venerdì 17 febbraio 2017

La santità non è una questione personale...ma di tutta una Comunità.



La giustizia del discepolo è amore per Dio e per il prossimo

Domenica settima del T.O.-Anno A- 19 febbraio 2017



Gesù continua a pungolarci, quasi a divertirsi, a metterci sempre davanti i suoi paradossi che ci costringono a dover "scegliere", a chiederci di rinunciare per avere, di morire per vivere, di dare per ricevere. La prima lettura , in sintonia con le altre ci chiede di essere santi perché Lui il Signore è santo. L'apostolo Paolo
da una parte ci dice che tutto è nostro per poi ribadire che "...voi siete di Cristo e Cristo è di Dio"; e infine Matteo che dà forza e un senso a tutti quei "se", che pesano come macigni sul nostro modo di vivere rivoluzionando il concetto di prossimo. Dalle tre letture capiamo che Gesù ci vuole perfetti come il Padre nostro che è nei cieli. Quel “come” mi mette in crisi: non sa Gesù che siamo uomini deboli, fragili? No, non può volere questo, è uno stimolo nel percorso deò discepolo, vuole una rivoluzione che potremmo chiamare conversione giornaliera.


Dal libro del Levitico 19,1-2.17-18

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”.
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.



Il primo richiamo alla santità ci arriva dalla prima lettura, Dio ci parla per mezzo di Mosè: vuole fare sapere al suo Popolo che Lui è il Signore, e vuole che tutto il popolo, tutta la comunità siano santi e detta anche le condizioni.
Cerco di immaginare cosa ne pensava allora il popolo eletto: forse che Lui è perfetto perché è Dio; provi Lui a venire qui e vivere come un uomo spogliandosi delle sue prerogative divine...e poi ne parliamo.

Noi che abbiamo conosciuto il suo Inviato forse la pensiamo diversamente, che sì è duro, difficile, che noi siamo coscienti di non essere perfetti, ma, più o meno consapevolmente, sappiamo di appartenere, non per merito, né per nascita, al Corpo di Cristo, a colui che ci ha salvati e amati da sempre, ci ricorderà l'apostolo Paolo.

Gesù ci chiede "fantasia" relazionale, non regole ingessate per rispondere come a un prontuario di fronte ai casi della vita...perché è in quel "come" che ci si gioca la nostra capacità di rispondere a quella persona che forse siamo convinti di conoscere da una vita.
In poche parole, Gesù ci chiede un salto di "qualità" della nostra vita cristiana, che però è strettamente e coerentemente legata alla vita sociale, lavorativa che svolgiamo quotidianamente.

E quandanche riuscissimo a vivere una vita di santità umana, dobbiamo ricordarci che essa non sarebbe la risultanza dello sforzo del singolo, ma di tutta una Comunità, nelle figure dei genitori, dei catechisti, dei sacerdoti, di tutti coloro che formano una comunità vuoi familiare, parrocchiale, sociale. Ognuno per la sua parte, collabora perché io, tu come singoli, vivessimo una santità quotidiana, quale espressione tangibile dell'amore e della misericordia di Dio.

La santità non è una questione personale...ma di tutta una Comunità.



Dalla prima lettera ai Cor 3,16-23

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani.
Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.




Leggendo questo brano mi sembra di sentire Paolo parlare con forza, con energia rivolgendosi ai “perfetti” di Corinto: non è un rimprovero, enuncia una verità teologica alla comunità : Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” Santo è Dio, santo è il suo tempio cioè la comunità a cui si rivolge.In forza della loro fede ormai i Corinti (e con loro tutti i credenti) sono diventati tempio di Dio, presenza di Lui, grazie allo Spirito Santo che abita in loro.
Paolo ricorda che questo edificio di cui sta parlando è la Chiesa, per cui anche la comunità di Corinto (voi siete tempio di Dio). C'è una responsabilità, quella di custodire lo Spirito che abita nella comunità, mantenere salda la casa.
E tornando alle discussione delle domeniche precedenti ricorda che il tempio di Dio si può distruggere anche attraverso le divisioni all'interno della comunità.
Dopo aver dato le indicazioni teologiche Paolo passa alle esortazioni rivolte ai fedeli individualmente. Facendo leva sull'ambizione dei Corinti di essere sapienti, li esorta a dimostrare una vera sapienza, quella che viene da Dio, ma che agli occhi del mondo si presenta come una stoltezza. La sapienza di Dio è aderire alla croce di Cristo, alla fede e al suo approfondimento. L'Apostolo non intende svalutare o disprezzare gli sforzi e le capacità della ragione umana; egli mette in guardia dai deliri di onnipotenza e dalle pretese insensate di chi è convinto che tutto possa essere ridotto al razionale e che si possa fare a meno della luce di Dio. Paolo termina con l'esortazione a non confidare nella sapienza umana. Grazie alla fede in Gesù Cristo tutto è a portata del credente, anche le cose più nascoste che l'uomo cerca di conoscere e conquistare con la propria ragione.

