domenica 3 luglio 2011

Due leggende o storie vere?


Tocca a chi legge decidere!!



«Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando, nella lontananza, apparve il Tuo aureo cocchio come un segno meraviglioso; io mi domandai: Chi sarà questo Re di tutti i re?
Crebbero le mie speranze e pensai che i miei giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere che l'elemosina mi fosse data senza che la chiedessi, e che le ricchezze venissero sparse ovunque nella polvere.
Il cocchio mi si fermò accanto. Il Tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. 

 Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano dritta dicendomi:   "Cosa hai da darmi?".
Ah !, qual gesto regale fu quello di stendere la Tua palma per chiedere a un povero!
Confuso ed esitante tirai fuori lentamente dalla mia bisaccia un acino di grano e te lo diedi.
Ma qual non fu la mia sorpresa quando, sul finir del giorno, vuotai per terra la mia bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un granellino d'oro!
Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darTi tutto quello che possedevo».                         
Tagore    

   
 

È giorno di mercato e di festa nella piazza davanti all’Abbazia di Cluny.              Jean, un giullare povero, cerca di guadagnarsi qualche soldo con il suo repertorio di giochi e canzoni. La folla lo dileggia e chiede con insistenza che intoni un inno, l’‘Alleluja del vino’. In quel momento esce dall’abbazia il priore, arrabbiato per questo canto scandaloso e rimprovera Jean invitandolo a una vita migliore, forse nel suo convento, dove potrà fare penitenza. Jean lo segue senza esitazione. I monaci trascorrono le loro giornate pregando e lavorando; ognuno di loro onora la Vergine con l’arte in cui eccelle, chi dipingendone e scolpendone le sembianze, chi cantandone le lodi in versi aulici e in musica togata. Jean è afflitto perché non sa cosa dedicare alla Vergine, finché un giorno egli riveste segretamente l’antico costume giullaresco e davanti all’altare saltella giulivo sui ritmi e le melodie di vecchie canzoni erotiche e guerresche. Sorpreso dai monaci scandalizzati, sta per essere fermato, quando improvvisamente avviene il miracolo: la statua della Madonna si anima e benedice Jean, che spira in una dolce estasi. I frati si inginocchiano: «Beati gli umili», recita il priore, «perché vedranno Dio».




lunedì 13 giugno 2011

Genitori e figli: l'esempio che trascina


L’esempio che trascina



“ Orientare i figli al bene significa aiutarli a diventare persone buone, corrette ed oneste”

E’ opinione diffusa che, mentre la buona educazione e le buone maniere debbano essere insegnate ai figli dai genitori, l’educazione religiosa debba invece essere competenza di terzi: del parroco, delle catechiste, dagli animatori.

Il documento di programmazione dei prossimi dieci anni proposto dai vescovi italiani dal titolo “Educare alla vita buona del Vangelo” sottolinea questa preoccupante situazione.

Un’ora alla settimana non è sufficiente per far maturare nei bambini il desiderio di crescere nella fede. Anzi, tornando a casa e vedendo il disimpegno dei familiari, penseranno che quanto hanno appreso all’oratorio non è degno di essere approfondito e vissuto.



La trasmissione della fede è avvenuta per due millenni in stretta collaborazione tra la famiglia e la Chiesa. Senza l’aiuto della famiglia, la Chiesa può fare poco. In un contesto sociale e culturale ormai scristianizzato, le nuoce generazioni rischiano seriamente di crescere senza valori, perché non li hanno conosciuti.

A noi genitori spetta, quindi, una grande responsabilità. La nascita di un figlio trasforma l’esistenza del padre e della madre, invadendoli di una grande gioia, ma caricandoli anche, di doveri ben precisi. Perché questa paternità e maternità non diventino, però, un peso è necessario viverle nella prospettiva di una missione, dove amare i figli come Dio li ama, seguendoli e accompagnandoli  come Lui li segue, significa condividere con il Signore questa opera stupenda, aiutandoli a portare alla maturazione le loro enormi potenzialità e la loro  vera vocazione. I figli hanno nei loro genitori il punto di riferimento ed il modello a cui ispirarsi.



Pertanto, oltre all’attenzione per la formazione intellettuale e fisica, alle quali siamo tutti molto attenti e rigorosi, bisogna affiancare quella affettiva e morale. Educare a ricevere e donare amore, significa prepararli ad affrontare positivamente le vicende della vita; pena una fragilità psicologica e morale, di tragica attualità nella cronaca quotidiana.

Educare alla libera volontà significa, quindi, abituarli alla disciplina, all’applicazione ed alla rinuncia, per arrivare ad un bene più grande.



