domenica 10 dicembre 2017

La strada verso Dio


SECONDA DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B- 10 dicembre 2017


dal Vangelo di Marco 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
(dal Vangelo di Marco 1,1-8)

Da dove viene Dio?
Dal cielo? Da una realtà completamente lontana e diversa dalla nostra?
Sembra proprio di sì, anche perché se guardiamo bene bene quello che succede nel mondo degli uomini, compreso il mondo religioso fatto di istituzioni, regole, tradizioni, Dio che è perfezione assoluta e bontà infinita, sembra davvero centrare poco.
Se pensiamo a Dio lo collochiamo lontano e separato da tutto cioè che è umano (la parola “sacro” indica proprio questo, ed è opposta alla parola “profano”) a volte così tanto da pensare che in fondo non esista nemmeno.

Le religioni fin dall’inizio della storia umana si sono fondate su questa convinzione che Dio è “oltre” e “altro” rispetto la dimensione umana. I Templi, luoghi sacri, con i loro riti erano il segno di questa separazione tra le divinità e gli esseri umani, e che solo qualche volta veniva superata.

L’evangelista Marco inizia il suo racconto con questa affermazione che è la sintesi di tutto il suo Vangelo ed è anche la sintesi della rivelazione cristiana su Dio: “inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”.

La parola Vangelo indica “buona notizia”, dove la notizia è proprio che per arrivare a Dio si parte da Gesù e non da Dio. La buona notizia (che è anche al cuore del Natale al quale ci prepariamo) è che Dio parte nel farsi conoscere non da qualcosa che è oltre e irraggiungibile per la mente e l’esperienza umana, ma parte da un uomo, Gesù di Nazareth. Questo uomo nel corso della sua storia si rivelerà prima come Cristo e infine come Figlio di Dio, cioè Dio stesso che si relazione con l’uomo.
Il percorso verso Dio quindi parte dal basso, proprio dalla nostra dimensione umana, dentro la quale è vissuto Gesù.

Giovanni Battista è il primo a entrare in campo nel racconto dell’Evangelista Marco. E’ un profeta, cioè uno che senza paura indica la strada di Dio agli uomini. Il suo invito è quello di cambiare mentalità e modo di agire. Confessare i proprio peccati non è altro che riconoscere che siamo esseri umani e non divinità. Il peccato ci ricorda che siamo fatti di carne e siamo limitati. Ma proprio a partire da questo possiamo riconoscere che dentro la vita umana ci sono segni di speranza che rimandano a qualcosa di più grande, ad un amore che non è del tutto cancellato dalla storia umana. Marco ci dice che tutti gli abitanti di Gerusalemme escono dalla città santa che aveva il grande Tempio e tutti i segni e i riti della religione, per andare nel deserto e iniziare una nuova strada di verso Dio. Giovanni indica la strada senza pretendere di essere lui il fine di questa strada, che è invece l’uomo Gesù.

Questa settimana in parrocchia abbiamo incontrato Paolo che da più di 20 anni si occupa di persone carcerate. Insieme ad un gruppo di volontari entra nel carcere di Verona creando percorsi con gruppi di spiritualità per i carcerati che lo desiderano. Le nostre carceri, anche se siamo nel 2017, sono ancora luoghi dove l’umanità rischia di essere totalmente assente, perché pensate solo come luogo di punizione e non sempre di riabilitazione. 

Ecco allora l’impegno di Paolo e degli altri di entrare e cercare di “riattivare” il bene che c’è in ogni uomo, anche in colui che ha sbagliato. La strada verso il cielo passa anche da una cella, dove il cielo dentro e sopra il carcerato è spesso molto piccolo. Mi ha colpito la testimonianza di Paolo che mette la motivazione in quello che fa in un amore totale per la persona umana, qualsiasi storia abbia, anche fatta di errori e crimini.

La buona notizia è dunque proprio questa del Vangelo di Gesù: la strada verso Dio parte dall’uomo, ogni uomo. Anche da me.
Giovanni don

sabato 25 novembre 2017

SOLENNITA' DI CRISTO RE - 26 NOVEMBRE 2017


Quel Signore che vediamo incatenato è il nostro Re! Ci sembrerebbe impossibile, ma il suo Regno non è di questo mondo...noi lo sappiamo, ma forse spesso ci dimentichiamo di Lui e, come Pilato inoscientemente diciamo “ Dunque tu sei re?”

Propongo questo commento di don Cristiano Mauri in modo che possiamo aprire la mente e il cuore come mai fatto al mistero di questa solennità. Scopriremo un Re che sta sempre dalla parte dei suoi sudditi: “Se i re del mondo mettono i sudditi tra sé e il nemico, Lui mette sé tra i suoi e i loro avversari”.

BUONA LETTURA !

Solennità di Cristo Re di don Cristiano Mauri


Non giriamoci attorno.
Questo Vangelo non ammette ricami e occorre andare subito al centro.
Al cuore del brano stanno un segno e una affermazione.


Pilato disse al Signore Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». (Gv 18, 33c-37)


Il segno sono servi che non combattono e un “re” che si consegna.

I re del mondo fanno degli altri ciò che vogliono, dispongono come meglio credono, esercitano liberamente il loro potere. Quando nel mondo un re si consegna smette di essere re.
La regalità di Cristo, invece, sembra che stia tutta nel consegnarsi. Che gli altri facciano di Lui ciò che vogliono, che siano liberi di accoglierlo o rigettarlo, che possano risparmiarlo o al contrario ucciderlo.
Per i re, nel mondo, ci si sacrifica, per la loro salvezza si è pronti a morire, per l’onore del loro nome non si esita a versare il sangue, proprio e altrui. Sono i sudditi a combattere per i re e questi non si fanno scrupolo di comandare che vadano incontro alla morte per loro. «Dio salvi il re», si grida nel mondo.

La regalità di Cristo, quando si afferma, non permette invece che alcuno muoia.

«Rimetti la spada nel fodero» dice a Pietro nell’Orto. «Se cercate me lasciate che questi se ne vadano» dice a chi era venuto ad arrestarlo.
Se i re del mondo mettono i sudditi tra sé e il nemico, Lui mette sé tra i suoi e i loro avversari. Non ha altra arma che il consegnarsi. Mettersi nelle mani dell’altro è la sua “prova di forza”.
Lui si sacrifica per la vita dei suoi sudditi e per quella dei Suoi nemici. pretende che il Suo sia l’unico sangue versato. Non combatte per sé e nemmeno vuole che alcuno lo faccia per Lui. Piuttosto è Lui a combattere perché i suoi siano salvi e anche i nemici escano incolumi. «Dio salvi tutti» si grida nel Suo regno.


L’affermazione traduce il segno: «Sono nato e venuto per testimoniare la verità».

Lui non regna. Testimonia. Non c’è alcuna guerra da fare, ma occhi da illuminare, orecchie da aprire, cuori da sciogliere. Ma il combattimento acceca di rabbia, assorda di violenza, raggela di dolore.
Ciò che devono vedere è la qualità di un amore.
Ci vuole la carne perché si veda l’amore. Ci vuole la carne di un Figlio perché si veda il volto del Padre che l’ha generato. «Chi vede me vede il Padre».
Non è più il tempo della menzogna, il principe del mondo – quello che regna nel mondo – è stato gettato fuori.

È tempo di far verità, è tempo che gli uomini sappiano l’amore del Padre e si riconoscano fratelli.

È l’ora che si abbandonino le logiche della forza, della prevaricazione e dello sfruttamento e inizi il tempo del servizio reciproco, del mutuo aiuto, della liberazione dalle schiavitù.
È tempo che si comprenda che Dio è il Padre della Vita, che non vuole che alcuno muoia, ma intende dare la vita e darla in abbondanza perché nessuno – nessuno, amico o nemico – vada perduto.
Perciò Lui si consegna. È nella Sua carne consegnata che testimonia la verità del Padre che dà la Vita: Lui il Figlio – che è la Vita – si mette nelle mani di chi segue le logiche della morte perché abbia la Vita.
Perciò i suoi non combattono: chi è dalla verità, chi vede il volto del Padre, chi nasce dall’amore di Dio, serve la Vita, mai la morte.


Lo stile di Gesù non lascia spazio al fraintendimento. È nella carne che si testimonia l’amore del Padre.