Dal vangelo secondo Matteo 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste»



Siamo alla fine del capitolo quinto: Gesù parla di vendetta, perdono, amore. L'evangelista Matteo, come abbiamo visto, non vuole indicarci delle leggi precise da mutare, quanto piuttosto un modo diverso di leggere la Scrittura e di scoprire la volontà di Dio, un modo diverso di intendere la morale, basata sull'amore. Gesù si contrappone agli scribi come i profeti che l'hanno preceduto che si sforzavano di recuperare il centro della volontà di Dio. Gesù recupera le leggi di Mosè dando il primato alla carità, e al perdono. L'unico modo per interrompere il ciclo diabolico offesa-violenza è il perdono.
Se alla violenza si reagisce con un'altra violenza, non solo non viene eliminata la prima ingiustizia, ma se ne aggiunge un'altra. Questo circolo può essere spezzato solo con un gesto originale, assolutamente nuovo: il perdono. Tutto il resto è vecchio, è qualcosa di già visto, di ripetuto senza sosta fin dagli inizi dell'umanità.
Tutto deve essere letto alla luce di questo nuovo cambiamento, e tutto deve essere valutato in base ad esso. In questo senso l’affermazione più importante la troviamo al v. 48: “Siate perfetti come il Padre vostro celeste”. Non è una perfezione qualsiasi, ma la perfezione della carità e del perdono: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. Ecco una prima ragione per cui si può chiamare “superiore” la giustizia del discepolo: la giustizia del discepolo avvicina alla santità che Dio ci chiede.
Gesù invita a mostrarsi suoi figli, chiede ai discepoli di lasciar trasparire nei loro comportamenti l'indole del Padre celeste: «egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». La distinzione fra malvagi e buoni e la lotta contro gli uomini, portata avanti in nome di Dio, sono bestemmie!
Il credente è tenuto ad amare in modo disinteressato, senza calcoli opportunstici, come faceva il popolo ebreo chiuso in se stesso, il saluto va rivolto a chiunque e non solo agli amici.
I rapporti interpersonali dei discepoli devono essere improntati ad un nuovo stile di vita, in modo da esprimere l'avvento del Regno, inauguaato con la venuta e il ministero di Gesù.
La religiosità che Gesù esige dai suoi discepoli si distingue dal giuridismo faisaico perché consiste esenzialmente nell'imitazione della perfezione di Dio, manifestata dalla sua bontà sconfinata, persino verso i peccatori che lo rifiutano






venerdì 10 febbraio 2017

Non sono venuto ad abolire , ma a dare pieno compimento: Gesù spiega le beatitudini.

Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà”


Sesta domenica del T.O. -Anno A-12 febbraio 2017

Le letture di oggi, diverse tra loro, portano un insegnamento: la Sapienza, che non è dei dominatori di questo mondo.
Siracide, prima lettura, ci ricorda che Dio ci ha creati liberi: "Ho messo davanti a te la vita e la morte. Come tu sceglierai così avverrà”.

L'apostolo Paolo che, come abbiamo visto, aveva esaltato la sapienza umana, ora parla di coscienza, di una sapienza che non è di questo mondo, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.

Infine nel vangelo Gesù parla di una morale della coscienza che sostituisce la morale della legge: “fu detto, ma io vi dico”. La parola “coscienza” nella Scrittura indica il cuore, il centro dell'essere umano, dello spirito umano, della sua capacità di intendere e di volere. “Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà”.(Sir)

Nel Vangelo che ascolteremo si parla di una morale della coscienza, che sostituisce la morale della legge: "fu detto, ma io vi dico". Gesù allude alla morale dei farisei, che Egli condanna perché riguarda un comportamento esterno, una morale esteriore che non sempre corrispondeva a una spontaneità interiore.
La parola "coscienza" nella Scrittura indica il "cuore", il centro dell'essere, il punto di unificazione delle molte facoltà dello spirito umano.l'intendere e volere.
“Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà”.(Sir)
La morale del Vangelo è la morale del cuore. E' ciò che viene dal di dentro che contamina l'uomo, non ciò che viene dal di fuori.
Se osserviamo le leggi senza che nemmeno una scintilla di amore si alzi dal nostro profondo, questo non arriva dal centro del nostro essere, è una morale esteriore. La morale evangelica è rivolta soprattutto al pricipale precetto dell'amore, che riguarda il prossimo e in particolare il prossimo che per qualche motivo ce l'ha con noi. Il vero tempio è l'uomo vivente, il vero culto a Dio è l'amore per il prossimo bisognoso.