Tutti noi vorremmo avere la certezza che i nostri sforzi educativi producano dei frutti. Gesù, nella parabola del buon seminatore, ci ricorda però che, nonostante tutto il nostro impegno, il seme dei buoni insegnamenti non sempre viene accolto nel terreno dei figli.

Questo non ci deve scoraggiare perché, anche nell’insuccesso momentaneo, il bene rimane e può manifestarsi nei tempi e nei modi che il Signore vorrà. Orientare i figli al bene significa aiutarli a diventare persone buone, corrette ed oneste, guidati dalla coscienza, che è la voce di Dio nel cuore dell’uomo, nel praticare la giustizia e l’amore ed a fare opera di discernimento fra il bene e il male.



I bambini crescono bene se il contesto familiare è ricco di valori; il primo insegnamento è quindi l’esempio. I nostri figli ci osservano e ci ascoltano sempre, con grande attenzione, fin dai primi anni di vita, ed è perciò, attraverso il nostro amore di coppia, che possiamo alimentare la fiducia nel matrimonio e nella famiglia.

Succede, alle volte, che siano i nostri figli a costringerci a scuotere la polvere di dosso ed a uscire dalla mediocrità in cui ci siamo adagiati, stimolandoci con domande e riflessioni alle quali siamo in dovere di rispondere, anche con una buona dose di umiltà, ritrovando insieme il vero senso della vita che Dio ci ha donato. Parlare ai figli di Dio è un compito fondamentale dei genitori, partendo dalle bellezze del creato, per arrivare al loro cuore. La scoperta di Dio dentro di sé e l’apertura della porta ad un amico fedele che non li abbandonerà mai, è quanto di più bello possano regalare i genitori ai loro figli.



Anche nel campo dell’educazione sessuale la famiglia ha un ruolo fondamentale. L’esempio dei genitori nel vivere la fedeltà, la tenerezza e la purezza, insegnerà ai figli il rispetto del loro corpo e quello degli altri, imparando poco alla volta, la difficile “arte di amare”. Infine nel giusto e corretto utilizzo dei mass media, dalla televisione alla navigazione su internet, occorre una vigilanza continua, perché i figli, soprattutto durante l’adolescenza, sono aperti a tutti gli influssi, sia positivi che negativi.



Spegnere un po’ la televisione e pregare con tutta la famiglia è un dono ed un momento di grande grazia per tutti i componenti. Questo dialogo con Dio va continuamente alimentato: come il nostro corpo ha bisogno di  nutrirsi, così la nostra anima, per alimentare la sua forza spirituale, non può fare ameno della preghiera.

Per leggere la Bibbia non c’è bisogno di studi particolari, sono sufficienti i commenti introduttivi delle varie edizioni; c’è bisogno invece, di buona volontà soprattutto dello Spirito Santo, da invocare sempre nella preghiera, affinché ci indichi la giusta comprensione e ci aiuti a fare cerniera tra la nostra vita quotidiana ed il percorso di conversione a cui siamo chiamati ogni giorno…



Nel cammino di fede non dobbiamo nascondere ai nostri figli che la via del bene, come ci ha insegnato Gesù stesso, a prima vista sembra la più difficile, perché è stretta ed in salita e richiede un po’ di sacrificio, ma in compenso è l’unica via che fa di noi delle persone buone e giuste e ci fa sentire tanta gioia e pace nel cuore.

Per questo vale la pena metterci in gioco, tutti insieme, Chiesa, genitori e figli, ricordando sempre il detto latino: “Le parole insegnano, gli esempi trascinano”.



Corrado e Nicoletta Demarchi, responsabili dell’ufficio diocesano per la pastorale familiare della diocesi di Pinerolo (TO). Pubblicato da “Vita diocesana”Pinerolese 03 aprile 2011





Voglio sinceramente sperare che la Chiesa tutta si muova presto e diligentemente nel piano decennale che la CEI ha emanato col documento “ Educare alla vita buona del Vangelo”. Non sarà una passeggiata, ci vorrà tanta buona volontà e pazienza , costanza e fiducia : le parrocchie sono chiamate in prima linea a lavorare sodo coinvolgendo le famiglie, gli operatori di catechesi. Al bando lo scoraggiamento, c’è una Chiesa da ringiovanire, renderla più presente e attiva in un mondo che vediamo sempre meno cristiano e poco presente.

Pensaci: tocca a me, a te farsi avanti!







sabato 11 giugno 2011

Dio, nostro Padre. Preghiera di Giovanni Paolo II, beato

Dio, nostro Padre

D
io, nostro Padre,
manda il tuo Spirito
e rendici testimoni ardenti
del messaggio di salvezza del Vangelo
per condividere con gli altri
la carità che alimenta la vita,
la fede che professa l'amore,
la speranza che consola ogni cuore.

F
acci comprendere
che vale la pena di donare
interamente la vita per te
e per l'umanità
che invoca solidarietà e pace,
verità e amore.