Una carne che ha i tratti di Colui che dà la Vita. Una carne che è disposta a farsi Vita per l’altro. Il vero martire – il “testimone” – non è tanto chi muore per difendere la fede. Ma chi ama la vita altrui e la difende, in nome del Padre della Vita, fino a consegnare la propria.
I cristiani in questo tempo di conflittualità a tutto campo – sociale, generazionale, politica, etnica, familiare, religiosa… – non hanno che un posto dove stare: in mezzo.
Non però a dettare regole con quello stile di giudizio che non fa che inasprire i conflitti; tantomeno ad avvalorare l’idea che l’unica via di salvezza è la morte del nemico; piuttosto a difendere la Vita di tutti – la qualità, la libertà, la pienezza… – costasse pure la loro.
Così si è nel mondo senza essere del mondo.
E quelli poi che non smettono di accendere scontri o addirittura incitano a imbracciare le armi per «difendere le nostre tradizioni cattoliche»? Nel Vangelo: non pervenuti.


domenica 19 novembre 2017

L'uomo politico e il Samaritano


Un giorno, Signore,
non credo che ci rimprovererai di essere stati troppo zelanti per l'uomo.
Noi sappiamo quale sarà il tuo rimprovero: Tu ci rimprovererai per essere stati troppo poco zelanti per l'uomo!




Poche volte in questi anni ho scritto qualcosa per i politici o che riguadasse loro.Confesso che seguo la politica come cittadino e come mio dovere. Non mi piacciono i politici ma non è detto che ne faccia di ogni erba un fascio: pochi sono quelli veri, amanti del popolo non attirati dal potere. Penso che tutti noi o quasi tutti, siamo stanchi dei nostri amici politicanti.
Pensando a loro in attesa del Natale in questo prossimo periodo di avvento ho ritenuto poporvi, carissimi amici, questo brano di don Tonino Bello, un commento della parabola del Samaritano dedicata proprio ai politici e anche a noi nel nostro piccolo mondo. Spero che almeno a qualcuno arrivi questa voce: aiutatemi a diffonderla!



L’icona del samaritano e l'uomo politico di don Tonino Bello



L’icona evangelica più limpida dell’uomo politico che snoda la sua vita tra i due riferimenti essenziali del cielo e della terra, è quella del buon Samaritano.
Egli scende da Gerusalemme, la città della contemplazione, del Tempio, del rapporto con l’Assoluto, e va verso Gerico città della prassi, della concretezza periferica, della cronaca: nera, per di più.
S’imbatte nel malcapitato viandante che i malfattori, dopo avere spogliato e percosso, hanno lasciato “mezzo morto’ sul ciglio della strada. E, a differenza del sacerdote e del levita che “passano oltre”, il Samaritano si ferma ,
“N’ebbe compassione” dice il vangelo di Luca.

Ecco l‘immagine dell’uomo politico “capace di misericordia”, che non disdegna di sporcarsi le mani, che non passa oltre per paura di contaminarsi, che non si prende i fatti suoi, che s’impiccia dei problemi altrui, che non si rifugia nei propri affari privati, che non tira dritto per raggiungere il focolare domestico o l’amore rassicurante della sposa o la mistica solennità della sinagoga.
N’ebbe compassione.

E subito San Luca aggiunge un verbo splendido: “Gli si fece vicino”.

Ecco il ruolo essenziale dell’uomo che esprime l’impegno politico-sociale sulla Gerusalemme etico della vita. Farsi vicino. Accostarsi al popolo. Condividere l’esperienza dolorosa della gente.
Un politico che disdegni la “prossimità” e si chiuda nell’alterigia aristocratica della sua funzione, non è degno di questo nome. Un uomo impegnato nel sociale, che si trinceri nei palazzi del potere o che si nasconda dietro le scrivanie delle procedure burocratìche, maschera semplicemente il suo egoismo e camuffa o la propria incapacità o l’assenza di misericordia o inconfessati istinti di dominio.


Il politico vero, come il buon Samaritano, ha misericordia del popolo e gli si fa vicino per restituirgli la “mezza vita’ che gli hanno tolta e non per aggiungergli la ‘mezza morte” che gli manca e stenderlo definitivamente.


Nell’azione politica del buon Samaritano possiamo distinguere tre interventi. L’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo, e quello dell’ora prima. I primi due sono stati messi in atto. Il terzo intervento, no.


Il samaritano dell’ora giusta

Mi spiego. L’intervento dell’ora giusta è quello praticato dal Samaritano che, fattosi vicino al poveruomo, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. E’ il gesto del pronto soccorso, dell’assistenza immediata, delle cure ambulatoriali.
E’ una dimensione che il politico non può trascurare, magari sotto il pretesto che a lui non spetta fare assistenzialismo e che gli compete, invece, interessarsi solo dei massimi sistemi.


Quante volte, con questa scusa di comodo, si lasciano incancrenire i problemi, si rimanda la disinfezione delle ferite procurate dagli apparati strutturali, si tollera la degenerazione di tutti gli ictus inferti dal sistema, si rimandano i provvedimenti relativi ai diritti primari di ogni essere umano (quali la casa, la salute, il sostentamento, l’istruzione), e si permette che i miserabili dormano alla stazione, i poveri marciscano in catapecchie malsane, gli anziani vivano come rottami nello squallore dei cronicari, e caterve di ragazzi evasori della scuola dell’obbligo ingrossino la turba delinquenziale che minaccia come una nube tossica le nostre città.




Il samaritano dell’ora dopo
L’intervento dell’ora dopo è quello descritto da San Luca con una serie di verbi molto eloquenti: il Samaritano caricò il malcapitato sul suo giumento, lo portò a una locanda, si prese cura di lui; il giorno seguente (quindi passò la notte col ferito) diede due denari all’albergatore e lo pregò di farsi carico della situazione assicurandogli che tutte le spese gli sarebbero state rifuse al suo ritorno.

Non manca nulla a quello che potremmo chiamare “progetto globale di risanamento”.
Dall’impostazione della pratica alla verifica.
Dall’analisi iniziale al collaudo definitivo.


E’ su questo versante che si esprime la cosiddetta “volontà politica” del Samaritano, che non si contenta dell’aiuto improvvisato su due piedi e forse anche un po’ populista o, per lo meno, scenografico, ma va alla ricerca delle cure cliniche del caso, e toglie definitivamente quell’uomo dalla strada. Rimettendoci, per giunta: in tempo e in denari.


Questa è la vera carità politica, che analizza in profondità (scientificamente, diremmo oggi) le situazioni di malessere, apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato, non fa delle sofferenze della gente l’occasione per gestire i bisogni a scopo strumentale di lucro o di potere, e paga di persona il prezzo salato di una solidarietà che diventa passione per l’uomo.


Che duri colpi vengono dalla “misericordia” del Samaritano sulla nostra mentalità clientelare, sulle architetture losche dei nostri tornaconti, sui vassallaggi dei nostri sistemi correntizi, sulle spartizioni oscene del denaro pubblico, sul fariseismo delle nostre intenzioni protese a fini reconditi di dominio!


Il samaritano dell’ora prima

C’è infine l’intervento dell’ora prima, non registrato dal Vangelo, ma che è lecito ipotizzare in questi termini:
se il Samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata.
Io penso che la “misericordia”, cioé la “compassione del cuore”, nel politico deve diventare anche “compassione del cervello”.
E allora è necessario che egli ami prevedendo i bisogni futuri, pronosticando le urgenze di domani, intuendo i venti in arrivo, giocando d’anticipo sulle emergenze collettive, utilizzando il tempo, che ordinariamente spreca nel riparare i danni, a trovare il sistema per prevenirli.


Di qui, la necessità inderogabile che l’impegno politico-sociale sia affidato a gente che non si estenua nel sottobosco degli intrallazzi, nel recinto delle manovre occulte, nel chiuso delle trame nere, nella malignità dei sorpassi clandestini, nelle esercitazioni delle stroncature demolitrici ai danni del prossimo. Di qui, l’assoluto bisogno che chi si assume l’impegno politico guardi lontano, al di là degli steccati stereotipatii, per. additare in termini planetari i focolai da cui partono le ingiustizie, le guerre, le oppressioni, le violazioni dei diritti umani.
Di qui, la capacità di discernimento e di conversione che deve caratterizzare l’uomo impegnato in politica.