Dal libro di Siracide 15,15-20

Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà.
Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano.
Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Siracide, ci ricorda che Dio ci ha creati liberi: "Ho messo davanti a te la vita e la morte. Come tu sceglierai così avverrà."
In questo testo si ribadisce che di fronte al bene o al male."al fuoco o all'acqua, alla vita o alla morte" l'uomo è chiamato a scegliere responsabilmente. Pertanto, egli non dica: "Mi son ribellato, per colpa del Signore...Egli mi ha sviato...; perché non ha bisogno di un peccatore!"
In tutto il brano,c'è sempre una terza presenza: Dio, che non si impone, ma che è interessato all'uomo e alle scelte positive che egli fa.”I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini”.
Siracide indicava ai suoi alunni il cammino della vita, insegnva la Torah, la sapienza di Dio.

Dalla prima lettera ai Corinti: 2, 6-10

Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l'ha conosciuta; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto:
Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano.
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.




Paolo parla di perfetti, di sapienza, di mistero: torna per un attimo al vocabolario filosofico greco che piaceva anche ai Corinzi. Recupera la categoria della sapienza, trattando della vera sapienza quella che si inserisce all'interno dell'agire di Dio.La fede dei Corinzi era nata non grazie alla sapienza, ma era scaturita dalla croce di Cristo, grazie alla potenza dello Spirito Santo, che avevano potuto agire grazie alla povertà di Paolo.

La vera sapienza è stata svelata ai veri perfetti: Perfetti si definivano i membri di un gruppo di credenti che affermavano di possedere una conoscenza superiore agli altri, conoscenza elargita loro da un dono particolare di Dio. L'apostolo va oltre: La vera sapienza è stata svelata ai veri perfetti, cioè a quanti hanno lasciato agire in sé lo Spirito Santo (e tra di loro Paolo mette anche se stesso).
La sapienza è ignorata dai potenti che altrimenti“non avrebbero crocifisso il Signore della gloria”.
La sapienza di Dio, è nel mistero, è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria, scrive ancora l'apostolo Paolo. Essa appartiene a Dio, è contenuta nel suo disegno eterno, elaborato prima della creazione del mondo e che aveva come obiettivo la glorificazione di tutti gli esseri umani, cioè la loro partecipazione alla gloria di Dio.

La sapienza di Dio era nascosta, ma qualcuno l'ha potuta conoscere. Tra chi non l'ha conosciuta vi sono i dominatori di questo mondo, cioè coloro che furono responsabili della morte di Gesù. Non è che sia stato negato loro di conoscere la sapienza. Piuttosto con la loro durezza di cuore non hanno voluto aprirsi alla Sapienza e a riconoscere che Gesù era davvero il Signore della gloria.
Paolo e i veri perfetti si sono messi in ascolto e lo Spirito Santo ha rivelato loro tutto quello che dovevano conoscere della vera sapienza di Dio. Non c'era messaggero migliore dello Spirito Santo, poiché Egli conosce meglio di chiunque altro le profondità di Dio, ciò che di più intimo e nascosto è nel cuore del nostro Creatore

Dal vangelo secondo Matteo 5,17-37


La Legge e il suo compimento
17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Collera e riconciliazione
21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geènna.
23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!

Adulterio e fedeltà
27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
29Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
31Fu pure detto: «Chi ripudia la propria moglie, le dia l'atto del ripudio». 32Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.

Sì, sì; no, no
33Avete anche inteso che fu detto agli antichi: «Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti». 34Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. 36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno.


Essendo opera di Dio, la Toràh non può essere né smentita né contraddetta. «La
Scrittura non può essere annullata» - ha dichiarato Gesù (Gv 10,35) - perché Dio non può
avere ripensamenti o rinnegare quanto ha detto in passato o apportarvi correzioni. Il
cammino da lui tracciato dall'Antico Testamento ha validità perenne.
Nella prima frase del vangelo di oggi Gesù ribadisce questa verità: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.