T
i preghiamo, Padre buono,
dona a noi la tua benedizione
perchè possiamo contribuire
alla costruzione della civiltà dell'amore
nella piena attuazione della giustizia,
della libertà e della pace.


Beato Giovanni Paolo II, pubblicato da Pastorale &Spiritualità

giovedì 9 giugno 2011

Il Maestro buono






Il Maestro buono
GESU` PREDICA INSEGNA E CURA

Giuseppe Tanzella-Nitti
Astronomo e ordinario
di teologia fondamentale
Pontificia Università della Santa Croce


Nel Nuovo Testamento Gesù è chiamato con frequenza Maestro, rabbì o didáskalos, in ebraico o in greco. Un maestro per la verità un po’ speciale perché non possiede una scuola residenziale, come gli altri rabbini, bensì una scuola itinerante, nella quale insegna partendo dall’esperienza di vita, giudicando gli avvenimenti e svelando i pensieri dei cuori. Un maestro che si trattiene volentieri a spiegare le cose in famiglia, attorno ad una tavola, o seduto sull’erba.

In una di queste circostanze, un giovane ricco, diremmo oggi apparentemente soddisfatto di quanto la vita gli ha dato, si rivolge a Gesù chiamandolo “Maestro buono” e gli chiede cosa debba fare per ottenere la vita eterna (cfr. Mc 10,17-20). È ben nota la risposta di Gesù. Questi gli propone una donazione totale a Dio e agli altri che spiazza il giovane, il cui attaccamento alle ricchezze gli impedisce, almeno in quel momento, di seguirlo. Egli si allontana con tristezza, facendo resistenza al proprio cuore che forse vorrebbe espandersi nella generosità e nel dono di sé. Nella lettera che indirizzò ai giovani il 31 marzo 1985, Giovanni Paolo II commenta questo episodio. «Cristo risponde al suo giovane interlocutore nel Vangelo — affermava il Papa in quell’occasione — dicendo: “Nessuno è buono, se non Dio solo”. Abbiamo già sentito che cosa l`altro aveva domandato: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Come agire, affinché la mia vita abbia senso, pieno senso e valore? Noi potremmo tradurre così la sua domanda nel linguaggio della nostra epoca.

In questo contesto la risposta di Cristo vuol dire: solo Dio è il fondamento ultimo di tutti i valori; solo lui dà il senso definitivo alla nostra esistenza umana. Solo Dio è buono, il che significa: in lui e solo in lui tutti i valori hanno la loro prima fonte e il loro compimento finale […]. Senza il riferimento a Dio, l`intero mondo dei valori creati resta come sospeso in un vuoto assoluto. Esso perde anche la sua trasparenza, la sua espressività. Il male si presenta come bene e il bene viene squalificato. Non ci indica questo l`esperienza stessa dei nostri tempi, dovunque Dio sia stato rimosso oltre l`orizzonte delle valutazioni, degli apprezzamenti, degli atti?».

Non basta essere maestri, ma occorre che chi insegna lo faccia ad immagine di Dio che è l’unico Buono, avendo il coraggio, in quanto maestro, di ancorarsi alla Verità con la maiuscola, non temendo di far riflettere i suoi discepoli sulle domande importanti. 

Domande che forse feriscono perché scomode; eppure, le uniche che contano perché aiutano a chiarire ciò che rende felice, distinguendolo da ciò che abbaglia o seduce ma poi svanisce. E proprio perché buono, il maestro deve fare in modo che la Carità informi tutto ciò che trasmette, una carità con la maiuscola perché non si riferisce solo alla condivisione materiale, ma indica anche la partecipazione spirituale di quanto l’intelletto ha maturato con sforzo, onestà e applicazione.
Gli unici maestri che a distanza di anni ricordiamo sono quelli i cui insegnamenti sapevano coniugare verità e carità, maestri buoni, immagine, talvolta perfino inconsapevole, di colui che è Buono. Sono coloro che insieme alle nozioni (ormai in buona parte dimenticate) non hanno temuto di trasmetterci anche orientamenti di vita, giudizi di valore, posizioni esistenziali di fronte alle domande più importanti, magari mostrandoci con intelligenza che ogni disciplina, anche quelle in apparenza “meno umanistiche”, suscitano sempre interrogativi che rimandano al mondo dell’umano, e pertanto al mondo di Dio.

Come fare perché anche oggi il maestro sappia riferire il discepolo a questa Bontà che dà fondamento ad ogni sapere, rimuovendo la quale — come affermava Giovanni Paolo II — l’intero mondo dei valori creati sprofonda nel vuoto assoluto?