Discernimento dei segni dei tempi; intuizione delle grandi utopie che irrompono nell’oggi e diventano già carne e sangue; percezione della pace e frutto della giustizia.
Conversione, che deve farvi ribaltare copernicanamente la visione egoista che avete del vostro mestiere. Fino a farvi diventare mistici, o artisti, o bambini, per dirla con Gioacchino da Fiore il quale affermava che il futuro sarà guidato da queste categorie di persone.


La speranza è in agguato

Coraggio, miei cari amici. Il Natale vi dia la percezione del compito straordinario che siete chiamati ad assolvere, quale che sia la vostra estrazione ideologica e culturale.“La politica, diceva La Pira, è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio. Perchè è la guida dei popoli, una responsabilità immensa, un severissimo servizio”.Non scoraggiatevi. Anche se è buio intorno.

Non tiratevi indietro, anche se avete la percezione di camminare nelle tenebre.
Rostand cantava:
“C’est la nuit qu’il est beau d’anendre la lumière; il faut forcer laurore ° naitre en y croyant”.

E di notte che è meraviglioso attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci.
Amici, forzate l’aurora.

E’ l’unica violenza che vi è consentita.
don Tonino Bello

sabato 11 novembre 2017

Ricominciare da Dio passa dal riappropriarsi del Suo stile.

Ascoltiamo Dio che passa

Non lasciamo passare invano il periodo di avvento: aspettiamolo nell'ascolto della Parola che attende sempre una risposta da ognuno di noi, nel silenzio della preghiera.
I due temi trattati in precedenza VOGLIAMO RIPRENDERE I NOSTRI INCONTRI e ENTRIAMO NELLA LOGICA DELLA SEQUELA DI GESU' CRISTO hanno avuto lo scopo di rinfrescare la nostra disponibilità alla voce dello Spirito Santo e accettare la sequela di Gesù guardando ai poveri, ai poveri che soffrono pazientemente: parliamo dei poveri che sono vicini alla miseria materiale e ai poveri che sonnecchiano al richiamo di Dio.
Questa domenica propongo alcuni pensieri di don Mauri Cristiano, rettore presso Collegio arcivescovile Alessandro Volta, Como.
Leggiamo attentamente questi suoi pensieri, facciamoli nostri fino a sentire la presenza di Dio accanto a noi: un Dio che passa e che ascolta.



Un Dio che passa, che ascolta
È un Dio che passa.
Che ascolta il grido dell’uomo. Che fa della persona una priorità assoluta. Che è ricco di pietà.
Che include chi è ai margini. Che pazienta con chi è duro di cuore. Che non si spaventa delle lentezze degli uomini.
Che trasforma in risorsa ciò che pare ostacolo. Che non considera nulla e nessuno come oggetto di scarto. Che riempie il vuoto di chi ha chiede il vero cibo.
È un Dio che cerca la relazione. È un Dio in cammino.

«Sì o no?»


Il Vangelo annuncia il Dio che brucia dal desiderio di unirsi a noi e che non attende altro che il via libera della nostra volontà perché la comunione con Lui sia piena, così come la nostra gioia.
È il linguaggio della comunione, non della trattativa commerciale. Della passione, non della giurisprudenza. Della libertà, non della coercizione.
Si sceglie un’appartenenza. Si decide «chi sei».
Proprio per questo, il sì è sì, e il no e no. Il nostro, come il Suo.
In mezzo non sta la virtù, sta la mediocrità.

«Intelligenza e purezza»


Risuonano con sempre più frequenza linguaggi da battaglia anche sulle bocche di tanti credenti. Toni aggressivi, linguaggi violenti, espressioni di irrisione, parole di discriminazione, atteggiamenti di superiorità, discorsi minacciosi.
Va ribadito sempre e senza possibilità di mediazione che tutto ciò non trova posto in alcun modo nel Vangelo.

Ricominciare da Dio passa dal riappropriarsi del Suo stile.

Dio parla sempre

abbastanza forte per

un'anima che vuole

ascoltarlo

sabato 4 novembre 2017

“ entriamo nella logica della sequela di Gesù Cristo”.


Una chiesa che si fa ultima...

( appunti dal libro “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” di don Tonino Bello)




Che significa farsi ultima? Significa “ entrare nella logica della sequela di Gesù Cristo”. Mettersi in fila dietro di Lui e lasciarsi devastare dalla gioia di offrire un servizio alle retrovie.
Rallentare il passo per farlo accelerare da altri.
Accelerare la marcia per destare i sonnolenti. Incoraggiare chi si è fermato. Sollevare chi è caduto.
... Farsi ultimo significa stare in retrovia per mantenere i contatto con Lui, fare la spola per legare col resto della truppa, andare su e giù per non creare nello schieramento soluzioni di continuità...allora vuol dire che farsi ultimi significa lasciarsi prendere da un incontenibile bisogno di comunione...non per “smania” di evidenza...
...Parliamo chiaro: questa comunione non è molto forte nelle nostre Chiese. Siamo troppo divisi nelle scelte, nei progetti, nei metodi, forse anche nei traguardi.

All'interno del presbiterio non sempre corre buon sangue tra tutti. Tra presbiteri, religiosi e vescovo, mille riserve mortificano quella sinfonia di cui Parlava Ignazio di Antioquia.

Tra associazioni e parrocchie e gruppi di comunità e laici e preti serepeggiano reticenze, dissapori, rivalità..., le mormorazioni del popolo ebreo nel deserto.

Così, non facciamoci illusioni, l'annuncio del Regno ristagna. E a pagarne le conseguenze sono gli ultimi, disorientati da una Chiesa solo velleitaria, che, con metodologie contraddittorie e spesso all'insegna dell'elisione reciproca pretende di riportarli tra i primi!”.

E ancora:

La Madonna, povera di Javhé, che ha cantato il riscatto degli umili, dia alle nostre Chiese la nforza di confidae negli ultimi.

E ciascuno di noi, pur nella fatica del viaggio e nelle delusioni della vita, possa sentirsi confortato dalle parole di Sant'Agostino:

Aiuta il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a Colui con il quale desideri rimanere”.






Io che scrivo, tu che hai letto queste parole di don Tonino chiediamoci una volta per tutte: sono veramente un cristiano vero, vero discepolo di Gesù? In che cosa sono impegnato nella Chiesa voluta da Gesù? Ovvero sono soltanto un cristiano della domenica perché vado a Messa? Cosa mi manca? Cosa posso fare?

La via della condivisione





(Ernesto Olivero)
I poveri continueremo ad averli sempre con noi, ma se ogni persona trovasse nella solidarietà un senso al proprio vivere, la loro povertà sarebbe diversa; diventerebbe scuola di vita e nella condivisione troveremmo la via per abbattere le miserie che abbrutiscono l'uomo.



sabato 14 ottobre 2017

Non è vero che si nasce poveri

 

Educazione alla povertà


Non è vero che si nasce poveri.
Si può nascere poeti, ma non poveri.
Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti.
dopo una trafila di studi, cioè dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi.
Questa della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile, che il Signore Gesù si è voluto riservare direttamente l'insegnamento di questa disciplina.


Nella seconda lettera che San Paolo scrisse ai cittadini di Corinto, al capitolo ottavo, c è un passaggio fortissimo: "Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi".
E' un testo splendido. Ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a pieni voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare, che se l'è portato con sé in tutte le trasferte come il documento più significativo della sua identità: "Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli il nido; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo".
Se l'è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la più inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona, se è vera quella intuizione di Dante che, parlando della povertà del Maestro, afferma: "Ella con Cristo salse sulla croce".


Non c'è che dire: il Signore Gesù ha fatto una brillante carriera.
E ce l'ha voluta insegnare.
Perché la povertà si insegna e si apprende. Alla povertà ci si educa e ci si allena. E, a meno che uno non sia un talento naturale, l'apprendimento di essa esige regole precise, tempi molto lunghi, e, comunque, tappe ben delineate.
Proviamo a delinearne sommariamente tre.