Se Gesù sente il bisogno di chiarire la sua posizione, significa che qualcuno ha avuto
l'impressione che egli, con il suo comportamento e con le sue parole, stesse demolendo le
convinzioni, le attese e le speranze di Israele, basate sui testi sacri.
Gesù era rispettoso delle leggi e delle istituzioni del suo popolo, ma le interpretava in
modo originale; il suo punto di riferimento non era la lettera del precetto, ma il bene
dell'uomo.
Tuttavia, più che la sua mancata osservanza delle prescrizioni dei rabbini, ciò che creava sconcerto era il suo messaggio, la nuova Toràh che aveva proclamato sul monte, una Toràh che sconvolgeva i principi e i valori su cui era fondata l'istituzione religiosa e civile d’Israele: le beatitudini.
Sono queste beatitudini la nuova proposta, la nuova giustizia che porta a compimento,
conduce alla perfezione quella antica, quella che gli scribi e i farisei, bisogna
riconoscerlo praticavano in modo esemplare.

Nella seconda parte del vangelo (vv. 20-37) vengono presentati quattro esempi del
balzo in avanti, richiesto a tutti coloro che vogliono entrare nel regno dei cieli. Si tratta
di quattro disposizioni che si ritrovano nell'Antico Testamento e che non vengono
smentite, ma spiegate in modo originale: Giustizia, Collera e riconciliazione, Adulterio e fedeltà, Sì, sì; no, no.Gli esempi che porta sono sei, ma il vangelo di oggi ne riprende soltanto quattro, gli altri due ci verranno proposti domenica prossima


A questo punto vi invito a rileggere e riflettere sui quattro punti. Il mio commento vi annoierebbe, sarebbe troppo lungo, ma sono sicuro che capirete perfettamente ciò che vuole dire Gesù ad ognuno. Mi raccomando: invocate sempre, accostandovi alla Parola, di invocare lo Spirito Santo.

"Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio

domenica 5 febbraio 2017

La comunità cristiana d’oggi rischia di nascondere sotto pesanti schermi la luce di Cristo?


Il cristiano insipido a null'altro serve...

QUINTA DOMENICA DEL T.O. - ANNO A – 5 febbraio 2017


Il brano del vangelo di questa domenica presuppone le beatitudini annunciate domenica scorsa.
Dopo averle enunciate Gesù si rivolge ai suoi discepoli: sono loro in prima persona le persone scelte ad essere beati, e non solo. A loro spetta annunciare le beatitudini, calarsi nella realtà degli uomini e dare testimonianza del loro discepolato, fare le veci di Gesù che non sempre rimarrà con loro.

Le tre letture di questa domenica ci portano a dare uno sguardo alla nostra coscienza di discepoli di Gesù, al nostro modo di dialogare con Dio, di pregare, di annunciare e testimoniare il Vangelo, a chiederci se effettivamente siamo in linea con quanto Gesù ci ha detto e lasciato.

La prima lettura ricorda al popolo ebreo, e a noi oggi, ciò che Dio gradisce; la seconda l'apostolo Paolo ai Corinzi dopo aver rimproverato i Corinti di essere divisi tra di loro, li esorta a non cercare la sapienza della parola, l'argomentare, la ricerca filosofica che erano proprie del popolo greco: in Grecia Paolo aveva fallito la sua missione per aver cercato di parlare di Cristo utilizzando parole di sapienza (At 17,16-34).
Nel brano del Vangelo Gesù indica i suoi discepoli come sale della terra e luce del mondo.
La funzione dei discepoli è illustrata dalle metafore casalinghe del sale in quanto condimento e dell’unica lampada che illuminava la casa di una sola stanza del contadino palestinese.
Ricordo che da questo capitolo fino al settimo compreso l'evangelista Matteo ci presenterà le azioni e il pensiero di Gesù da applicare come discepoli beati.



Is 58,7-10
Non consiste forse (il digiuno) nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!».
Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all'affamato, se sazierai l'afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio”.

Al popolo ebraico preoccupato della pratica esteriore ed irreprensibile del culto, indaffarato a ricostruire il tempio distrutto, Dio ricorda che, più dello splendore del culto, gli è gradito l’ospitare i senza tetto, il dividere il pane con l’affamato... «Allora sì la tua luce sorgerà come l’aurora». Non basta pregare e digiunare.
La lettura di oggi va collocata nel contesto di uno di questi momenti di digiuno. Siamo nel V secolo a. C., il tempo del post-esilio. Il popolo è tornato da Babilonia, ma le promesse fatte dai profeti tardano a realizzarsi. Invece della sospirata comunità pacifica si è instaurata una società dominata da arrivisti e profittatori. Ovunque ci sono violenze, angherie, discordie. Per convincere Dio a intervenire e porre rimedio alla situazione, si indice un digiuno nazionale, rigoroso, severo.
Ci si chiede: perché digiunare se il Signore non ascolta ed è come se non ci fossimo sottoposti a mortificazioni e rinunce? (Is 58.3).
La lettura di oggi dà una risposta a questo interrogativo. La colpa del mancato cambiamento - spiega il profeta - non è del Signore, ma del modo errato di praticare il digiuno, ridotto a una sterile autopunizione, a una dolorosa penitenza. Questo digiuno non ottiene alcun risultato perché sottopone, sì, il corpo a privazioni, ma non cambia il cuore.
L’astinenza dal cibo conta poco, se non è per nutrire l’affamato. La preghiera e il digiuno devono essere uniti all’azione, alla condivisione fraterna, placare il cuore dell'afflitto «per far brillare fra le tenebre la luce». Torna questa parola “LUCE” che il discepolo deve far brillare per illuminare chi vive nelle tenebre, nella povertà, chi è oppresso.

