come fine a se stesso, il bene come egoismo.
Per chi volesse approfondire consigliamo il libro di
Marciano Vidal
Il matrimonio, tra ideale cristiano e fragilità umana
Ed. Queriniana
giovedì 29 luglio 2010
LETTERA AI GIOVANI - C'è una strada preparata per ciascuno
ANCH’IO CI GIRO di don Carlo Terraneo
Ti sono debitore
di una manciata di parole.
- A proposito di che?
In questi mesi la conversazione ha avuto un percorso vocazionale:
la scelta, il cammino, il distacco, l'attesa, la prova...
Sempre più su (altius), sempre con più intensità (fortius), sempre senza pausa (citius).
Il volo verso l'alto è l'anelito di tutti.
Dio c'è. E' presente.
Lascia in tutti la sua traccia.
Tutti fanno esperienza di trascendenza.
L'andare oltre è arrivare a Dio.
C'è gravità e gravità:
una ti spinge verso il basso
e una ti spinge in alto.
La prima ti fa camminare, la seconda ti fa volare verso la meta.
Il senso di Dio invade la tua vita,
ti investe come un'onda che ti solleva, ti porta e ti muove.
Tu non sei l'onda, ma vivi in essa.
Dio è la luce che ti fa vedere chi sei.
Dio ti fa sentire vivo.
Sentirsi vivi è sentirsi amati.
La bellezza della vita è racchiusa in tre parole:
“Ti voglio bene”
Accorgersene è Paradiso.
Nessuno sa quanto sia grande
un cuore che ama.
Tutti possono testimoniare
quanto si è piccini quando non si ama.
Guarda in alto.
Impara dal sole.
Di solito nella vita si chiede:
impara a dare.
Di solito se si dà, si dà qualcosa:
impara a dare di più.
Di solito se si dà di più,
è tanto quello che ci si tiene.
Impara a dare tanto.
Come il sole:
luce, calore, vita, pane, stagione, raccolti.
Se la luce del sole ti abbaglia,
prova a chiudere gli occhi cinque minuti.
È il modo migliore per scoprire
i petali della tua vita.
Mi sento un girasole.
Amo i suoi colori e la sua luce.
E tu?
- Attorno al sole, anch'io ci giro.
La vita può essere vissuta in due modi:
o ti lasci illuminare
o ti spegni
Un abbraccio.
Tuo Carlo
Da Bollettino Salesiano, giugno 2010
Iscriviti a:
Post (Atom)