Povertà come annuncio
A chi vuole imparare la povertà, la prima cosa da insegnare è che la ricchezza è cosa buona.
I beni della terra non sono maledetti. Tutt'altro. Neppure i soldi sono maledetti.
Continuare a chiamarli sterco del diavolo significa perpetuare equivoci manichei che non giovano molto all'ascetica, visto che anche i santi, di questo sterco, non hanno disdegnato di insozzarsi le tasche.
I beni della terra non giacciono sotto il segno della condanna. Per ciascuno di essi, come per tutte le cose splendide che nei giorni della creazione uscivano dalle mani di Dio, si può mettere l'epigrafe: "ed ecco, era cosa molto buona".


Se la ricchezza della terra è buona, però, c'è una cosa ancora più buona: la ricchezza del Regno, di cui la prima è solo un pallidissimo segno. Ecco il punto. Ci vorrà fatica a farlo capire agli apprendisti. Ma è il nodo di tutto il problema. Farsi povero non deve significare disprezzo della ricchezza, ma dichiarazione solenne, fatta con i gesti del paradosso e perciò con la rinuncia, che il Signore è la ricchezza suprema.


Un po' come rinunciare a sposarsi in vista del Regno non significa disprezzare il matrimonio, ma annunciare che c'è un amore più grande di quello che germoglia tra due creature. Anzi, dichiarare che questo piccolo amore è stato scelto da Dio come segno di quell'altro più grande. Sicché, chi non si sposa sembra dire ai coniugi: "Splendida la vostra esperienza. Ma non è tutto. Essa è solo un segno. Perché c'è un'esperienza di amore ancora più forte, di cui voi attualmente state vivendo solo un lontanissimo frammento, e che un giorno saremo tutti chiamati a vivere in pienezza.
Analogamente, farsi povero significa accendere una freccia stradale per indicare ai viandanti distratti la dimensione "simbolica" della ricchezza, e far prendere coscienza a tutti della realtà significata che sta oltre. Significa, in ultima analisi, divenire parabola vivente della "ulteriorità".
In questo senso, la povertà, prima che rinuncia, è un annuncio. E' annuncio del Regno che verrà.

Povertà come rinuncia
E' la dimensione che, a prima vista, sembra accomunare la povertà cristiana a quella praticata da alcuni filosofi o da molte correnti religiose. Rinunciare alla ricchezza per essere più liberi.
in realtà, però, c'è una sostanziale differenza tra la rinuncia cristiana e quella che, per intenderci, possiamo chiamare rinuncia filosofica.
Questa interpreta i beni della terra come zavorra. Come palla al piede che frena la speditezza del passo. Come catena che, obbligandoti agli schemi della sorveglianza e alle cure ansiose della custodia, ti impedisce di volare. E' la povertà di Diogene, celebrata in una serie infinita di aneddoti, intrisa di sarcasmi e di autocompiacimenti, di disprezzo e di saccenteria, di disgusti raffinati e di arie magisteriali. La botte è meglio di un palazzo, e il regalo più grande che il re possa fare è quello che si tolga davanti perché non impedisca la luce del sole.


La rinuncia cristiana ai beni della terra, invece, pur essendo fatta in vista della libertà, non solleva la stessa libertà a valore assoluto e a idolo supremo dinanzi a cui cadere in ginocchio.
Il cristiano rinuncia ai beni per essere più libero di servire. Non per essere più libero di sghignazzare: che è la forma più allucinante di potere.
Ecco allora che si introduce nel discorso l'importantissima categoria del servizio, che deve essere tenuta presente da chi vuole educarsi alla povertà. Spogliarsi per lavare i piedi, come fece Gesù che, prima di quel sacramentale pediluvio fatto con le sue mani agli apostoli, "depose le vesti".

Chi vuol servire deve rinunciare al guardaroba. Chi desidera stare con gli ultimi, per sollecitarli a camminare alla sequela di Cristo, deve necessariamente alleggerirsi dei "tir" delle sue stupide suppellettili.
Chi vuoI fare entrare Cristo nella sua casa, deve abbandonare l'albero, come Zaccheo, e compiere quelle conversioni "verticali" che si concludono inesorabilmente con la spoliazione a favore dei poveri.
E' la gioia, quindi, che connota la rinuncia cri-stiana: non il riso.
La testimonianza, non l'ostentazione.
Come avvenne per Francesco, innamorato pazzo di madonna Povertà. Come avvenne per i suoi seguaci, che sì spogliarono non per disprezzo, ma per seguire meglio il maestro e la sua sposa: "O ignota ricchezza, o ben verace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro, dietro allo sposo; sì la sposa piace!"

Povertà come denuncia
Di fronte alle ingiustizie del mondo alla iniqua distribuzione delle ricchezze, alla diabolica intronizzazione del profitto sul gradino più alto della scala dei valori, il cristiano non può tacere.
Come non può tacere dinanzi ai moduli dello spreco, del consumismo, dell'accaparramento ingordo, della dilapidazione delle risorse ambientali.
Come non può tacere di fronte a certe egemonie economiche che schiavizzano i popoli, che riducono al lastrico intere nazioni, che provocano la morte per fame di cinquanta milioni di persone all'anno, mentre per la corsa alle armi, con incredibile oscenità, si impiegano capitali da capogiro.
Ebbene, quale voce di protesta il cristiano può levare per denunciare queste piovre che il Papa, nella "Sollicitudo rei socialis", ha avuto il coraggio di chiamare strutture di peccato? Quella della povertà!
Anzitutto, la povertà intesa come condivisione della propria ricchezza.
E' un'educazione che bisogna compiere, tornando anche ai paradossi degli antichi Padri della Chiesa: "Se hai due tuniche nell'armadio, una appartiene ai poveri". Non ci si può permettere i paradigmi dell'opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti di accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze.
La condivisione dei propri beni assumerà, così, il tono della solidarietà corta.
Ma c'è anche una solidarietà lunga che bisogna esprimere.
Ed ecco la povertà intesa come condivisione della sofferenza altrui. E' la vera profezia, che si fa protesta, stimolo, proposta, progetto. Mai strumento per la crescita del proprio prestigio, o turpe occasione per scalate rampanti.
Povertà che si fa martirio: tanto più credibile, quanto più si è disposti a pagare di persona.
Come ha fatto Gesù Cristo, che non ha stipendiato dei salvatori, ma si è fatto lui stesso salvezza e, per farci ricchi, sì è fatto povero fino al lastrico dell'annientamento.
L'educazione alla povertà è un mestiere difficile: per chi lo insegna e per chi lo impara.
Forse è proprio per questo che il Maestro ha vo-luto riservare ai poveri, ai veri poveri, la prima beatitudine.

lunedì 18 settembre 2017

sabato 27 maggio 2017

Osiamo dire "Padre" anche se...

Osiamo dire "Padre"

(Alssandro Pronzato)


Osiamo dire "Padre", anche se... ci deludi, se le cose vanno male e tu non intervieni. Anche se il male ci colpisce a tradimento e tu non fai nulla per impedirlo. Ci ostiniamo a invocarti come "Padre" anche se gridiamo e tu non rispondi, ci perdiamo e tu non ci lanci un segnale, anche se abbiamo bisogno di un abbraccio e tu ti neghi.

Continuiamo a chiamarti "Padre" anche se molti di noi sperimentano la tua assenza, anche se le nostre domande rimangono senza risposta. Abbiamo esaurito tutte le parole per dire la nostra fame, la sete, la disperazione, la paura, la solitudine. Ci resta quell'unica parola da spendere: "Padre" e tuttavia ci sembra che quella parola non funzioni più, sia come una moneta fuori corso, una chiave fuori uso.
O forse, non basta dire "Padre", ma bisogna dirlo nel modo appropriato. Probabilmente non abbiamo esaurito tutte le parole. Ne conservi amo altre nel nostro vocabolario di figli diventati troppo sapienti. E tu aspetti che ce ne liberiamo. Che disimpariamo a parlare da adulti, e ritroviamo il balbettio del bambino che a stento riesce a farfugliare un'unica parola.
Tu aspetti pazientemente che tiriamo fuori dal cuore quell'unica parola-balbettamento per dire la nostra fede: "Abbà..."

Allora sapremo semplicemente che ci sei. Che quella parola unica ha avuto il potere, non di attirare la tua attenzione, ma di ferirti. La scoperta fondamentale non è quella della potenza del padre, ma della sua debolezza, della sua vulnerabilità. Tutto certo resterà come prima. Problemi, fastidi, interrogativi, incidenti, incomprensioni, delusioni, macigni che non si spostano...ma se ne sarà andata la paura.