Chi voglia imitare Gesù in questo compito, difficile ma entusiasmante, troverà nei Vangeli tre verbi sempre insieme, i tre verbi di azione che più di altri hanno Gesù come soggetto: predicare, insegnare, curare (cfr. Mt 4,23). Gesù predica, insegna, cura. Insegna con un’autorità che i suoi contemporanei associano alla sua coerenza di vita e non solo al ruolo di rabbi (cfr. Mt 7,28-29). Gesù cura, sana. Oggi il maestro deve avere il coraggio di chinarsi sul discepolo e di curarlo dai condizionamenti e dalle seduzioni, dalla debolezza della libertà e dalla superficialità dei giudizi, dagli inganni di ciò che non è buono e non è vero. Omettere di farlo, non sarebbe agire come maestro buono.
Giuseppe Tanzella-Nitti  da PiùVoce.Net

mercoledì 8 giugno 2011

Preghiere allo Spirito Santo

Domenica 12 giugno celebriamo e ricordiamo il dono di Gesù dopo la sua dipartita dalla terra: lo Spirito Santo, inviato per farci ricordare e spiegare tutto quello che Gesù ha fatto e detto per la nostra salvezza. A chi lo invoca Lo Spirito Santo, che rimarrà con noi fino alla fine dei secoli, con i suoi doni e consigli lo condurrà senz'altro al tanto sospirato atteso Regno dei cieli.


Spirito Santo
Contemplarti, vuol dire immergere il nostro sguardo nell'invisibile, nella profondità del mistero di Dio.
Tu non hai un volto umano come il Cristo del Vangelo né le sembianze del Padre; ma rinunciando a raffigurarti in qualche modo, noi vogliamo aderire a te con tutte le nostre forze.
Tu non hai volto perché sei il fuoco dell'amore, che unisci il volto del Padre e del Figlio, per formarne uno solo in una fusione sublime.
Tu vivi nei volti altrui, quasi fossi la loro vita più segreta, e sei tu che ci riveli il volto autentico del Salvatore come pure quello del Padre Celeste.
Tu sei un abisso di profondità, abisso inafferrabile e inesprimibile, che non può essere raffigurato con lineamenti definiti.
Tu sei il soffio che emana dal Padre e dal Figlio e viene ad animare il nostro spirito per dare la sua impronta alla nostra fisionomia spirituale.
Tu sei il respiro dell'anima nostra, la scintilla del nostro pensiero, l'impulso della nostra volontà, lo slancio del nostro amore.
Tu sei la vita divina che viene a farci vivere di Cristo, che invade il nostro essere per trasfigurarlo.
Tu sei così infinitamente superiore a noi; non risiedi in una lontananza astratta, ma nel palpito concreto della nostra esistenza.
Contemplarti vuol dire lasciarsi penetrare da questa onda d'amore che invade e afferra tutta la nostra persona umana.
 

(autore sconosciuto)





martedì 7 giugno 2011

Lettera aperta ai bambini del terzo mondo, di Don Tonino Bello

Unicef rovesciato

 E quegli occhi immensi...si spalancherebbero...



Cari bambini,

 che aspettate a costituire un organismo internazionale che raccolga fondi a favore degli adulti occidentali?
Sì, una specie di UNICEF rovesciato,
in cui protagonisti siate voi
e destinatari siano i grandi.

Perché, vedete, la televisione ci mostra ogni tanto i corpi denutriti dei bambini di Etiopia. Ci presenta le membra di tanti innocenti disfatti dalla miseria.
Pretende di commuoverci con le immagini di innumerevoli creature scarnificate dalla malattia.
Ci ferma la digestione con le sequenze di fanciulli devastati dalla fame nel Sudan o nell'Amazzonia, nel
Bangladesh o nello Sri lanka.
Ma se ci fossero gli strumenti adatti per portare sullo schermo le piaghe dell'anima adulta, sono certo che sareste voi a muovervi a pietà. E quegli occhi immensi, l'unica cosa splendida che vi è rimasta sul corpo martoriato, si spalancherebbero ancora di più in un raptus di compassione.

Fate presto, bambini,
inventate una specie di UNICEF  a favore degli adulti.
Finanziate per noi, con una questua di valori umani, un programma di emergenza alimentare, di cui siano companatico la tenerezza e la giustizia.
Raccogliete gli scampoli superflui della vostra innocenza, i ritagli della vostra limpidezza, gli spezzoni eccedenti della vostra voglia di vivere. Ne avete tanta!
Fate una colletta dei vostri sogni impossibili.
Raccattate i residui delle vostre illusioni.
E inviateci subito il pacco dono della vostra misericordia. A noi adulti è più necessario di quanto non siano necessari a voi i contenitori confezionati delle nostre proteine.
Perché voi, bambini del Terzo Mondo, avete bisogno delle nostre calorie.
Ma noi grandi, figli dell'opulenza e inquilini di uno squallido Terzo Mondo morale, abbiamo bissogno del vostro calore.