1 Cor 2,1-5


Anch'io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Le parole di Paolo hanno bisogno di una introduzione per poterne capire il senso teologico e pastorale. Paolo quando si trovò in Grecia era convinto di dover usare un linguaggio e un metodo come i sapienti greci.Fu un completo fallimento! ( Vi invito a leggere Atti 17,16-32). Da allora egli stesso aveva capito sulla sua pelle che non poteva utilizzare questo metodo. Recatosi a Corinto cambia completamente registro e
contrappone alla sapienza della parola la follia della croce. Anch'io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza”.

Presentatosi nella sua debolezza, con umiltà, povero e malato, l'annuncio del Vangelo brillò in tutta la forza dello Spirito, senza nessuna sapienza che lo offuscasse: Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso”, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”.



Predicare è annunciare Gesù: da parte la sapienza umana, da parte l'orgoglio, da parte la nostra persona, la nostra voce dovrà essere quella dello Spirito, potenza di Dio. AContrariamente saremmo campane stonate che non piacciono a nessuno, sale senza sapore, luce nascosta sotto il moggio (vangelo).


Mt 5,13-16
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Gesù parla ai suoi discepoli direttamente, pronuncia e spiega due frasi: Voi siete il sale della terra, Voi siete la luce del mondo. Nella spiegazione, le due immagini vengono riferite alle “opere buone” dei discepoli. Vivendo secondo l’insegnamento di Gesù, gli uomini manifesteranno la bontà del “loro Padre che è nei cieli”.
Ma avverte che il sale insipido «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini». Si parla di luce nascosta «sotto il moggio». E’ un invito a saggiare la qualità del nostro sale di cristiani d’oggi, e a vedere con quali paralumi abbiamo nascosto la luce del vangelo.
La parabola del sale è raccontata subito dopo le «beatitudini». Il cristiano è sale se accoglie integralmente le proposte del Maestro, senza aggiunte, senza modifiche, senza i «ma», i «se» e i «però» con cui si tenta di ammorbidirle, di renderle meno esigenti, più praticabili.


  La comunità cristiana d’oggi rischia di nascondere sotto pesanti schermi la luce di Cristo?