Sì. Tu sei un Padre che non si stanca di aspettare che i figli crescano fino a diventare piccoli. Si decidano a imparare tutto ciò che bisogna imparare fino ad arrivare a sapere una parola sola.

domenica 9 aprile 2017

Osannam Osanna al Figlio di Davide, cantava la folla...

Gesù entra a Gerusalemme acclamato dalla folla tra canti di gioia



Domenica delle Palme Anno A – 9 aprile 2017



Con questa domenica inizia la settimana santa, settimana che chiude il tempo di quaresima e ci chiama alla riflessione e adorazione della passione e morte di Gesù. Contemporaneamente ci prepara a gioire per la Risurrezione di Gesù.
Non ci sarà un commento alla lettura del Vangelo di Matteo ma delle riflessioni che riporto da un commento con amici in una serata di quaresima del 2014.

Le letture: 
 
Il profeta Isaia parla del comportamento del servo, di un servo che umilmente in silenzio obbedisce, lavora, accetta la persecuzione. In realtà Isaia anticipa le sofferenze di Gesù, servo di Jahvè, inviato dal Padre per la salvezza dell'uomo, sua creatura speciale.
Egli viene destato ogni mattino da una parola divina che lo raggiunge e gli apre l'orecchio, cioè lo pone ogni giorno nella situazione di colui che liberamente si fa servo di un altro e si fa forare l'orecchio quale segno di tale appartenenza. Da questo incontro con la Parola del Signore, scaturisce la sua forza per affrontare le posizioni agguerrite. L'esperienza di persecuzione non vede il servo lamentarsi con il Signore, come fanno a volte i profeti, ma piuttosto riaffermare la fedeltà nonostante tutto e tutti.
E' una persecuzione che il Servo affronta proprio perché è certo della propria innocenza e assieme dell'assistenza divina, che non gli lascerà mancare l'aiuto, anzi lo sosterrà nella prova più estrema: "Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato..." Quando subisce gli sputi in faccia, la barba strappata, non reagisce: qui si evidenzia la vicinanza di Dio al servo maltrattato e percosso che crede che Dio non lo deluderà, che custodisce la parola divina.


Is 50,4-7 
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. 5Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.6Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
7Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”.


Fil 2,6-11
L'apostolo Paolo in questo inno
sembra rispondere alla necessità di spiegare come vedere nell'uomo Gesù crocifisso il Salvatore e il Signore, così come lo riconosce la fede cristiana. Più che un modello Gesù Cristo in questo testo impersona la logica che presiede il progetto salvifico di Dio e che deve reggere anche l'agire della comunità credente. (G. Barbaglio).
In un certo senso Paolo spiega la profezia di Isaia, profezia del Servo obbediente.
L'inno dunque ci presenta Gesù come l'uomo che non ha tradito il progetto originario di Dio e con la sua obbedienza si è fatto solidale con tutta l'umanità; per questo il Padre lo ha esaltato al di là della morte e lo ha costituito Signore del mondo, realizzando il suo piano di salvezza per tutti noi. Paolo ricorda così ai cristiani di Filippi e a noi che siamo inseriti vitalmente nella vicenda di Gesù e dunque nella logica del progetto del Padre, che diventa così anche indicazione per il nostro
agire concreto nella storia.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio l'essere come Dio,ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra,e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!, a gloria di Dio Padre”.

Vangelo secondo Matteo 26,14-27,66 ( vedi vangelo).
Mariella: Siamo giunti alla domenica delle Palme, in cui si celebra l'ingresso trionfale di Gesù in
Gerusalemme, ma anche domenica in cui la liturgia ci invita a contemplare la Passione del Signore.
Siamo davanti al mistero della Croce, Gesù avrebbe potuto sfuggire a quell'orribile violenza e
sofferenza, eppure non lo ha fatto.

Avevamo visto come anche lui temesse quell'ora, perché era fuggito in Galilea sapendo che i giudei volevano lapidarlo.
Ma appena seppe della morte di Lazzaro, tornò in Giudea superando la paura e mettendo a repentaglio la propria vita, pur di fare la volontà del Padre.
Nella sua vita Gesù non aveva mai dimenticato la sua missione, non si era mai sottratto al suo dovere di figlio, non aveva mai trattenuto nulla per sé, aveva speso tutto per il bene degli altri, per la salvezza dell'umanità che accorreva a Lui per sentirLo, toccarlo, chiederGli aiuto: Gesù donava oltre alla salute la fede.

L'ora più difficile era giunta, non era certo un momento facile per Gesù. Egli però decise di entrare a Gerusalemme anche se questo gli sarebbe costato la morte. Ne era ben consapevole. Più volte l'aveva detto, scandalizzando anche i più vicini a lui.
Nel tempio lo ripete a tutti i presenti, sotto forma di parabola: "Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto".

Non gli era bastato venire sulla terra per insegnare, servire, guarire, perdonare e restituire dignità a quanti l'avevano perduta. Non era venuto sulla terra per "rimanere solo", ma per portare "molto frutto".
E l'unica via per portare frutto, ossia per raccogliere i dispersi Gesù la descrive così: "Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna".
Certo questo discorso può apparire incomprensibile a molti, infondo tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiarla dalla fatica; nessuno è portato a spenderla senza misura come invece sembra suggerire Gesù, il quale ha vissuto tutta la sua vita amando gli uomini più di se stesso.

La morte in croce rappresenta l'ora in cui questo amore si manifesta nella sua pienezza: è certamente il punto più alto d'amore che il Figlio dell’uomo ha potuto esprimere. E come resistere ad un amore così grande al punto di dare tutta la vita fino a morire in croce?
Ecco perché Gesù può dire: "Quando sarò innalzato da terra attrarrò tutti a me!" Con la sua morte Egli veramente può dimostrare a tutti gli uomini di ogni tempo che l'amore vince l'odio, vince la morte, vince la divisione.

Gesù attira a sé per condurci al Padre, non siamo figli del nulla, siamo opera di Dio, da Lui veniamo, a Lui torniamo per mezzo di Gesù che ci ha riaperto le porte del Regno.
Esserne consapevoli è la nostra unica salvezza, è la grazia che chiediamo in questi giorni per ciascuno di noi e per tutte le comunità cristiane.
E’ la grazia che chiediamo anche per il mondo perché gli uomini, guardando quel volto crocifisso, si commuovano e possano scoprire che l'amore è più forte di ogni presunta forza umana, di ogni potere violento
A quel volto insanguinato, umiliato, incoronato di spine, dobbiamo la redenzione dei nostri peccati e la salvezza eterna.

Se il peccato è stato un atto di sfiducia in Dio e ci ha allontanato per sempre da Lui, il suo opposto è un atto d'amore e di fiducia totale, senza compromessi, con il quale Gesù ci riconcilia per l'eternità. Possiamo non renderGli grazie?

Ci viene anche spontaneo ricordare i tanti martiri cristiani, quanti laici o religiosi, da duemila anni a questa parte, hanno messo a repentaglio la propria vita, pur di testimoniare con coerenza e coraggiosa fermezza la loro fede in Cristo, eroi non per caso, ma per amore!
Si potrebbe anche negare l'esistenza di Dio, ma nessuno può negare che Cristo ha avuto milioni di discepoli, che nel corso dei secoli l'hanno seguito proprio sulla strada più difficile che ci sia: quella della Croce.

Questo Cristo che tanti hanno combattuto, osteggiato, deriso ed ucciso, altri l'hanno seguito, l'hanno amato, l'hanno ospitato nel loro cuore e l'hanno accompagnato fin sul calvario
In questa settimana è bene che troviamo tempo ogni giorno per leggere e meditare una parte della passione, per poter comprendere i pensieri, i sentimenti e l'amore di Gesù. È un momento di grazia per ciascuno di noi.


Enzo: La Domenica delle Palme è il giorno  ricordato come “l’entrata trionfale” di Gesù a Gerusalemme, una settimana prima della Sua resurrezione.
450-500 anni prima il profeta Zaccaria aveva profetizzato: “Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; Egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell'asina”, (Zaccaria 9:9).
La profezia si realizza, Matteo 21: 7-9. «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!»”.