Fate presto, perché qui si muore.



lunedì 30 maggio 2011

Gianna Jessen: la bambina di Dio era destinata a non vivere

Una testimonianza che fa riflettere, commuove, fa tremare...

http://youtu.be/AKztjBZ6bm0

Riscoprire la capacità di meravigliarsi: tu credi ai miracoli?

Riscoprire la capacità di meravigliarsi


La strada per tornare al paradiso perduto. È tragico non essere capaci di meravigliarsi. Il bambino si apre alla vita attraverso una catena di “stupori” e di meraviglie. Il compito più importante di un educatore è conservare questa capacità nei ragazzi che crescono: sarà la qualità più preziosa della loro esistenza.


«Tu credi ai miracoli?»
«Sì».
«Sì? Ma ne hai mai visto uno?»
«Un miracolo? Sì».
«Quale?»
«Tu».
«Io? Un miracolo?»
«Certo».
«Come?»


«Tu respiri. Hai una pelle morbida e calda. Il tuo cuore pulsa. Puoi vedere. Puoi udire. Corri. Mangi. Salti. Canti. Pensi. Ridi. Ami. Piangi...»


«Aaah... Tutto qui?»
Tutto qui.




È tragico non essere capaci di meravigliarsi. Il bambino si apre alla vita attraverso una catena di “stupori” e di meraviglie. Il compito più importante di un educatore è conservare questa capacità nei ragazzi che crescono: sarà la qualità più preziosa della loro esistenza.


Chi sa stupirsi non è indifferente: è aperto al mondo, all’umanità, all’esistenza. Si viene al mondo con questa sola dote: lo stupore di esistere. L’esistenza è un miracolo. Gli altri, gli animali, le piante, l’universo, ci parlano di questo miracolo. E noi siamo miracolosi come loro. Per questo dobbiamo essere attenti e rispettosi. Chi considera meravigliosa la vita, sente di amare l’umanità, la rispetta in sé e negli altri. Donando agli altri l’importanza che meritano, noi scopriamo la nostra importanza. La vita ha un valore, una dignità. Nessuno ha il diritto di deturparla.


Gli esseri umani non sono cattivi, sono tristi. E i tristi diventano cattivi. Sono tristi perché non percepiscono la bellezza dell’esistenza.


La capacità di stupore accende la volontà di lottare per il valore della vita: la vita non è per la morte e l’umanità non è solo violenza e mediocrità. Si vive pensando che val la pena vivere e val la pena l’umanità.


Il pericolo, oggi, è perdere di vista il bambino che siamo stati, assorbiti da un ritmo tambureggiante e insensato, e diventare impermeabili alla bellezza della vita. Man mano che si diventa adulti si cambia la capacità di meravigliarsi con quella di comprendere, riducendo la realtà a un concetto astratto, facile da manovrare e da sfruttare, perdendo di vista il mistero della vita. Troviamo sempre più difficile sintonizzarci con l’interiorità profonda dalla quale sgorga il mondo sconfinato delle emozioni.


Anna, 46 anni, insegnante, scrive: «La mia vita si divide in due periodi: prima e dopo il coma. A 26 anni sono stata in coma per due settimane: incidente stradale, colpo di sonno al volante. Quando ho riaperto gli occhi, nel silenzio del reparto, ho visto minuscole luci danzarmi davanti. Ero viva. Illusioni, lucciole, farfalle, non so che cosa fossero, ma è così che ho riscoperto la meraviglia. È stato come rinascere: il primo sorso di caffè, la prima passeggiata, il piacere di sfogliare una rivista, di chiedere che cosa era successo durante il mio breve letargo. Da allora ho imparato a guardare le cose con altri occhi. Dal mio risveglio, ogni cosa ha per me il valore di un dono: la meraviglia, scoperta attraverso la paura, ha reso migliore la mia vita. Non sono più una ragazza intransigente e piena di rancore. Sono cambiata, e il resto è arrivato da solo. Ogni mattina mi sveglio pensando che è stupefacente veder crescere i miei ragazzi e miei alunni, contare i tramonti, provare una ricetta, potare le mie rose. Modugno aveva ragione: “Meraviglioso / la luce di un mattino / l’abbraccio di un amico / il viso di un bambino / meraviglioso”. Peccato averlo scoperto solo vent’anni fa».


Tutto comincia con il senso. La vita ha un senso, nelle due accezioni di significato e direzione. C’è forse qualcuno che cresce i suoi figli dicendo loro che la vita è assurda e che non val la pena di essere vissuta? Sarebbe crudele e insensato. «Perché mi hai fatto nascere?» chiede ogni figlio ai genitori. Siamo stati tutti chiamati a vivere: la vita è una vocazione entusiasmante.