sabato 28 gennaio 2017

Le Beatitudini rispecchiano la vita del Figlio di Dio

Debolezza e grandezza della comunità abbracciare la sofferenza per essere una cosa sola con Gesù e il Padre.
Quarta domenica del T.O.- Anno A- 29 gennaio 2017
In questa quarta domenica le tre letture ci danno dei suggerimenti di vita, di fronte alla malizia umana un invito alla conversione e all'obbedienza divina, a volgere lo sguardo verso Dio, confidare in Lui in vista del Regno dei cieli. E' un invito alla responsabilità personale e comunitaria, è un invito speciale rivolto ai “poveri della terra”, a quello che è stolto per il mondo”.
Dal libro di Sofonia 2,3,12-13
Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l'umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell'ira del Signore.
Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».
Confiderà nel nome del Signore
il resto d'Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.
Si hanno poche notizie sul profeta Sofonia: si suppone che il profeta fosse nativo di Gerusalemme, per la sua buona conoscenza della città. L'epoca della predicazione di Sofonia coincide con gli inizi del ministero di Geremia, al tempo del re Giosia.
Il libro di Sofonia contiene oracoli di minaccia e di giudizio ma anche promesse di conversione e di salvezza. Il giudizio è presentato come un intervento di Dio nella storia umana, con l'immagine del "giorno del Signore", giorno di giudizio, giorno potremmo dire, del rendiconto di vita.
La profezia di Sofonia vuole soprattutto affermare che Dio certamente interviene nella storia degli uomini: non si può pensare, come fanno alcuni contemporanei del profeta, che Dio sia lontano e indifferente! Destinatari del messaggio di Sofonia furono principalmente i responsabili politici e religiosi del popolo.
A ribadire tale certezza si offre una descrizione del giorno del Signore in cui alcuni termini chiave, come appunto la parola "giorno", sono ripetuti con insistenza. Un tratto originale del libro è l'intreccio che si crea fra il destino dei popoli e quello d'Israele.
Il brano scelto per questa domenica è perfettamente coerente con quello del Vangelo.
Sofonia è il profeta del “giorno del Signore”, il giorno del giudizio divino, che riguarda il castigo per gli empi, la loro scomparsa e la promessa di protezione per coloro che confideranno nel Signore, coloro che Gesù chiamerà “beati”.
Sofonia annuncia un mondo giusto:  
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Dalla prima lettera dell'aapostolo Paolo: Cor 1,26-31
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Abbiamo visto come il profeta Sofonia incita il popolo, la parte povera, umile del popolo, ad un comportamento sano in vista del giorno del Signore.
L'apostolo Paolo dopo il richiamo ai cristiani della chiesa di Corinto affronta il problema delle loro divisioni, a cominciare dalla chiamata ricevuta da ognuno al seguito del Maestro, chiamata per tutti uguale che rende tutti uguali in una missione comunitaria: Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili»
Per loro è sufficiente considerare la propria «chiamata» , cioè guardare a se stessi in quanto oggetto della chiamata divina per cose più grandi, anche se non sapienti, non potenti, nobili. Dio sceglie per confondere i forti “quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio” Dio ha capovolto i criteri di questo mondo e ha realizzato la salvezza dichiarando l’impotenza e il fallimento di tutti i progetti umani basati sull’esercizio del potere, dell'egosimo umano.

Dal vangelo secondo Mt 5,11-12
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Le otto Beatitudini aprono in modo solenne il “Discorso della Montagna”. In esse Gesù definisce chi può essere considerato beato, chi può entrare nel Regno dei cieli. Sono otto categorie di persone, otto porte di ingresso per il Regno, per la Comunità. Non ci sono altre entrate! Chi vuole entrare nel Regno dovrà identificarsi almeno con una di queste otto categorie.
In questa occasione, dall'alto della montagna Gesù può guardare la moltitdine che lo segue.Lo sguardo di Gesù sulle folle, le sue parole che scandiscono delle verità svelano che il vero discepolo è designato non da un'appartenenza esteriore,ma da una realtà intima fatta di mitezza, purezza di cuore, povertà in spirito, misericordia.
L'evangelista Matteo riporta le otto beatitudini all'inizio del capitolo quinto mentre proseguirà dal capitolo 5 al capitolo 7 spiegando le opere e il comportamento dei veri beati.
Riflettendo, leggendo i tre capitoli attentamente, possiamo entrare nello spirito delle beatitudini. Entrare nello spirito delle beatitudini significa entrare nello sguardo di Dio sulla realtà umana e scoprire che, anche in situazioni di afflizione o persecuzione, queste possono essere vissute come beatitudine. 
 
Sicuramente abbiamo notato che ogni beatitudine ha due parti: enunciazione, e motivazione: Nella prima Gesù ci dice chi è beato, nella seconda ci spiega l'enunciato: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

La beatitudine offerta è la gioia intima della comunione con il Signore sperimentata in situazioni concrete in cui anche Gesù si è trovato e, soprattutto, che ha vissuto come occasione di amore e di dedizione. È la gioia del servo che si trova là dove anche il suo Signore è stato. È la gioia di chi partecipa al sentire e al volere di Gesù..
Le beatitudini non sono una nuova ideologia, ma un insegnamento che viene dall’alto e tocca la condizione umana, proprio quella che il Signore, incarnandosi, ha voluto assumere per salvarla.
Il discorso della montagna è diretto a tutto il mondo, nel presente e nel futuro e può essere compreso e vissuto solo nella sequela di Gesù, nel camminare con Lui.
Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del
mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri.Esse rispecchiano la vita del Figlio
di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli
uomini sia donata la salvezza.
Il Vangelo delle Beatitudini si commenta con la storia stessa della Chiesa, la storia della santità cristiana, perché come scrive san Paolo «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono».
Il brano di vangelo termina con questa frase di Gesù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. Ancora un invito a seguire Gesù, come attaccamento totale a Lui, abbracciare la sofferenza per essere una cosa sola con Lui e il Padre.
Giovanni Paolo Secondo a Toronto, nella la GMG 2002).
«Cari amici, la Chiesa oggi guarda a voi con fiducia e attende che diventiate il popolo delle beatitudini. “Beati voi, se sarete come Gesù poveri in spirito, buoni e
misericordiosi; se saprete cercare ciò che è giusto e retto; se sarete puri di cuore, operatori di pace, amanti e servitori dei poveri. Beati voi!”. E’ questo il cammino percorrendo il quale, si può conquistare la gioia, “quella vera!”, e trovare la felicità.
Un cammino da percorrere ora, subito, con tutto l’entusiasmo che è tipico degli anni giovanili: Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio.
Comunicate a tutti la bellezza dell'incontro con Dio che dà senso alla vostra vita. Nella ricerca della giustizia, nella promozione della pace, nell'impegno di fratellanza e di solidarietà non siate secondi a nessuno!”.
Fermiamoci a riflettere :Quali sono i momenti nella nostra vita in cui si siamo sentiti veramente felici?
Era una felicità come quella che fu proclamata da Gesù nelle beatitudini, o era di un altro tipo?