Gesù aveva occultato la sua dignità messianica, aveva proibito ai discepoli di parlarne; ora, entrando a Gerusalemme come re mansueto e pacifico, conforme alle predizioni delle Scritture, ne dà un chiaro segno ai giudei. Egli prese possesso simbolicamente della Città santa, entrò nel tempio e lo purificò, scacciando i profanatori.

Questa Domenica “delle Palme”, per noi cristiani è davvero importante: ci fa rivivere gli ultimi momenti della vita di Gesù. Accogliamo con gioia il nostro Re che abbiamo conosciuto e amato, è giusto che gioiamo: Gesù è il dono meraviglioso del Padre. Le sue sofferenze sono la nostra salvezza: la nostra gioia è ringraziamento alla promessa e volontà del Padre.

Il nostro tempo è sempre tempo di salvezza, ma chi è Gesù per ognuno di noi? Lo riconosciamo come Re della nostra vita? Lo amiamo come nostro amico speciale?

Vogliamo muovere i nostri passi entrando con Gesù a Gerusalemme fino al Calvario?
Vogliamo vedere dove finiscono i passi del nostro Dio, vogliamo essere con Lui là dove Lui è?
Solo così sarà la nostra gioia della Pasqua”. (Maria S.)

Siamo coscienti che solo Lui dona salvezza, pace, amore, oppure cerchiamo altrove tutto ciò?
Noi, come la folla a Gerusalemme, agitiamo festosamente quei rami d’ulivo, avvertiamo che la soluzione vera ai problemi nella nostra esistenza, al senso profondo delle nostre inquietudini, dei nostri dubbi, viene offerta solo dal Vangelo di Gesù. 

Il Dio che è venuto a rivelarci Gesù è un Dio che non usa la forza, il potere, non è venuto per sottometterci al suo volere, ma usa la debolezza dell'Amore, ci lascia liberi di scegliere Lui o chiunque altro. Come il padre misericordioso ci lascia andare, liberi di fare la nostra vita lontano da lui, ma tiene sempre lo sguardo fisso sulla strada sperando di vederci tornare per poterci riabbracciare senza chiederci niente, pronto a fare festa per noi in questa Pasqua di Risurrezione.


Giuseppe, il nostro poeta

Cantare con gioia

Cantare festosi  del Signore l’arrivo,
cantare con gioia la gloria del Padre.

Cantare, cantare con gioia.
E’ l’inno del bene,
trionfa sul male,
glorifica l’Uomo.

Cantare, cantare con gioia.
Una festa di bimbi,
che, garruli corrono
incontro a quell’Uomo.

Cantare, cantare con gioia.
Felici essi corrono
a dire di sì,
e vedono, sentono,
capiscono, loro,                         
ma i grandi non so.

Cantare, cantare con gioia.
Il tempo ora corre,
destino feroce,
che corre veloce.

Cantare  non più
or presto
                    il pianto che arriva,                   
il buio che incombe
nel ciel burrascoso

Cantare  non più,
pregare rimane
a chi ama Gesù.



sabato 1 aprile 2017

La nostra speranza è la vita nuova in Cristo, data dallo Spirito

Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi.
 
Quinta domenica di quaresima -Anno A- 2 aprile 2017
Cristo: risurrezione per la nostra vita

I temi delle precedenti domeniche convergono in felice sintesi nell’odierna celebrazione: Gesù, sorgente dell’acqua viva (III dom.) e della luce (IV dom.), è colui che conferisce la vita a chi crede in lui. Le tre letture sottolineano la medesima realtà: solo la forza dello Spirito fa rifiorire la speranza, scioglie i legami della morte e restituisce la vita.
Lapostolo Paolo nella lettera ai Romani affronta alcuni argomenti molto importanti, quali il legame tra la legge, la fede e la giustificazione e il cammino dell'uomo giustificato, la salvezza di Israele che non ha creduto al Cristo, il significato del culto a Dio.
Coloro che credono in Cristo non vengono più giudicati dalla legge di Mosè, ma seguono lo Spirito. Nei versetti che leggiamo questa domenica vediamo appunto descritta la vita nuova in Cristo, data dallo Spirito. Poiché in questa domenica si parla della risurrezione, le parole di Paolo ci aiutano a comprendere come avverrà in noi la risurrezione.
Dal libro del profeta Ezechièle 37, 12-14
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete.
Da una visione che ebbe il profeta riferendosi al popolo d'Israele deportato e prigioniero, visione chiamata visione delle ossa aride, ossa che Ezechiele vede sparse dappertutto. Ezechiele alle parole di Dio “
Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi vanno dicendo: <>. Perciò profetizza e annuncia loro:
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio”.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
8, 8-11
Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi. 
Coloro che credono in Cristo non vengono più giudicati dalla legge di Mosè, ma seguono lo Spirito. Nei versetti che leggiamo questa domenica vediamo appunto descritta la vita nuova in Cristo, data dallo Spirito. Poiché questa domenica si parla della risurrezione, queste parole di Paolo ci aiutano a comprendere come avverrà in noi la risurrezione. Quindi i credenti sperimentano due tipi di vita nuova. Una già ora che è libertà dal peccato e una che si realizzerà con la risurrezione alla fine dei tempi. E' lo stesso Spirito che ha riportato in vita Gesù che rialzerà a vita nuova tutti coloro che lo seguono.
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia.
Con il battesimo i credenti sono diventati dimora dello Spirito e di Cristo. Il loro corpo è morto al peccato. Lo Spirito che abita in loro diventa fonte di vita e di giustificazione. Non la giustificazione che veniva dalla Legge, ma quella che viene dall'appartenenza a Dio.
E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
Vangelo  Gv 11, 1-45
Nella terza domenica di quaresima abbiamo incontrato il segno dell'”acqua”, la samaritana, domenica scorsa il segno della “luce”, il cieco; in questa quinta domenica di quaresima un altro segno, “la vita”, che sintetizza tutto il cammino del cristiano, come un continuo esodo dalla morte alla vita. Dice Gesù: “ 
Io sono la resurrezione e la vita”.
1 Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».4All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». 11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Gesù incontra Marta e Maria
17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Gesù risuscita Lazzaro
38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Congiura dei capi contro Gesù
45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Nella terza domenica di quaresima abbiamo incontrato il segno dell'”acqua”, la samaritana, domenica scorsa il segno della “luce”, il cieco; in questa quinta domenica di quaresima un altro segno, “la vita”, che sintetizza tutto il cammino del cristiano, come un continuo esodo dalla morte alla vita.
Questo brano di vangelo è simile, nel susseguirsi, a un dramma che ci tiene sospesi. La drammatizzazione dell’episodio è al servizio di un insegnamento profondo e articolato.
Gesù alla notizia della malattia di Lazzaro non sembra preoccuparsi molto :”, «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».Gesù vuole preparare i discepoli a comprendere il miracolo come un “segno”, affinché credano, e nella fede incontrino la vita.
Seguono “due scene”: la prima narra il dialogo di Gesù con Marta (vv. 17-27) e con Maria (vv. 28-37), sorelle di Lazzaro: Marta crede che “qualunque cosa Gesù chiederà a Dio, Dio gliela concederà”.Marta è condotta da Gesù di fronte a un nuovo appuntamento della fede: viene da lui provocata ad una fede più grande nella sua persona (vv. 25-26). Si tratta di credere in lui già ora, al presente e non soltanto al futuro:  “Gesù è la risurrezione e la vita” . Gesù offre a Marta la più grande rivelazione cristologia che si possa immaginare quando, con quel “Io sono la risurrezione e la vita (v. 25), pone se stesso sullo stesso piano dell’Io sono di Dio Io nella teofania a Mosè: “Io sono colui che sono (Es 3,14).
La seconda (vv. 38-44) vediamo Gesù che dinanzi alla tomba di Lazzaro comanda: “Lazzaro, vieni fuori!”: La voce imperativa di Gesù a Lazzaro, cadavere da quattro giorni, è la voce di colui che già ora rivolge ai suoi la parola di Dio, chiamandoli alla vita. Perciò i morti “dormono soltanto” (v. 11), “vivono anche se muoiono” (v. 25), e “morire” non è più morte (v. 26). Gesù chiama alla vita non soltanto Lazzaro, ma tutti noi perché mediante la fede veniamo alla vera vita: “Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna…” (5, 24).
Crediamo, noi questo? Per bocca di Marta, la comunità di Giovanni confessa la sua fede: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo” (v. 27). Questo annuncio di Gesù “io sono la resurrezione e la vita” vuole riportare vita in me oggi, in noi che come singoli e comunità ci confrontiamo continuamente con la morte.