Saper meravigliarsi significa percepire il mondo come spazio di rivelazioni. Come quando davanti ad una montagna innevata o un bosco, ci sentiamo semplicemente immersi nella “bellezza” e non davanti ad un mucchio di pietre con un po’ di ghiaccio sopra o una serie di alberi. Anche la vita è bella, un magnifico dono, per questo tutto desidera vivere, lotta per vivere. Anche uno stelo d’erba, anche un microscopico batterio. E gli esseri umani scoprono la meravigliosa capacità di pensare, di accorgersi, di comprendere. Fantastici crocevia tra il materiale e lo spirituale.


La bellezza di tutto ci coinvolge: perché esistono le rose? Perché esistono persone che si fermano estatiche davanti ad un fiore?


Si è sorpresi dalla bontà. La vita è buona. Ad ascoltare i ragionamenti di certi ecologisti, l’uomo sembra di troppo: un essere dannoso. Il cristianesimo insegna che ogni vita partecipa all’opera della creazione.


Sgorgano di qui la contemplazione, la calma, la semplice serenità, l’entusiasmo, l’ottimismo.


La sofferenza ci spiazza e ci sconvolge proprio perché ci fa capire in modo brutale quanto sia grande la privazione. Si piange sempre per qualcosa di bello che abbiamo perso, qualcosa di essenziale.


La notte precedente la sua esecuzione, Jacques Decour, un partigiano comunista, scrive un’ultima lettera alla famiglia: «Ora che ci prepariamo a morire, pensiamo a ciò che verrà. È il momento di ricordarci dell’amore. Abbiamo amato abbastanza? Abbiamo passato molte ore del giorno a meravigliarci degli altri uomini, a essere felici insieme, a sentire il peso del contatto, il peso e il valore delle mani, degli occhi, del corpo?».


Solo dalla meraviglia sboccia la gratitudine: dire grazie significa entrare nella logica del dono e della reciprocità. L’uomo moderno si indigna, protesta, si vendica, raramente ringrazia. Eppure tutto quello che abbiamo, lo dobbiamo a qualcuno.


Dallo stupore si ritorna al Cielo: è questa la sorgente della spiritualità. C’è un filo che va dalla concretezza della vita alla concretezza della sua origine. Dio non è un’idea, ma una realtà che si è fatta vedere e toccare in Gesù di Nazaret, ed è il “Dio dei viventi” perché logicamente il Creatore della vita non può morire.


Così dalla capacità di saperci meravigliare passiamo all’adorazione. Basta tenere gli occhi aperti.


(Quaderni Cannibali) Maggio 2011 - autore: Bruno Ferrero
 da donboscolant.it
 Mov.giovanile salesiano Triveneto

sabato 28 maggio 2011

Intervista ad un volontario della CISV, organismo di volontariato


Dal notiziario della CISV riportiamo questa intervista testimonianza




A tu per tu con Andrea Ghione, volontario CISV, intervista



Tra i primi passi abbiamo messo al centro lo sviluppo agricolo.



Andrea, tu sei da quasi 10 anni in Africa e da 5 in Burkina Faso: è mal d'Africa o
pensi che sia meglio non tornare in Italia per il momento?


No, nessun mal d’Africa. Il mio lavoro mi appassiona, questo è in fondo il motivo per cui
lo faccio; oggi è l’Africa, domani potrebbe essere un altro continente dove la mia esperienza
possa essere messa al servizio dei più deboli. Ci sono tante cose che mi legano all’Africa, sicuramente. Fondamentale è l’interesse per la cultura africana, nato grazie al mio professore Enrico Luzzati e che ho poi coltivato negli anni lavorando in 7 paesi (Sénégal, Mali, Burkina, Niger, Benin, Burundi, Etiopia).
La cultura Africana è più vicina all’essere umano e alla natura che lo circonda rispetto alla cultura Occidentale, questo è per me un fattore di attrazione importantissimo.
Mia moglie è africana, le mie figlie sono africane, quindi anche io mi sento un po’ parte
di questo continente. La mia esperienza lavorativa in Africa non è conclusa.


Abbiamo iniziato, con tanti colleghi della CISV e con i partners, a costruire una strategia di sviluppo che ora vedo crescere, alla quale voglio contribuire nei prossimi anni. Anche questo è un
fattore motivazionale che mi tiene ancorato al continente. Ma un giorno mi piacerebbe
cambiare zona, rimettermi alla prova... spero succederà. Tornare in Italia è comunque una
possibilità che non posso scartare. Non sono più da solo, ho una famiglia, due bimbe
piccole, non so dove mi porterà il futuro perché non dipende solo da me. Devo ammettere
però che l’Italia di oggi mi piace di meno di quella di 10 anni fa. Vedo un paese che
soffre dei mali della crisi economica, del precariato e della disoccupazione; una popolazione
spesso disinformata su come il mondo sta cambiando; una classe politica che non
affronta i problemi reali e preferisce distogliere l’attenzione dei cittadini verso temi come
l’immigrazione, la cronaca nera o il gossip.