domenica 22 gennaio 2017

Nessuno si può sostituire a Gesù: convertirsi vuol dire accettarlo e donarlo.


Gesù inizia ad annunciare la Buona notizia in Galilea, terra pagana

Terza domenica del T.O Anno A: 22 gennaio 2017
Sono quattro le parti che costituiscono la liturgia della parola in questa terza domenica del Tempo ordinario.
Anzitutto, con una citazione del profeta Isaia viene introdotta l'attività di Gesù in Galilea ;
l'apostolo Paolo preoccupato perché la luce del vangelo che aveva brillato a Corinto era stata oscurata dal peccato;
poi c'è il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli vv. 18-22);
infine, in una frase, è riassunta l'attività di Gesù : Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Possiamo sintetizzare che Isaia annuncia liberazione dalle tenebre dalla schiavitù del popolo ebreo, Paolo esorta i cristiani di Corinto ad uscire da uno stallo di discordie.
Dopo la conclusione della missione del Battista, da Nazaret Gesù si trasferisce a Cafàrnao che diviene il centro della sua attività per quasi tre anni.
Cafarnao era un villaggio di pescatori e agricoltori che si estendeva per circa trecento metri lungo la riva occidentale del lago di Genesaret, detto anche lago di Tiberiade
o mar di Galilea, Qui Gesù invita a seguirlo i primi apostoli.
Dal libro del profeta Isaia 8,23b-9,3
In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano e il territorio dei gentili:
Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete
e come si gioisce quando si spartisce la preda.
Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle,
il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian.
Il profeta ripensa inorridito alle invasioni degli eserciti orientali e alle deportazioni che gli ebrei del nord, probabilmente dopo l'occupazione assira di Tiglat-Pileser IlI del 732 a.C., hanno subito, disperdendosi nella immensa regione della Mesopotamia. Egli però, come profeta del Signore, sa di dover portare la speranza al suo popolo. Perciò è sicuro che l'umiliazione non sarà definitiva: Dio non lascia al male l'ultima parola. La drammatica situazione è presentata da Isaia come un'umiliazione, permessa dal Signore, come un trionfo dell' oscurità sulla luce.
Così il profeta Isaia garantisce al suo popolo:
- Nel luogo più compromesso per la presenza di popolazioni pagane, Dio porterà la sua vittoria e infonderà coraggio e luce.
- la gioia di una presenza e di una luce fedele anche nelle tenebre per il popolo, che cammina senza perdersi d'animo;
- la prospettiva di un mondo dove viene abbattuta ogni violenza perché il povero ritrova la sua dignità;
- l'abbondanza del raccolto che viene goduto da un popolo in festa e non nella chiusura di un egoismo particolare.
Insomma il profeta gioioso annuncia una primavera di vita che ha in Dio la sua origine.
1 Corinzi 1,10-13.17
Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo, «Io invece sono di Apollo, «Io invece di Cefa, «E io di Cristo.
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?
Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
A Corinto la vita della comunità è penosa: ci sono discordie scandalose, sono sorti partiti che si richiamano al nome di un apostolo (qualcuno si gloria di appartenere a Pietro, altri ad Apollo, altri a Paolo...); sui comportamenti morali ci sono dissolutezze di cui si vergognerebbero persino i pagani; nelle celebrazioni eucaristiche ogni gruppo si isola e si disinteressa degli altri; non parliamo poi delle invidie, delle critiche, delle mormorazioni...
Deluso e preoccupato, Paolo forse pensa al fallimento di tutta la sua missione evangelizzatrice, ma poi si riprende e decide di scrivere ai cristiani di Corinto. E così che è nata la lettera che ci viene proposta oggi e nelle domeniche successive.
Il primo argomento che affronta riguarda i dissidi, i contrasti, la nascita di partiti in quella comunità ed è il brano ripreso nella lettura di oggi. «Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (v. 13). Sono parole dure che rivelano la gravità della situazione e le fazioni che dividono la giovane chiesa e rischiano di vanificare l'annuncio del Vangelo di Cristo.
A provocare discordie erano, allora come oggi, gli egoismi, il desiderio di dominare, di prevalere, di imporsi agli altri. Paolo chiarisce: gli apostoli non sono dei padroni, ma dei servi; non sono loro i salvatori, il Salvatore è uno solo, Cristo. Il loro compito è quello di annunciare il Vangelo.