E non pensiamo solo alla morte fisica di una persona, ma pensiamo anche alla morte della speranza quando qualcosa va male nella vita (prima lettura), pensiamo alla morte che ci avvolge quando siamo soli e siamo abbandonati, pensiamo alla morte quando qualche malattia arriva a limitarci e a farci apparire la vita come senza futuro di felicità, seconda lettura. Pensiamo in quelle occasioni alle parole di Gesù:
«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?»

venerdì 24 marzo 2017

Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.

La Redenzione si avvicina! Rallegriamoci arriva la luce!
Quarta domenica di quaresima – Anno A -26 marzo 2017



 La liturgia di questa domenica, chiamata domenica della letizia, invita a rallegrarci, a gioire. La ragione profonda di questa gioia è il Vangelo, è Gesù stesso, accanto a noi come luce e salvezza. Ha scritto papa Francesco: "La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall'isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia". La nostra tristezza diventerà gioia
Rallégrati, Gerusalemme,
e voi tutti che l’amate, riunitevi.
Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza:
saziatevi dell’abbondanza.
Nella prima lettura tratta dal profeta Samuele si anticipa profeticamente quello che Gesù rivelerà compiutamente: il Signore non guarda le apparenze, ma guarda il cuore. Israele ha voluto a tutti i costi un re per rispondere in modo efficiente ai vari attacchi armati dei popoli vicini.
Nella lettera agli Efesini l'apostolo Paolo afferma che con il battesimo, in seguito alla conversione, generata in noi dalla Parola del Vangelo, il cristiano è divenuto luce in Cristo Luce.
Nel Vangelo di oggi Gesù guarisce un uomo cieco dalla nascita. La domanda che il Signore Gesù rivolge a colui che era stato cieco costituisce il culmine del racconto: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". Quell'uomo riconosce il segno operato da Gesù e passa dalla luce degli occhi alla luce della fede: "Credo, Signore!"
Le tre letture pongono il problema del discernimento. Si tratta del difficile discernimento
di Samuele per scegliere colui che Dio ha eletto tra i figli di Iesse. Per discernere occorre
guardare come Dio stesso guarda, nella coscienza che se «l’uomo vede l’apparenza,
ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7), o, come recita l'antica versione siriaca: «l'uomo
guarda con gli occhi, il Signore guarda con il cuore». Nella seconda lettura il discernimento
è richiesto al battezzato che, nella situazione in cui è «luce nel Signore», è chiamato
a discernere ciò che è gradito a Dio (Ef 5,10-11). Il brano evangelico si apre con il diverso
sguardo di Gesù e dei discepoli su un cieco, e prosegue con il percorso che porta il
cieco guarito a discernere la vera qualità di Gesù e a confessare la fede in lui, mentre altri
protagonisti dell'episodio si chiudono a tale discernimento e restano nella cecità spirituale”(cfr. Gv 9,39-41).(Lectio domenicale, fonte Emanuel Jesus Garcia, Catechista 2.0)
1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13
L’ultimo e più grande giudice fu Samuele, profeta e creatore di re. Quand’egli invecchiò, il popolo volle un re alla propria testa, non sopportando la propria diversità dai popoli vicini. Samuele lo avvertì che avere un re significava arruolamento militare obbligatorio, lavoro forzato e oppressione, ma gli Ebrei insistettero, e alla fine egli li accontentò sapendo che Dio avrebbe accolto la rivendicazione chiarendo che il re che guiderà Israele dovrà essere secondo il suo cuore.

Il primo re fu un beniaminita alto e bello di nome Saul. Il potere gli diede presto alla testa, ed egli cominciò a trasgredire le istruzioni di Dio. Per la sua disobbedienza il figlio Gionata non ereditò il trono. Al suo posto Dio ordinò a Samuele di ungere Davide nuovo re d'Israele.
Samuele con l'aiuto della parola di Dio sceglierà il più piccolo dei sette figli di Iesse, Davide, come re di Israele. Gesù è il discendente di Davide, il germoglio che spunta dal tronco di Iesse, su cui, secondo Isaia, si posa lo Spirito del Signore. Dio sceglie la piccolezza, per fare cose grandi, “perché nessuno, dirà poi l'apostolo Paolo, “possa gloriarsi davanti a Dio” (1Cor 1,28).

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.

Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».

Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.

Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Dalla lettera di Paolo apostolo agli Efesini 5, 8-14
Con il battesimo, in seguito alla conversione, generata in noi dalla Parola del Vangelo, il cristiano è divenuto luce in Cristo Luce. Questa la sua nuova realtà.
La luce è Cristo, solo Lui. Non ci sono altre luci nel mondo, né piccole, né grandi. Quanti partecipano della luce lo fanno perché sono inseriti vitalmente in Cristo Gesù. Non basta essere stati immersi nel battesimo per essere luce nel Signore. Il battesimo ci ha costituiti luce, figli della luce, ma in Cristo Gesù.
Si è luce nel Signore se si rimane in Cristo. Se non si è in Cristo, neanche si può essere luce nel Signore. Ma come si rimane ancorati vitalmente al Signore?
La risposta di Paolo è perentoria: si rimane ancorati nel Signore attraverso il comportamento, l’azione, le opere che si fanno.
Non sono i pensieri, le idee, i buoni propositi, le dichiarazioni di intenzioni, neanche la conoscenza della verità che ci fa essere figli della luce.
Siamo stati fatti figli della luce nel battesimo, cresciamo come figli della luce negli altri sacramenti. Viviamo però come figli della luce, se compiamo le opere della luce.

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Dal Vangelo secondo Giovanni: 9, 1-4


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. 


 Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».


 Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?».
I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».



Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».
Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando

 lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?».
 Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 
Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.


Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
La redenzione si avvicina, arriva la Luce.
Il contenuto teologico del racconto è interamente incentrato sul mistero della persona di Gesù, che causava un giudizio di condanna per coloro che non credevano nella sua parola e l’illuminazione di coloro che l’accoglievano con fede. La vera cecità non era quella del cieco guarito, ma l’incredulità dei giudei e dei farisei, persuasi di possedere la verità persistendo nel rifiuto dell’Inviato di Dio.
Gesù si presenta come “la luce del mondo”. Egli era stato mandato dal Padre per irradiare la luce della “verità”. Finché durava la sua vita terrena (“finché è giorno”), doveva compiere le opere del Padre insieme con i suoi discepoli, coinvolti nella sua missione: “Bisogna che noi operiamo le opere di Colui che mi ha mandato…”.
Non lo fa forse anche oggi Gesù assimilandoci a Lui nella sua opera?
La sua presenza nel mondo rappresentava un giorno luminoso: le sue gesta manifestavano il disegno salvifico di Dio.
La “notte” si riferisce alla fine della sua vita, determinata dal rifiuto di Gesù-Luce da parte dei capi dei giudei increduli, avviluppati dalle tenebre di morte.
Questo brano ci consente di immedesimarci con il cieco nato. Se noi non siamo più ciechi è solo perché siamo stati gratuitamente illuminati da Gesù, la luce vera che illumina ogni uomo. Siamo, dobbiamo essere luce nel nostro ambiente elevando i nostri cuori verso Dio che ci guida dallo stato di disagio (peccato), causato dalle tenebre, allo splendore della luce e della fede (misericordia). Ciò comporta prima la consapevolezza della propria cecità e poi l'accettazione del dono della fede, significata dalla luce di Cristo che ci rende figli della Luce. Siamo sulla scia della volontà del Padre?
Il dialogo che segue tra Gesù e il cieco nato, la volontà espressa da coloro che che non credevano alle parole di Gesù vanno interpretate con con quel dono di discernimento da figli della luce: non sono i pensieri, le idee, i buoni propositi, le dichiarazioni di intenzioni, neanche la conoscenza della verità che ci fa essere figli della luce.
«Lo hai visto: è colui che parla con te». Come il cieco rispondiamo: «Credo, Signore!», tu sei la Parola del Padre.
Noi non abbiamo conosciuto Gesù di persona, sappiamo che vive nel nostro cuore, dobbiamo fare lo sforzo di conoscere meglio la Parola per, (ma senza assillo) ,adeguare il vivere al credere, la morte alla vita, il peccato al perdono misericordioso di Dio, la paura alla gioia, la gioia , tanta gioia in vista della felicità eterna. Gesù parlerà con noi!
Forse potrà accadere anche a noi di non essere compresi come accadde a quel cieco, che dopo aver riacquistato la vista, non viene creduto e suscita perplessità tra coloro che da tempo lo conoscevano.
Ma proprio mentre gli altri lo cacciano, Gesù non lo abbandona, lo cerca e parla ancora con lui. Gli domanda: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?” e l'uomo risponde: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”
Gesù afferma: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. E prostrandosi dinnanzi il cieco grida:”Credo, Signore!” Vogliamo fare anche un po' nostra questa certezza?” (Mariella)