Invece il mondo cambia a un ritmo spaventoso e a mio avviso per i paesi che non affrontano
questo cambiamento, che non si adattano in modo virtuoso, si preparano tempi duri.
Per fortuna però in Italia ci sono anche tante persone dinamiche, con voglia di fare, aperte
al mondo... e per fortuna ci sono gli immigrati che portano idee nuove! Spero che questa
fase di declino economico e morale si chiuda al più presto, e credo questo avverrà proprio
quando i giovani di oggi e gli immigrati riusciranno a dare un contributo politico oltre che economico al paese.


In molti paesi Africani tira un vento di rivolta che per certi aspetti fa sperare in un desiderio di democrazia dal basso (cosa ben diversa dalla "esportazione" della stessa tramite guerre pianificate dai paesi occidentali) e che però fa anche intravedere rischi per infiltrazioni terroristiche e azioni destabilizzanti da parte dei gruppi integralisti: come vedi la situazione in Burkina e più in generale in Africa occidentale?


Le rivoluzioni in corso nei paesi arabi segnano a mio avviso un nuovo spartiacque nella
storia contemporanea. A manifestare sono giovani, istruiti, con accesso ai mezzi di informazione,
disoccupati e stanchi della corruzione e dell’autoritarismo dei loro governi.
Sono gente come noi, che però scende in piazza per cambiare le cose. Non bruciano le
bandiere degli USA o di Israele, non si rifanno alla cultura islamica integralista o fondamentalista.


Anzi, queste rivoluzioni segnano la fine di questa cultura oltre che degli autocrati che l’hanno usata come alibi per opprimere e rubare al proprio popolo. Rappresentano anche l’inizio della fine della contrapposizione tra occidente e terrorismo islamico, che è stata una manna per le lobbies delle armi dei paesi occidentali. Rappresentano la fine dell’idea che Islam e democrazia non siano compatibili. Si chiude così finalmente
un’epoca sbagliata, in cui l’errore intellettuale (mi riferisco alle idee contenute in testi come
“The Clash of Civilizations” di Samuel Huntington) e la disonestà politica si sono rafforzati
l’un l’altra. Anche io non credo sia possibile esportare la democrazia con le armi. Ci vogliono, in effetti, secoli di partecipazione politica e lotte per costruirla. Ma penso che la comunità internazionale abbia un dovere morale di sostegno ai movimenti come quelli arabi attuali che reclamano diritti contro i dittatori di un tempo.
Questi popoli hanno ora bisogno di sostegno per costruire le loro democrazie.
Penso alla Tunisia, all’Egitto, alla Libia dove le istituzioni democratiche sono da
inventare. La comunità internazionale può giocare un ruolo attivo anche nei casi di violazioni
massive dei diritti umani. Abbiamo visto cosa successe in Rwanda in assenza di tale intervento. Recentemente la comunità internazionale ha giocato un ruolo importante nella prevenzione di una crisi potenzialmente pericolosissima in Costa d’Avorio.
Io credo che non si possa restare indifferenti di fronte a rischi simili perché l’umanità è una sola.
Sarebbe però a mio avviso un errore pensare che le rivoluzioni arabe si estenderanno
velocemente all’Africa Subsahariana. Le condizioni socio-economiche sono molto diverse.
In Africa Subsahariana la maggior parte della popolazione (fino all’80% nei paesi saheliani)
vive nelle zone rurali, è analfabeta, non ha accesso ai servizi di base come acqua, salute, educazione... vive dunque un’esistenza segnata dalla precarietà oltre che dalla povertà. L’élite politica sfrutta questa precarietà per costruire un sistema.


Oggi partners e finanziatori apprezzano la nostra azione sul clientelismo diffuso, dove i cittadini
chiedono favori invece che reclamare giustizia e diritti. Prima che i poveri di questi paesi riescano ad organizzarsi per far cambiare le cose passeranno ancora anni a mio avviso.


Anche se il processo potrebbe essere iniziato proprio in questi anni... più precisamente
nel 2008 con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari. Quel che voglio dire è che ora
i paesi africani non possono più contare sull’importazione di derrate alimentari a basso
costo (come hanno fatto per quasi 50 anni) e sono costretti ad investire nelle campagne
affinché queste nutrano le città. Questo può cambiare tutto: fino ad ora le popolazioni
rurali sono state escluse dal progetto politico nazionale, i contadini hanno prodotto per esportare
cotone, arachidi, cacao, caffè... tutte filiere controllate dagli Stati e dalle multinazionali,
e hanno vissuto per il resto in un regime agricolo di semisussistenza; ora che sono chiamate a nutrire le città, a produrre per esse, potrebbero finalmente essere incluse nel progetto di società di questi paesi e contribuire anche a modellarlo.