Dal vangelo di Mt 4,12.23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
L'evangelista Matteo non si limita ad annotare il cambiamento di resi­denza di Gesù, accompagna l'informazione con il richiamo a un testo della Scrittura, (prima lettura). Per comprenderne il significato va tenuto presente che la Galilea era abitata da israeliti considerati da tutti come dei semipagani, perché nati dall'incrocio di vari popoli. I giudei di Gerusalemme li disprezzavano perché li ritenevano poco istruiti, ignoranti della legge, corrotti nei costumi e poco osservanti delle disposizioni rabbiniche. Erano guardati con diffidenza anche a causa delle loro tendenze sovversive in campo politico.
In questa regione situata ai margini della terra santa, in questa «Galilea dei pagani» (v. 15), Gesù inizia la sua missione e, con questa sua scelta, indica chi sono i primi destinatari della sua luce, non i giudei puri, ma gli esclusi, i lontani.
Mi ha colpito leggendo e rileggendo questo brano il movimento di Gesù in questo inizio del suo apostolato:
si ritirò nella Galilea, scelta per un popolo odiato e disprezzato
lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, si avvera la profezia di Isalia;
Da allora Gesù cominciò a predicare, non perde tempo;
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, sceglie alcuni pescatori che lo seguiranno subito;
Andando oltre, vide altri due fratelli, si ripete la scena;
Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Sembra che Gesù non si fermi un istante, sente la necessità di annunciare il Regno di Dio, chiamare alla conversione:«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Dirà più avanti che il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo, non pensa a se stesso, ma alla missione affidatagli dal Padre.
Convertitevi, Gesù vuole cambiare radicalmente modo di pensare e di agire, chi è nelle tenebre deve volgersi verso la luce, la Luce che è arrivata sulla terra.Con le stesse parole di Giovanni Battista, dando un senso di continuità, inizia a richiamare l’attenzione del popolo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Convertitevi! Il pentimento è la prima condizione per potere ascoltare e ricevere la Parola nell’umiltà che diventa devozione, riflessione, testimonianza.
Nella seconda parte del brano è raccontata la vocazione dei primi quattro discepoli.
Non è il resoconto della chiamata dei primi apostoli ma è un brano di catechesi che vuole far comprendere cosa comporta per il discepolo dire sì a Cristo che invita a seguirlo.
Chi è chiamato deve rendersi conto che non gli sarà concesso alcun riposo, che non ci sarà alcuna sosta lungo il cammino. Gesù vuole essere seguito giorno e notte e per tutta la vita, non ci sono momenti in cui si è dispensati dagli impegni assunti.
La risposta poi dev'essere pronta e generosa come quella di Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo che “subito, lasciate le reti, la barca e il padre lo seguirono”.
Termino rubando a Mariella parte del suo commento nel 2014 del brano di vangelo:
La persona di Gesù emanava veramente un fascino straordinario, assolutamente unico, capace di far vibrare le corde nascoste del cuore umano.
Incontrando il Suo sguardo, quei primi discepoli, capirono sicuramente di essere infinitamente amati, e sentirono che valeva la pena di lasciare tutto per continuare a incontrare quello sguardo e sentire quella voce.
Ecco Dio entra anche nella nostra personale storia, a noi discepoli di oggi, per rinnovare il suo invito, Egli chiama ancora e anche oggi chiede una risposta generosa e immediata.
Non vuole tentennamenti, non vuole compromessi, non vuole mezze misure. Vuole la nostra disponibilità a lasciarci trasformare dal suo amore, per poter noi stessi trasformare il mondo
La conversione, alla quale siamo invitati, ci introduce in uno stile di vita singolare, in una nuova mentalità dove le cose vengono viste con gli occhi della fede e non con quelli della carne, con lo spirito di chi "appartiene" a "Qualcuno" e che non si vive in maniera isolata.
Il tempo del silenzio, dell'individualismo e del nascondimento è terminato, inizia il tempo dell'amore fraterno, dell'unità.