sabato 18 marzo 2017

Un incontro con Gesù cambia la vita di una donna

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”
Terza domenica di quaresima – Anno A – 19 marzo 2107
Ci avviciniamo ogni domenica col pensiero e con sano comportamento cristiano alla Pasqua guidati dalla Parola. In questa domenica terza di quaresima siamo invitati a riflettere sulla nostra vita non in senso ampio ma sul nostro vivere giornaliero cristiano. Ci soffermeremo nella nostra riflessione sull'incontro di Gesù con la Samaritana, un brano bellissimo, in cui una semplice richiesta di un po’ di acqua genera una discussione che causa un profondo e salutare coinvolgimento e contemporaneamente un cambiamento di vita, uno sconvolgimento vero e proprio.
La prima lettura ci esorta ad assisstere alla nascita e alla ristrutturazione d'Israele come popolo, alle difficoltà sostenute a credere e avere fiducia nell'iniziativa di Dio, mal sopportando la vita da schiavi.
Dal libro dell'Esodo 17, 3-7

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d'Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
L' apostolo Paolo scrivendo ai Romani conferma che la certezza della nostra fede è radicata nell'amore di Dio nei nostri confronti per mezzo della morte del Figlio Gesù. Dio non abbandona chi crede in Lui, e vedendolo operare in noi, alimenta la speranza che ci porta alla tranquillità e serenità nella nostra vita terrena.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 1-2. 5-8

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 
 

La pagina del Vangelo cambia la vita di una donna samaritana in un incontro di amore e di amicizia, dove l'indigente chiede un gesto di amicizia e di riconciliazione. Il messaggio che ci vuol fare arrivare Gesù è che attraverso la Sua parola possiamo conoscere la Sua potenza e la Sua autenticità e con l'incontro con Lui cambierà la nostra vita abbeverandoci all'acqua viva che ci darà la vita eterna.
La nostra fede è legata strettamente non alle nostre forze ma nella fiducia in Dio, perché anche una sconfitta, un dubbio possono essere passaggi obbligati per giungere alla vittoria, alla serenità del nostro vivere cristiano.
Dal Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna –, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 

 
Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: "Io non ho marito". Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».


In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.


Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».


Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Nel Vangelo Gesù ha fatto molti incontri che hanno cambiato la vita a molte persone: ricordiamo i tanti miracoli che attraverso l’incontro della fede in Gesù hanno stravolto la vita dei miracolati, lebbrosi, zoppi, ciechi… o uomini e donne peccatori come Matteo, l’adultera, la Maddalena, Zaccheo…
C' è un incontro vicino ad un pozzo, luogo di incontro di persone che semplicemente si recavano lì per attingere acqua e spesso facevano anche due chiacchiere.
 La semplice richiesta di un po’ di acqua genera una discussione che causa un profondo e salutare coinvolgimento e contemporaneamente un cambiamento di vita, uno sconvolgimento vero e proprio. Pertanto Gesù incontra la samaritana in un luogo del quotidiano, non strettamente religioso anche se l’incontro presso un pozzo si concludeva spesso con un matrimonio, scena tipica che ricorre spesso nella Bibbia..
Non sappiamo se questo brano fa parte delle parabole di Gesù, riportato poi da Giovanni come veramente accaduto per dare più risalto teologico alla manifestazione messianica di Gesù e al rapporto che l’uomo deve avere con Dio.
Nell’incontro con Gesù la samaritana preferisce mantenere il discorso su luoghi comuni, fa finta di non capire, non vuole impegnarsi in discorsi troppo seri. Ma un po’ alla volta Gesù le fa intuire che l’acqua che Lui, Gesù, ha da offrirle può davvero dissetarla per sempre. Gesù si manifesta un po’ alla volta, non imbottisce di parole quella donna, vuole arrivare al suo cuore.
Questo incontro della Samaritana con Gesù è un incontro speciale dove assistiamo ad una conversione particolare, veramente nuova, forse unica nei vangeli, un cammino di fede guidato da Gesù stesso, ma assecondato da una donna prima e poi da altri, i suoi connazionali. Questa samaritana infine si rivela così a Gesù, non cerca più di nascondere gelosamente i suoi secreti: si arrende a Gesù di fronte all’evidenza delle parole del Maestro. La sua fede non sarà alla fine imperfetta come quella dei Giudei basata sulla vista dei segni, guarigioni e miracoli, o come quella di Nicodemo pronto a riconoscere in Gesù un inviato di Dio ma incapace di aderire alla fede totale in Lui.
La samaritana vede per primo in Gesù un giudeo, un nemico che osa chiedere a lei da bere; successivamente gli domanda se si credeva più grande di Giacobbe, chiamando Gesù Signore; poi lo chiama profeta perché le ha svelato la sua vita privata; infine Gesù stesso le dichiara di essere il Cristo. Successivamente dalla bocca dei samaritani giunge il riconoscimento di Gesù come Salvatore del mondo. Bel cammino!
La fede passa attraverso la conoscenza reciproca, togliendo eventuali pregiudizi,la samaritana riconosce la sua vita privata non corretta, Gesù le dimostra di avere una conoscenza soprannaturale e questo induce la donna a riconoscerlo come profeta e infine come Messia dopo la dichiarazione di Gesù: “ Sono io che ti parlo”. Come diventa importante la Parola, ascoltata e interiorizzata!
La samaritana al culmine dell’incontro è profondamente sconvolta, capisce l’annuncio di Gesù, il dono di Dio, felice del dono ricevuto, arriva al termine della sua esperienza spirituale. Ha seguito Gesù quando le ha annunciato il dono dello Spirito, quando le ha rivelato la sua verità interiore, quando ha chiarito il suo rapporto con la religione. Vede in Gesù il rivelatore in un tempo nuovo, il Messia,e così aderisce ad una persona, perché fede è fiducia, adesione a Gesù.
Ma la fede in Gesù non può rimanere nascosta: la samaritana lascia la brocca vicino al pozzo e corre ad annunciare a tutti quello che le era successo, di avere incontrato Gesù: “Non sarà forse il messia?,dirà, stuzzicando la curiosità dei suoi paesani. Ed è anche brava nell’annuncio.



. Rimane così come esempio di vero seguace di Gesù: ha conosciuto, si è confidata, ha creduto, ha dato fiducia, e ha annunciato e  testimoniato  la propria conversione. La samaritana è la prima missionaria del Vangelo.
Spesso mi viene da pensare a quanto siamo inefficaci noi con le nostre catechesi con i nostri incontri, con le nostre parole.
Forse perché noi stessi non abbiamo ancora incontrato Gesù. Lo cerchiamo, ne parliamo ma in realtà non lo conosciamo, almeno non con una conoscenza intima che solo Lui può svelarci, e successivamente, lasciando da parte noi stessi annunciare soltanto Lui, come la samaritana, perché soltanto la Parola comunica la Verità e suscita una fede autentica che porta alla salvezza. Se ogni cristiano annunciasse veramente Gesù, chi ci ascolta capirebbe subito la Meta, e come i samaritani  crederebbero per aver sentito vibrare nella loro mente e nel loro cuore il Salvatore del mondo
Risulteremo efficaci e credibili esclusivamente se la nostra testimonianza sarà efficace e credibile in virtù di un nostro reale incontro con Gesù.