Ma ci vorrà tempo. Per ora quel che vediamo tutti i giorni sono paesi dalle istituzioni fragili, con sistemi politici clientelari, economie molto deboli e povertà diffusa, specialmente nelle campagne.
L’instabilità che paesi come il Niger, la Guinea Conakry, la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, hanno vissuto in questi ultimi anni è a mio avviso dovuta più a questi fattori, combinati con eventi esterni (come la scoperta di risorse naturali, il cambio generazionale di leadership o la crisi economica), che al risveglio della società civile, come nei paesi arabi.


Relativamente al lavoro sul terreno, dal tuo punto di osservazione qualificato, vista la preponderanza del Burkina nell'attuale scenario di attività della CISV, pensi che l'organismo stia perseguendo coerentemente i suoi obiettivi di auto sviluppo partecipato e centrato sulla persona? Ci sono aspetti sui quali si potrebbe fare un ulteriore passo in avanti?


La CISV cerca di rafforzare le organizzazioni della società civile affinché offrano servizi economici
alle famiglie povere (ad esempio attraverso le cooperative agricole o di risparmio e credito nelle zone rurali) e facciano lobbying per migliorare le politiche a livello nazionale (ad esempio attraverso i movimenti contadini nazionali). Tutto ciò nella speranza di creare le condizioni di una maggior partecipazione e di uno sviluppo dal basso.
Questo mi sembra coerente con gli ideali di centralità della persona e con i bisogni di miglioramento economico e di partecipazione politica delle famiglie povere, specialmente nelle zone rurali.

C’è poi anche una questione culturale alla quale si cerca di dare una risposta: lo sviluppo economico e l’idea di comunità. Sono compatibili?


Io credo di sì, credo non ci sia un unico modello di sviluppo economico e l’appoggio alle cooperative comunitarie (le cooperative che oltre a fornire servizi economici ai soci reinvestono parte degli utili in servizi sociali alla comunità locale) può essere la risposta giusta nel contesto africano dove i legami sociali e la comunità sono ancora molto forti. Il professor Enrico Luzzati dedicò la sua vita a studiare queste questioni e un’intera generazione di cooperanti formati da lui stanno ora cercando di implementare questa idea... io sono uno di quelli e come me altri lavorano o collaborano con la CISV.
Naturalmente l’impegno sul terreno può sempre migliorare... negli ultimi 10 anni la CISV ha fatto passi importanti, è migliorata dal punto di vista strategico, tecnico e ha equipes locali che sono oggi molto più competenti, e altrettanto motivate. La nostra azione è apprezzata dai partners e dai finanziatori perché stiamo mostrando loro di saper dare un appoggio tecnico vero, di saper stare sul terreno, di poter creare reti di attori (ad esempio tra organizzazioni della società civile, università o enti locali Africani e Italiani.).

Infine le scelte strategiche, come l’appoggio allo sviluppo agricolo, fatte quando non erano
affatto di moda, si stanno rivelando vincenti: l’appoggio allo sviluppo agricolo è incoraggiato
con nuovo vigore dai finanziatori e dai paesi africani. Ricordo quando nel 2008 partecipai ad un incontro in Sénégal con i dirigenti dell’organizzazione contadina Asescaw e l’allora coordinatore della CISV nel paese, Andrea Bessone. Il vicepresidente dell’Asescaw a un certo punto disse una cosa che mi colpì: “Dopo anni di fatica, questo è il nostro momento”.


Aveva ragione! I finanziatori oggi cercano istituzioni locali e partners europei in grado di portare avanti azioni di sviluppo agricolo. Questo fa sì che, anche se l’idea dell’appoggio all’agricoltura familiare e all’impresa cooperativa non sia quella privilegiata dai donatori, la CISV e i propri partners riescano a farla passare. Sicuramente saremo chiamati a migliorare nei prossimi anni e per varie ragioni.

In primo luogo lo sviluppo agricolo ora pare a molti una buona idea quindi anche gli investitori privati e le multinazionali proveranno a lanciarsi nel settore. Dovremo imparare a lavorare con i nostri partners ad un livello più politico per evitare fenomeni come il land grabbing o l’orientamento delle politiche agricole nazionali verso l’agrobusiness.
In secondo luogo la concorrenza tra ONG si fa sempre più pressante per via del rarefarsi dei fondi. Infine è giusto che la sfida dello sviluppo sia affrontata con rigore professionale oltre che con passione.


Intervista a cura di Paolo Martella

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